Vittorio Bersezio.
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Aristocrazia. 
Il segreto di Matteo Arpione.
romanzo.
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1881. Editori Treves, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Questo romanzo del 1881  la continuazione del romanzo La vendetta di Zoe, dello stesso anno.
I protagonisti principali sono gli stessi. Lepoca di svolgimento della vicenda  quella dopo la guerra di Crimea, quindi dopo il 1856. A questo conflitto tutte due i protagonisti, il conte di Camporolle e il conte di Sangr, hanno partecipato con onore, in forza dellesercito Sabaudo.
In una tenue cornice storica si svolge la vicenda dei due protagonisti. Tenue perch, nonostante la vicenda si svolga in un preciso periodo storico, e vari protagonisti secondari siano personaggi storici sia del Ducato di Parma, sia del Regno di Sardegna e si faccia un rapido e superficiale cenno ad alcuni fatti storici, il testo risulta totalmente di pura fantasia.
Dopo un inizio un po in sordina hanno inizio una serie di colpi di scena (teatrali) che fanno evolvere la vicenda, per vari aspetti amorosa e conflittuale, fino ad un lieto epilogo dove tutti i personaggi trovano alla fine la loro adeguata soluzione.
Non  utile dire nulla della trama di questo testo perch si farebbe perdere il gusto della lettura. Il racconto ha aspetti molto teatrali ed  di piacevole lettura. Molto teatrale o cinematografico  ad esempio il colloquio fra la contessina Albina e Matteo Arpione, che immedesima il lettore nella vicenda come la sceneggiatura di un buon film. 
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L'AUTORE.
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Vittorio Bersezio (Peveragno, 22 marzo 1828, Torino, 30 gennaio 1900)  stato uno scrittore, giornalista e deputato italiano.
La sua opera (per il resto fortemente debitrice a influenze d'oltralpe, da Dumas a Hugo, Balzac, Sue)  percorsa da una vena umoristica e satirica. 
Il capolavoro riconosciuto di Bersezio  la commedia piccolo-borghese Le miserie 'd Mons Travet che ebbe a suo tempo gli elogi di Manzoni, mentre il nome del suo protagonista Travet o Travetti venne accolto nel Dizionario di Petrocchi come sinonimo di piccolo burocrate, impiegatuccio ed era ancora ampiamente usato fino agli anni settanta del ventesimo secolo.
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ARISTOCRAZIA. IL SEGRETO DI MATTEO ARPIONE.
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Capitolo 1.
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Era una triste giornata nel palazzo Sangr di Valneve: lanniversario della morte del conte-presidente.
Gi quattro volte era tornato questo giorno funesto e sempre tutti i componenti della famiglia serano raccolti a celebrarlo solennemente, con mite, ma sincero e profondo cordoglio. Il primogenito Ernesto, diventato maggiore dopo il suo ritorno dalla Crimea, accorreva da qualunque luogo in cui egli si trovasse di guarnigione, fosse pur la Sardegna; i coniugi Respetti-Landeri venivano da Milano, e tutti quanti si erano trovati aggruppati intorno al letto di morte di quelluomo giusto, si ritrovavano di nuovo raccolti a rievocarne pi viva in quel giorno la memoria, a confermare con nuove lagrime il rimpianto della sua perdita, a invocare con pi ardenti preghiere la benedizione dello spirito di lui sul capo dei superstiti.
La giornata soleva cos occuparsi. Al mattino di buona ora tutti saccoglievano nella gran sala dei ricevimenti solenni, dove nel centro della maggior parete, al punto pi in vista, al posto donore, stava il ritratto di grandezza naturale del defunto, circondato quel giorno di fiori e di corone frescamente raccolti e intrecciate. Dopo essersi un poco trattenuti col a parlare di lui, in presenza dellimmagine di lui, si recavano tutti alla messa funebre che si faceva dire alla parocchia in suffragio di quellanima, poi, tornati a casa, si visitava la camera in cui il conte era morto, la quale si conservava precisissimamente nello stato in cui trovavasi in quel fatale momento, e della quale il solo vecchio Tommaso curava la pulitezza e lassetto; l ciascuno, in silenzio, o pregava o meditava, contemplando quel letto in cui certo gli pareva scorgere ancora il pallido viso e la nobile fronte del virtuoso, retto, integerrimo gentiluomo. Pi tardi, dopo un pasto preso in comune, tutta la famiglia partiva pel villaggio di Valneve, dove nel sepolcreto in cui da secoli scendevano a giacere i Sangr, sotto una lapide che portava incisi soltanto un nome e una data, si sfaceva la salma di quelluomo benedetto. L nuove preghiere, nuove lagrime, nuova e che pareva ancora maggiore comunicazione fra i vivi sempre memori e il diletto estinto sempre diletto, e che certo non aveva neppure nellaltra vita dimenticato i suoi cari, il suo sangue.
Lora  affatto mattutina: nel gran salone il vecchio Tommaso, solo, sta disponendo, rassettando, attacca i fiori alla cornice del ritratto, spolvera, ordina le seggiole; di belle volte si interrompe nel lavoro, getta uno sguardo su quella mesta, un po severa, ma buona faccia duomo dipinta, scuote il capo, sospira e si rasciuga gli occhi.
A un tratto ode nella stanza vicina un passo accostarsi, un passo duomo franco, risoluto, affrettato: egli lo riconosce: le sue vecchie labbra sorridono lievemente; si volge con lieta aspettazione verso luscio. Il primogenito, il capo della famiglia non  ancora arrivato, ed egli sa pure che non pu mancare, che non mancher; quel passo deve essere il suo, lo  dicerto. Ecco che luscio si apre vivamente: Tommaso non si  ingannato: entra Ernesto Sangr di Valneve colla sua bella uniforme di maggiore delle guardie.
Sono passati cinque anni da che lo abbiam visto a Parma sfidare lufficiale austriaco von Klernick e battersi con lui. Fisicamente egli non  cambiato dimolto: passa di poco i trentanni, e bench comincino a cadergli in alto della fronte e alle tempia i finissimi capelli biondi, bench pi folti gli si sieno fatti i baffi che coprono il suo fine sorriso, nella carnagione, nel brillare degli occhi c ancora tutta la vivacit della giovent: ma nellespressione della fisonomia, nel complesso della figura appare qualche cosa che dinota in lui un non lieve mutamento morale, una maggior seriet, una pi cauta riflessione, un pi preciso, pi profondo e pi vivace sentimento, direi, di responsabilit e del dovere. Sotto questo rispetto, diffatti, Ernesto  cambiato dassai, tanto che del giovane leggero, un po scapato, bizzarro, anche temerario, spendereccio dun tempo, non  rimasto in lui pi nulla affatto. La parola che ha data solennemente al padre moribondo, egli lha scrupolosamente mantenuta; con brava risoluzione ha assunto il nuovo grado di capo della famiglia e fu per la madre un aiuto, un argomento di consolazione, pel fratello e la sorella un sostegno, un consigliere, un esempio di nobili tratti ed affetti. Pel cugino eziandio, per Giulio, egli ebbe lamorevolezza dun fratello e il giovanetto lo ripag dun affetto compagno, duna confidenza quale non aveva per nessuno, timido, riservato e quasi schivo qual era per natura, e dun rispetto e duna stima poco inferiori, se non affatto uguali, a quelli che aveva avuti per lo zio defunto.
E, come Giulio, tutti della famiglia hanno accresciuto per Ernesto, se non lamore, ch lo amavano immensamente gi prima, la deferenza e quella specie di domestico ossequio che, riconosce in chi n degno una certa maggioranza liberamente consentita e nobilmente accettata.
Egli ora trovavasi in guarnigione a Genova; trattenuto da ragioni di servizio, non aveva potuto partir prima, ed arrivato quella mattina, in quel punto medesimo, prima ancora daver visto nessuno della famiglia, affrettavisi nel salone a salutare il ritratto paterno, quasi a rendere il primo suo omaggio al capo di casa, morto alla vita terrena, ma vivo ancora e sempre nella memoria, nel cuore, nellanima di tutti.
Il vecchio servo, mandata unesclamazione di gioia, sera mosso verso il padrone, umile, rispettoso, e presane la mano laveva baciata.
Come sta, signor conte? disse con premuroso accento, in cui erano pari laffetto e la riverenza. Ella sar stanco del viaggio? Vuole riposarsi? Cambiarsi e ripulirsi dicerto!... Il suo quartiere  pronto...
Ernesto fece un atto colla mano, che era insieme un benevolo saluto, un ringraziamento, e uninterruzione.
Sto benissimo, rispose, non sono stanco, e andr subito a darmi una ripulitura. Ma prima ho voluto salutare mio padre, e udire da te le nuove della casa.
And innanzi al ritratto, a capo nudo, e stette l un poco, immobile, eretta la bella testa, a contemplarlo collo sguardo fisso degli occhi che leggermente si erano velati duna lagrima. A quellamoroso figliuolo, degno del nobile genitore, pareva in tal momento vedersi rivivo innanzi ladorato estinto; allo spirito del giovane sembrava comunicasse direttamente con esso, gli parlasse lo spirito del padre. Ed egli sapeva che se lanima libera della carne di chi gli aveva data la vita poteva leggergli anche nelle pi intime latebre del cuore, non ci aveva da vedere la menoma cosa onde potesse essere dispiacente: epper stava egli l, dinanzi a quel ritratto, cos levata la fronte, cos sicuro lo sguardo.
Dopo alcuni minuti, si volse di nuovo a Tommaso.
Or dunque mia madre sta bene?
La signora contessa  forse ancora migliorata di salute dallultima volta che Lei signor conte Ernesto la vide.
E mio fratello? E mia sorella?
Il signor contino Enrico sta benissimo; la signora contessina Albina, se osassi servirmi duna simile espressione, la direi un elegantissimo fiore sbocciato appena appena.
Ernesto sorrise della poetica immagine del vecchio servo, e questi temendo di essere stato troppo audacemente famigliare, si tacque di subito, arrossendo un pochino.
E Giulio? domand subito dopo il conte con una intonazione speciale, che allorecchio dun osservatore avrebbe rivelato in lui una certa preoccupazione.
Il conte Giulio, rispose Tommaso, da qualche tempo si lascia vedere molto pi raramente...
Ah s? interruppe Ernesto con vivacit.
S, signor conte: riprese il vecchio, al quale pareva eziandio premere un poco siffatto discorso: viene assai di rado, si ferma un poco, e, come vedr,  diventato pallido, mesto, e, se mi permette di parlare liberamente, pi timido e pi taciturno di prima.
Tu hai osservato tutto questo?
Oh scusi, signor conte, se oso...
Hai fatto benissimo ad osservare e a parlarmene. Questa mattina, Giulio non tarder a venire: appena giunto, digli che io laspetto, che ho da parlargli, e conducimelo nella mia camera.
S, signor conte.
Ernesto si mosse per partire: ma poi, come preso da una nuova idea, si ferm di nuovo e fece al domestico unaltra interrogazione.
E il conte di Camporolle?
Pareva che Tommaso se laspettasse, perch rispose subito e con una vivacit in cui avreste detto che cera un poco damarezza:
Oh il conte di Camporolle non manca mai in nessun giorno, e trova il pretesto di venirci anche due volte, piuttosto che una. E s fatto amicissimo del signor conte Enrico; sono sempre insieme: e dove comparisce la signora contessa colla signora contessina, qualunque siasi il luogo, teatro, passeggiate, chiesa, salotti, che so io... si  sicuri di vederlo anche lui.
Ernesto nascose sotto i baffi uno di que suoi fini sorrisi e senza risponder altro alle ciarle di Tommaso, savvi verso il suo quartiere.
Ricordati, disse ancora al domestico: appena Giulio arrivi, me lo mandi.
Venti minuti dopo il cugino Giulio entra va nella camera dErnesto.
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Capitolo 2.
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Giulio aveva anche lui tutta la delicata finezza del tipo dei Valneve, ma accompagnata ancora da unapparenza di debolezza, di gracilit, di timido riserbo. Cera molto, anzi troppo del femmineo in lui, i subiti rossori, la facilit delle emozioni e la tenerezza dei sentimenti; e avreste detto che mancava in lui ogni forza virile, se talvolta nel mite sguardo degli occhi grigi non balenasse pure una fiamma che rivelava il coraggio e la fermezza dei Sangr.
Il giovane entr quasi precipitoso nella camera di Ernesto e, gli si gett al collo ad abbracciarlo e baciarlo con tutta la effusione del suo carattere affettuoso, della sua anima tenerissima.
Ernesto contraccambi con pari amorevolezza le dimostrazioni del cugino.
Mio caro Giulio! esclam stringendoselo forte al petto; come desideravo vederti e parlarti un po bene, liberamente e da soli!
Giulio, a queste parole, ebbe un baleno quasi di timorosa ansiet negli occhi, arross nel volto delicato, dalla carnagione bianca, dalla pelle finissima, e nascose la faccia sulla spalla dErnesto.
Questi stacc adagio da s il giovane, se lo tenne dinanzi a guardarlo, mentregli teneva chino a terra lo sguardo collaria imbarazzata, e gli disse con ischerzosa amorevolezza:
Ol, signorino, lei ha da rendermi esatto e minuto conto dei fatti suoi. Sa bene che se il marchese Respetti  stato ed  tuttavia amministratore, curatore o che so io de suoi interessi materiali, di tutto quello che appartiene alla categoria per uso chiamata morale, sono io che ho preso la direzione, la cura e non senza qualche buona voglia ed effetto, mi pare.
Oh s! esclam Giulio con vivacit improntata da un vero e profondo sentimento. Tu e la tua famiglia foste e siete tutto per me... Io che non avevo pi i genitori, che non ho mai avuto fratelli, ho trovato qui le dolcezze di questi santi affetti: in te poi...
Il cugino lo interruppe sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla:
Quello che tu abbia trovato in me, lasciamolo stare; ma se non ti sono stato affatto inutile e affatto spiacente, tu mi devi in compenso la tua fiducia...
E te la do: esclam vivamente Giulio.
Ma completa, senza restrizioni, parlandomi come fai teco stesso, aprendomi intiera lanima tua... Ora io ti guardo, e vedo che sei dimagrato, che hai laria malinconica e scoraggiata, che sei pallido...
Bastarono queste parole per far salire il rossore alle guancie di Giulio, quasi a volere smentire losservazione di Ernesto; ma questi continuava:
E tutto ci  un commento alla lettera che mhai scritto la settimana scorsa: ma non  ancora tale da non farmi desiderare un commento pi chiaro, pi esplicito, pi pieno nelle tue confidenze.
Giulio sera venuto confondendo sempre pi, e al cenno della sua lettera, erasi addirittura turbato come un reo a cui si rinfacci la colpa che non pu negare.
Ah! la mia lettera: disse quasi balbettando:  stata una follia... scusami... Ho fatto male a scrivertela...
Anzi, hai fatto benissimo.
Sai pure! Ci sono dei momenti di scoraggiamento, di tristezza... Ora  passato... Facciamo come se non avessi scritto niente, e non parliamone pi.
Bravo! Io che voglio fare tutto lopposto: io che taspettavo con gran desiderio perch ne discorressimo insieme proprio a cuore aperto.
Il buon Giulio si confuse, si smarr ancora di pi.
No... non adesso... il tempo non  opportuno... questa non  giornata da occuparci di tali bagatelle... pi tardi, unaltra volta.
No, signore, no, signore: disse con fermezza e con amorevole insistenza il primogenito dei Valneve, il tempo  anzi opportunissimo, io non ho che due giorni da fermarmi, e lanima stessa di mio padre sar contenta che in questo giorno medesimo ci occupiamo dellavvenire di persone che gli stavano tanto a cuore... Or dunque sta tranquillo, lasciami dire e rispondi a tono. La tua lettera, a cui non risposi, appunto perch volevo venirti parlare a voce, lho qui... Vuoi che la rileggiamo insieme?
No, no: grid il giovane spaventato, il cui volto era tutto una fiamma.
 giusto: disse Ernesto col suo grazioso sorriso: tu non hai certo bisogno di rileggerla per ricordartene, e io la so quasi a memoria. In quella lettera mi dicevi, cos, tutto ad un tratto, che la vita tera diventata insopportabile... nientemeno...
Ernesto! esclam vergognosissimo il giovanetto.
E che pensavi quindi lasciar Torino, i congiunti, i conoscenti e andarti ad imbarcare per lAmerica, per lAustralia, per qualche terra ignota, se ci fosse, dove perderti affatto, che nessuno udisse pi mai di te.
Che vuoi? disse Giulio sempre pi confuso. Ho forse ereditato dal mio povero padre lumore vagabondo e il carattere irrequieto...
Tu che sei una perla di giovanetto, mite, modesto, assennato!
Troveresti tu tanto sragionevole il desiderio che io avessi di andare laggi dov morto mio padre e rintracciarne la tomba?
No, certo, ma bisogna esser sinceri. Il sentimento che ti spingerebbe a quella partenza non  esclusivamente la devozione figliale, non  lamore delle avventure, n il desiderio di guadagni, come fu del buon zio Armando tuo padre; ma sarebbe quella medesima causa di tristezza e di scoraggiamento che accennavi poco fa... E poich tu fai tante difficolt a dirmela codesta causa, vuoi che te la dica io?
Ma che supponi?... A che cosa vuoi alludere?... Ti assicuro...
Ah! la menzogna poi non ist bene. Potresti tu, oseresti tu negarmi che qui sotto c un amore?...
Ernesto! esclam Giulio, proprio con isgomento. Non dire una parola di pi... Non farmi vergognare.
E perch vergognare?...  una vergogna forse lamare nobilmente una buona e brava ragazza?... Perch tu ami nobilmente, non  vero?
Oh s! esclam il giovane con forza, con calore, con nuovo coraggio, locchio brillante e le guancie arrossate.
E sei persuaso che quella che ami  una buona e brava ragazza?...
La migliore, la pi leggiadra, la pi sublime che sia sulla terra! grid con entusiasmo Giulio.
Un angelo, secondo il solito: aggiunse scherzevole Ernesto: ma questa volta credo che... e non secondo il solito... tu abbia proprio ragione a chiamarla cos. Ma dandole il suo nome terreno, quella ragazza noi la chiameremo?...
Si tacque aspettando che il giovane pronunziasse il nome: ma egli invece butt di nuovo le braccia al collo del cugino e nascose tutto tremante il volto sulla spalla di lui.
La chiameremo Albina, prosegu dolcemente il fratello della giovanetta.
Giulio ebbe una scossa in tutta la persona.
Oh Ernesto! mormor.
Or dunque tu vedi che la tua confessione... un po per forza se vogliamo... me lhai fatta... e aff mia, non ci vedo proprio nulla da vergognarsene.
Ce n, a pensare che non si  degni, neppur per ombra, di colei a cui si osa rivolgere la mente e consecrare il cuore, a pensare che ella non vi potr mai corrispondere...
E chi te lo dice? interruppe Ernesto.
Tutto, e prima di tutto la coscienza di me stesso: rispose animandosi Giulio. Certo, se per esser degno di lei, bastasse amare sinceramente, profondamente, santamente, potrei sperare pur io; io che lamo fin dal primo momento che ho avuto cognizione, che le ho votato un culto nel mio cuore, che in lei vedo tutto ci che v di pi bello e di pi nobile nel mondo, che vorrei poterle mettere ai piedi tutte le grandezze, che vorrei potermi acquistare un raggio di gloria per unirlo allo splendore di leggiadria e di virt che circonda la sua fronte.
Ma bravo! esclam il fratello dAlbina. Non ti ho sentito mai a parlare con tanta eloquenza!... Codeste belle cose, che dici a me, se tu le dicessi...
A lei? interruppe Giulio spaventato. Dio mi guardi!... Come potrei osare?... In sua presenza non trovo pi le parole. Ho un tumulto qui dentro... e non mi posso spiegare... Vorrei talvolta, e la lingua mi si annoda, e un tremito mi invade, e faccio dispetto a me stesso... E quando vedo altri che ha maniere cos forbite ed eleganti, che sa parlare con garbo...
Ah! qui veniamo dove il dente duole di pi. Chi  questaltri?
Niente... nessuno... Tu mi fai parlare parlare, e mi scappano dette certe cose...
Che a me dovresti confidare senza fartele tirar fuori cos a spizzico... Quellaltri dunque non lo vuoi nominare? Lo nominer io:  il conte di Camporolle.
Giulio ebbe un momento di risoluzione e di coraggio.
Ebbene, s,  lui... Oh come lo invidio!... Come ne son geloso!... Mi pare a volte di odiarlo.
Odiarlo! Egli  pur cos buono, gentile, e si fa ben volere da tutti.
Eh! appunto per questo!...
Giulio, disse Ernesto dopo una breve pausa: tu conosci la mia schiettezza, e io, secondo il solito, luser anche teco. Se io in codesta faccenda avessi potuto influire per qualche cosa, se avessi potuto effettuare il mio desiderio, non avrei voluto che nel tuo cuore nascesse tale amore per mia sorella...
Ecco l! interruppe con dolorosa vivacit il giovinetto anche tu mi condanni?... Se lo sapevo, lo sapevo... Anche tu preferisci quel conte Alfredo, che  il beniamino di tutti. Tuo fratello Enrico n addirittura infatuato; la zia Adelaide stessa lo accoglie con maggior distinzione... Lhai detto benissinio tu adessadesso: colui s che sa farsi benvolere da tutti! Io sono un meschino e conosco la mia meschinit.
Il poveretto aveva le lagrime agli occhi e si mordeva le labbra per non rompere addirittura in pianto.
Il cugino gli prese scherzosamente la guancia fra lindice e il medio della mano destra e disse:
Tu sei un ragazzo che hai trovato modo di fare un difetto, esagerandola, duna bella virt, che  la modestia. Non vorrei che tu fossi un fatuo orgoglioso; ma che diamine! un pi giusto concetto di te lo dovresti pure avere. Ora lasciami parlare, non interrompermi pi, e vedrai che la conclusione non sar tanto sgradevole come te lo immagini. Io dunque avrei desiderato per te unaltra compagna, che non avesse il medesimo sangue nelle vene; e per Albina uno sposo di tuttaltra stirpe, fosse pur anco di unaltra regione della penisola...
Come appunto il Camporolle! esclam con qualche amarezza Giulio.
E sai perch? Perch tutti i fisiologi oramai saccordano nel dire che i matrimoni fra consanguinei vanno a detrimento della prosperit della prole e sono causa di decadenza delle razze. Lindebolimento, lesaurimento delle famiglie reali non hanno forse altra causa: ed a questa pure devesi attribuire il cambiamento nostro, quello che fece piccoli, delicati, sottili noi discendenti di quei colossi che portavano armature di ferro e maneggiavano antenne per lancie.
Ed  questa la conclusione che non deve essermi sgradita? domand il giovanetto.
Abbi un momentino di pazienza, e lasciami finire. Io non sono cos assoluto nelle mie opinioni da preferire il trionfo dun principio da me adottato alla felicit delle persone che amo; e siccome te pure amo proprio assai...
Oh lo so, e grazie...
Siccome penso che tu saprai rendere felice Albina...
Dio eterno! Oh come vorrei impiegare ogni mia facolt, tutta la mia vita a soddisfare ogni suo desiderio!
Bench molto mi sia caro anche Alfredo, di cui ho avuto campo a conoscere in Crimea lanimo eletto, lindole eccellente e il valore veramente ammirabile, pure io mi adoprer volentieri per fare ottenere a te la mano di mia sorella.
O Ernesto! esclam il giovane impallidito, tremante dallemozione da sembrar quasi di svenire.  ci possibile?
A un patto per: che Albina ci consenta di buon animo.
Giulio abbass il capo scoraggiato.
Ahim!
E per sapere codesto c un mezzo solo, che dovrai mettere in opera tu stesso.
Quale?
Domandarglielo a lei.
Io?... Ah! non oser mai.
E allora toccher anche a me fare questa bella parte.
Ah per carit Ernesto... La risposta la prevedo gi pur troppo.
Forse che Albina ha lasciato scorgere in qualche modo linclinazione del suo cuore?
No... non so; non potrei dir nulla...  sempre tanto buona, tanto gentile, tanto dignitosa e modesta con tutti!
E dunque non c altro modo, per saperne qualche cosa, che interrogarla...
In questo punto, dopo aver picchiato alluscio, entr il vecchio Tommaso, ottenutane licenza dal padrone.
La signora contessa Adelaide e la contessina Albina sono gi nella sala.
Andiamo subito: disse vivamente Ernesto.
Giulio lo ferm pel braccio.
Per carit! gli susurr sottovoce: non parlare di nulla...
No certo, in questo momento: rispose Ernesto: ma pi tardi...
Il giovane innamorato segu con un po pi di tranquillit e sicurezza il cugino nel gran salone dove le signore stavano aspettando.
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Capitolo 3.
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La contessa Adelaide, nella sua mestizia irrevocabile oramai, ma mestizia rassegnata e che oserei dire soave, conservava ancora traccia della splendida bellezza della sua giovent. I capelli, tutti imbiancati ne cinque anni trascorsi dopo la morte del marito, scendendole alle tempia in due striscie larghe e ben fornite, le coronavano la bella fronte, bianca al pari dellalabastro, dandole non so quale splendore, che destava in qualunque, omaggio di reverenza; gli occhi erano ancora pieni di luce, le labbra, bench impallidite, di grazia; il contegno era mitemente altero, rivelava la coscienza duna certa dignit e supremazia, ma accompagnata dalla maggiore benevolenza dellanimo e gentilezza di modi. Vestiva tutto di nero, che dal d in cui era rimasta vedova, non aveva pi abbandonato il corruccio, e avea deciso non lasciarlo pi in tutta la sua vita; e da quellabbigliamento scuro, ricco insieme e modesto, che faceva ricrescere la pallidezza del suo volto, la canizie de suoi capelli, essa riceveva allaspetto una maggior solennit, un non so che di venerando. Era una di quelle figure di donna, innanzi alle quali, nessuno, per quanto corrotto e malavvezzo, oserebbe manifestare un sentimento, non che colpevole, triviale, quasi non oserebbe nemmeno concepirlo n lo potrebbe provare. Ella sedeva sopra un gran seggiolone, postato proprio in faccia al ritratto del defunto, e guardava fiso questo ritratto, e le labbra le si movevano lievemente, per dire, senza suono per, forse un amoroso saluto, forse una preghiera.
Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la belt giovanile della madre. Mai profilo pi puro fu disegnato da mano ispirata dartista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in cuor duomo pi nobili sentimenti e aspirazioni, smania pi viva ed efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come il cielo, avevano una profondit da oceano, uno splendore da stella, e, colla vivacit della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacit del colore, nella leggiadria delle linee, avevano unattraenza, una seduzione impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una felicit solo il vederle a sorridergli, ludirne una parola gentile. Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma non senza arguzia, sempre per manifestare i pi nobili sentimenti; e la sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla lamavano! Tutti quelli che laccostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anchessa e il suo capo biondo, ornato riccamente dal diadema doro dei capelli, sorgeva superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che terminava labito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani piccole, un po lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore, quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.
Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la seconda salut con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti, e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.
Il conte and sollecito innanzi alla madre, le inchin dinanzi le sue spalline da maggiore, il suo petto fregiato della medaglia al valor militare, che si era guadagnata in Crimea, il capo ordinariamente eretto con altiera sicurezza innanzi a tutti; le prese la destra che ella gli porgeva e la baci con reverenza piena pure daffetto.
Madre mia, le disse, la rivedo con gioia in buona salute.
Essa lasci che il figliuolo le baciasse la mano e pronunciasse quelle parole: il suo sguardo e le labbra dicevano sempre la tenera letizia del suo cuore in quel momento, poi per la mano con cui Ernesto stringeva quella di lei, la madre trasse a s il figlio, lo serr al suo petto, lo baci sulla fronte e sulle guancie, e facendo posare il capo di lui sulla sua spalla, in quellamoroso amplesso disse, guardando con occhio inumidito il ritratto dellestinto:
Che tu sia il benvenuto, figliuol mio: il benvenuto in questa casa che  la tua, in questo giorno che  ora per noi il pi triste e il pi solenne!
Ernesto si rialz commosso, per un minuto non pot parlare: le labbra gli tremolavano.
Grazie, madre mia!... Non seppe dir altro; e poi presa alle due mani la sorella, senza parlare, la trasse a se, labbracci e la baci con profonda commozione, con infinita tenerezza.
Giulio sera fermato con rispettosa timidezza sulla soglia, quasi pauroso di turbare colla sua presenza quel primo sfogo di domestici affetti: e fu la contessa Adelaide la prima, non che lo vedesse, ma che lo invitasse ad avanzarsi. Il giovane saccost alla zia, le baci ancor egli la mano, domandandole nuove della salute, e poi si volse alla cugina, che Ernesto aveva lasciata libera del suo affettuosissimo amplesso.
Addio, Albina: le disse: tu stai bene?
Le parole erano le solite che sono in bocca anche dei pi indifferenti; ma nellaccento con cui erano pronunziate vibrava lemozione di un affetto cos intenso, cos pieno, cos potente, che qualunque donna lavrebbe potuto avvertire; pensiamo un poco se non doveva accorgersene Albina, la quale aveva una tanta finezza di percezione, tanta delicatezza di sentimenti!
Grazie! ella rispose: e tu pure?
La risposta era comune come la domanda; ma laccompagnavano un sorriso, uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide unghie di lieve color roseo.
Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la tocc appena, non os stringerla e la abbandon in fretta, come se il raso morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche traverso la pelle del suo guanto.
E dov Enrico? domand Ernesto.
 nel suo quartiere, rispose la madre. Ci ha insieme Alfredo di Camporolle.
Ah! esclam vivamente Ernesto, quel buon Alfredo!... Lo vedr pur tanto volentieri.
Anche Giuli, a quel nome, si riscosse e mand una piccola esclamazione cui per riusc a soffocare in gola; ma n il suo riscuotersi, n la sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne lespressione: e anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti di costei non dissero nulla ed ella saggiust con tutta indifferenza le trine dun polsino.
Ernesto continuava:
Alfredo  dunque diventato amicissimo di mio fratello?
Oh sono inseparabili: rispose sorridendo lievemente la contessa Adelaide.
 perci che si trova in casa nostra tanto di buonora? Credo che la sia unamicizia codesta che non possa far torto n danno ad Enrico.
Lo credo anchio: disse la madre. Camporolle mi pare un giovane proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea, puoi giudicare molto pi rettamente dei suoi meriti.
Se non lavessi conosciuto degno di frequentare la casa della contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato presentarglielo, madre mia: disse con accento serio il maggiore delle guardie. Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, collimmenso cielo per vlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di cholra, di palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo di leggersi nel cuore, due che abbiano un po di cervello in capo, e di stimarsi a vicenda lanima per quel che la vale. Camporolle non  dei caratteri pi forti, ma  di indole retta, onesta e valorosa. Male attorniato avrebbe potuto traviare... Mand un sospiro e aggiunse amaramente:  pure cos facile alla giovent di lasciarsi trascinare a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima lessere venuto a combattere laggi. La disciplina militare e la filosofia pratica, modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto pi robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io lho visto sotto il fischio delle palle e il grandinar della mitraglia, lho visto assistere allagonia dei cholerosi, lho visto a battere i denti in un freddo da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.
La contessa Adelaide accenn gravemente col capo che approvava le parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di cortese, sempre aggraziata, un po altiera indifferenza; Giulio, a quel panegirico, provava una contrariet che, a dispetto della timidezza, trovava modo di manifestarsi, nellagitazione delle sue mani, nel morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel baleno degli occhi. La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra color di rosa; ma gli occhi di lei videro pi in l, sino alluscio della sala che, aprendosi, diede il passo allaltro suo fratello.
Ecco Enrico! dissella.
Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte sua corse sollecito verso di lui.
Ernesto!
Enrico!
Collesclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso lemozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza fraterna.
Lo sguardo della madre loro si pos con compiacenza, con una specie dorgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni e generosi, e poi risal fino al ritratto del padre loro, quasi ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle consolazioni chella ne riceveva.
Enrico era di statura pi alta che Ernesto, ma di complessione pi delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, per con un piglio pi altezzoso, come pure con pi superba e forse meno cortese lindole. Dalla coscienza che aveva della pura nobilt del suo sangue, egli non riceveva soltanto lidea dei maggiori obblighi che gli toccassero, ma eziandio quella duna supremazia che gli competesse naturalmente, duna maggioranza che la Provvidenza gli avesse dato sugli altri uomini. Non pu dirsi che disprezzasse quelli che appartenevano alle classi inferiori, perch veramente non disprezzava nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorit, recarsi in pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.
Finite le accoglienze oneste e liete col fratello, Enrico si volse alla madre:
Vengo a pregarla dun favore, a nome dun supplicante, che non osa presentarsi.
Chi? disse la contessa volgendosi al secondogenito: Camporolle forse?
S, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, allomaggio che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, bench non ci sia congiunto per sangue, bench non labbia neppure conosciuto da vivo; ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel tempo appunto quando ci capit cotanta sventura, egli strinse amicizia con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della sua vita, cos bene che gli pare quasi davere un po di ragione da chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.
La contessa Adelaide corrug un poco le sopracciglia e guard il primogenito, come per vedere nellaperto di lui volto le impressioni che queste parole gli facevano.
 vero, disse il maggiore con quale vivacit. Forse, se io non gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un abisso. Egli ebbe in me la pi intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo che altrove da quel chegli credeva stava la difesa del suo onore e la giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.
Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ci sia conveniente, io non nego il mio consenso allammissione fra di noi del conte di Camporolle.
E io vado subito a dargli questa buona notizia, esclam Enrico; e ritorno sollecito qui con lui.
Usc senzaltro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della mano sinistra, ne strapp un bottone.
Il vecchio Tommaso spalanc luscio e nunzi:
Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.
La contessa Adelaide volse il capo con premura verso lentrata: Ernesto ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza, allora posta, nel salone del palazzo Sangr.
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Capitolo 4.
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La marchesa Sofia era sempre leggiadra, graziosa e buona. Dopo lavventura del duello fra il cugino Ernesto e von Klernick, ella avea acquistato ancora un altro merito agli occhi dei liberali milanesi, che vuol dire di quasi tutta quella societ, e pi ancora di suo marito quello di avere chiuso luscio di sua casa a tutti gli ufficiali austriaci e aver tolto affatto a chi frequentava le sue sale il pericolo dincontrarvi labborrita assisa dei soldati stranieri. La conversazione quindi in casa di lei era venuta in gran favore; vi accorrevano premurosamente tutte le individualit pi distinte di Milano per censo, per ingegno, per dottrina, scienziati, scrittori, artisti, e siccome la padrona di casa, insieme collavvenenza, possedeva spiirto, tatto, eleganza, vi si piacevano assai e avevano messo il salotto della marchesa cos alla moda, che lesservi ammesso era il desiderio di quanti, uomini e donne, aspiravano a venir giudicati persone di garbo.
Il marchese avea continuato a lavorare, recare vantaggi allagricoltura e arricchire il suo patrimonio. Studiando i bisogni assai trascurati della coltivazione de campi in Italia, aveva incontrato sul suo cammino anche i bisogni, che son troppi e troppo negletti ancor essi, de coltivatori, e non se nera sviato con indifferenza o collimpaziente leggerezza dellegoismo non ancora direttamente minacciato; ma ci si era messo intorno di buon animo e aveva penetrato forse pi che non altri nella questione sociale agraria, meno immediatamente pericolosa e urgente, ma non meno grave e terribile di quella operaia. Aveva pubblicato un libro indarno alle condizioni della propriet agricola in Lombardia, e bench ci fosse e apparisse evidente il proposito di non toccare la quistione politica, tuttavia, trattando delle imposte e dei provvedimenti amministrativi che direttamente e mediatamente influivan sulle cose e glinteressi de campi e de campagnuoli, saltava fuori luminosamente provato, anche sotto questo rispetto, il danno della dominazione straniera; con effetto anzi tanto maggiore in quanto che i ragionamenti che conducevano irrefragabilmente a tal conclusione, parevano ed erano pi alieni da ogni soffio di passione, da ogni influsso di preoccupazione  politica. Questo libro aveva prodotto un grande effetto nelle sfere governative, in quella degli intelligenti studiosi, e in generale in tutto il pubblico, il quale, senza leggere le pagine poco divertenti di quel trattato, udendo che era uno scritto liberale, avverso allAustria, si pose a batter le mani, a gridar bravo allautore e a proclamare il libro un capo dopera. Il Governo, impensierito, imbizzito di questa nuova popolarit del nobile piemontese, della quale capiva il significato di opposizione, posto ancora in sospetto verso il marchese dalle gite assai pi frequenti dun tempo, che egli faceva in Piemonte, pens un momento di dargli addirittura lo sfratto; ma poi non os mostrare tanta paura di tale, cui nessuno poteva accusare di avere attinenze coi rivoluzionari, e che si sapeva pure essere costretto a quei viaggi al di qua del Ticino dallamministrazione chegli aveva assunta ed esercitava con zelo dei beni e degli interessi di un giovane parente, il cavaliere Giulio Sangr. In realt per avveniva che i rapporti del marchese Respetti col partito nazionale esistessero davvero e fossero maggiori di quanto lAustria sospettasse, e ci per mezzo del capo medesimo di quel partito da Vienna cos odiato, il conte Camillo di Cavour, ministro del re Vittorio Emanuele II. Non ci fu mai volta in cui Ernesto Respetti-Landeri venisse in Piemonte, senza che il Cavour, il quale lo conosceva gi da tempo, non trovasse modo di avere con lui una pi o meno lunga, sempre vivace conversazione. Talvolta gli era incontrandolo sotto i portici di via di Po, nella passeggiata che ministro ci faceva quotidianamente.
Oh oh Respetti! Lei qui? gli gridava col suo accento, di solito allegro, il ministro; e pigliandolo famigliarmente pel braccio lo traeva seco, mentre quelli che laccompagnavano, passavano discretamente di dietro in seconda linea.
Unaltra volta era trovandolo la sera in qualche salotto, o spettacolo, o convegno qualunque del mondo elegante; ei lo traeva con s, cos, senza apparenza nessuna di malizia, in un angolo appartato, nella strombatura dun finestrone, in un pi riposto gabinetto, e discorrevano animatamente, mentre tutti ci mettevano la migliore attenzione del mondo a non interromperli, a non disturbarli, a nemmanco accorgersene. Cavour era abilissimo a interrogare. Il Respetti aveva un gran desiderio di rispondere; e cos avveniva che dopo mezzora di colloquio quel di Lombardia avesse detto tutto quel che per lui si sapesse dello stato degli animi e delle cose in quel paese, e laccorto ministro del Piemonte avesse imparato assai di quanto a quel proposito gli poteva importare.
Questa fiata, arrivato la vigilia a ora tarda, il marchese Ernesto non aveva ancora avuto occasione dincontrare il Cavour; ma egli sperava di averla quel giorno medesimo ed era deciso di andarla a cercare, perch gli pareva avere informazioni importantissime da dire al ministro e immaginava che questi, a sua volta, avrebbe avuto grande interessamento ad ascoltarle e forsanco assai desiderio di comunicare a lui cose di molto rilievo.
Ora intanto ed egli e la moglie erano tutti collanima e col cuore alla mesta commemorazione celebrata dai loro amici e congiunti, i Sangr.
Scambiati colla maggior effusione gli affettuosi convenevoli fra i Respetti ed i Valneve, il marchese Ernesto che, allora pure per la prima volta, dopo il suo arrivo a Torino, vedeva il suo giovane protetto Giulio, not in costui la pallidezza maggiore, laria afflitta e contrariata, il turbamento dellanima cui la ingenua fisonomia del giovanetto non sapeva dissimulare; onde, prendendolo amichevolmente pel braccio e trattolo un poco in disparte, senza che paresse, gli domand sotto voce:
Che coshai Giulio?... Stai poco bene o ti  capitato qualche dispiacere?
Il giovane cominci per arrossire fino alla radice de capelli e poi rispose con penoso imbarazzo:
Io no... non ho niente...
Ernesto Respetti avrebbe forse insistito; ma a salvare il povero Giulio da ulteriore interrogazione, sopraggiunsero in quella Enrico di Valneve e Alfredo di Camporolle.
Il primogenito dei Sangr aveva avuto ragione dicendo che la campagna di Crimea era stata di gran giovamento ad Alfredo, afforzandone la tempra e rinvigorendone le membra. Quel morbosamente delicato che notammo in lui, quando lo vedemmo la prima volta a Bologna innamorarsi dellavventuriera che doveva essergli tanto fatale, quel femmineo che lo aveva fatto chiamare beffardamente la ragazza dal fu duca di Parma, era affatto sparito da lui. La carnagione gli si era un po pi abbronzata, i tratti avevano prese linee pi precise e ferme, lo sguardo pi sicurezza e la fisonomia unespressione pi ardita e virile. Da ci il suo volto erasi ancora abbellito, e se la Zoe lavesse visto ora, forse avrebbe trovato anche maggiore in lui quella potenza dello sguardo che le aveva ricordato vivamente un uomo amato e perduto ed era stata la prima cagione della loro attinenza.
Tornato dalla spedizione di Crimea, Alfredo non sera stabilito subito a Torino, bench fosse quello il suo massimo desiderio. Limmagine di Albina, si era impressa cos fittamente nel cuore di lui, che sempre e nella campagna e poi egli laveva presente; ma aveva pur capito che questo suo amore, il quale ingigantiva ogni giorno, cos diverso da quello statogli prima ispirato dalla Zoe, non avrebbe potuto avere per allora fortunato successo. La fanciulla era troppo giovane perch si consentisse gi ad accasarla, ed egli era troppo poco noto a lei stessa e alla famiglia per venirne accettato fin da quel punto quale pretendente alla mano di Albina.
Aveva fatto erigere il modesto monumento sulla tomba di sua madre, ma non aveva potuto andarci lui a farlo mettere a posto n tampoco a vederlo di poi, perch la polizia parmense laveva respinto ai confini e ricordatogli lintimazione di non introdursi mai pi nel territorio del ducato; e sera dovuto, a sua gran malavoglia, servire per ci dellopera di Matteo Arpione che fece eseguire ogni cosa per mezzo dellAntonia e del Battistino. Sera quindi recato a Lugo, e l aveva rintracciate alcune notizie dei Corina suo padre e suo avo, le quali saccordavano perfettamente colle informazioni dategli da Matteo. Congiunti suoi, appartenenti alla sua famiglia, amici della medesima neppure, non ve nesistevano pi: ed egli, dopo passato alcun tempo nel suo vasto possedimento da cui prendeva il titolo nobiliare, in una solitudine che gli si fece presto amaramente uggiosa, aveva finito per venirsi a stabilire a Torino, dove il cuore lo spingeva sempre a recarsi, dove da un anno abitava, e introdotto nella migliore e pi alta societ, erasi fatto intimo amico anche del secondogenito dei Sangr e famigliarissimo di questa nobile famiglia.
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Capitolo 5.
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Alfredo di Camporolle si avanz sollecito, colla garbata agiatezza di portamento che ha un gentiluomo avvezzo al lustro dei saloni e al fuoco degli sguardi delle pi eleganti assemblee; prima di salutare nessun altro, prima di pur mostrare daccorgersi della presenza di altri, and premuroso verso la contessa, ne prese la mano chessa gli porgeva e la baci con una galanteria piena di reverenza.
Signora contessa, dissegli poi con accento compagno a quellatto; le sono riconoscente, proprio dal profondo del cuore, della grazia chElla mi fa di lasciare che anchio, in questo giorno per loro cos sacro, venga a recare il piccolo tributo del mio culto alla memoria di quelluomo impareggiabile, che sio non ebbi la fortuna di conoscere di persona, ho pure il bene di poter apprezzare ed ammirare nella famiglia in cui le virt di lui sopravvivono.
La contessa Adelaide, prima di rispondere, volse uno sguardo al ritratto dellestinto, come per consultarlo: di mezzo alla cornice dorata, la figura grave e pensosa del fu conte-presidente pareva rivolgere benevola il suo serio sorriso sulla cervice chinata di Alfredo.
Signor conte, rispose poi la vedova Sangr, con voce alquanto commossa: son io anzi che la ringrazio, noi che la dobbiamo ringraziare del suo gentile pensiero. Dicerto tutti quelli che si associano a noi per onorare la memoria di quel caro che abbiamo perduto, possono contare sulla nostra simpatia, sulla nostra gratitudine.
Ah, signora contessa! esclam Alfredo con calore contenuto e con evidente commozione: che cosa non farei per rendermi degno almeno della prima!
Si volse e si trov innanzi Ernesto di Valneve, che gli tendeva sorridendo le mani; si abbracciarono come due buoni e amorosi fratelli.
Il marchese Respetti, che nelle sue gite a Torino non aveva ancora mai avuto il caso dincontrare il Camporolle, domand piano chi fosse quel giovane al povero Giulio che si mordeva sempre pi le labbra e aveva strappati tutti gli altri bottoni dei suoi guanti.
Giulio rispose come se avesse qualche amara medicina in bocca:
Alfredo di Camporolle, un conte... di Lugo.
Albina in quel momento rispondeva tranquilla, aggraziata come sempre, gentile al solito, al saluto che le rivolgeva Alfredo commosso.
E ora, Ernesto, disse la contessa Adelaide al suo primogenito, presenta il conte di Camporolle ai nostri buoni cugini.
La presentazione ebbe luogo in tutte forme; ma Alfredo sent che nessuna corrente di simpatia si stabiliva fra lui e il marchese, e che questi aveva una certa diffidenza e forsarco un certo mal animo nello sguardo con cui losservava.
E ora tutti si sono rivolti al ritratto del morto; la contessa in mezzo nel suo seggiolone, sola seduta, a suoi lati, a destra Albina, a sinistra la marchesa Sofia, poi in semicerchio gli uomini, cos che Ernesto ed Enrico ai due capi chiudono la piccola schiera.
Succede un momento di silenzio.  il primogenito dei figli che lo rompe.
Padre mio, dice con voce contenuta, in cui vibra tuttavia una profonda emozione, ho fede che tu sei qui con noi, che tu ci leggi in cuore. Guarda nel mio, scrutalo nei suoi pi nascosti recessi; oso sperare che il tuo sguardo di spirito non ci potr incontrar nulla che sia la traccia dun affetto, di un sentimento indegno di te, del nostro nome. A te vivente, io, disgraziato, fui cagione di non lievi dispiaceri, e tu generoso, mhai perdonato: oh vedi ora se del tuo perdono mi son fatto meritevole!
La madre lo interruppe.
S, figliuol mio; in nome di lui io te lo dichiaro, io, a cui non hai dato pi colla tua condotta che motivi di consolazione e dorgoglio.
Ernesto Sangr si copr con tuttedue le mani la faccia, come per non lasciare scorgere la soverchia emozione che vi si dipingeva, come per frenarla e cancellarne le mostre, e rimase immobile e muto.
Il marchese Respetti prese lui a parlare.
Non poteva essere altrimenti di chi ha nelle vene il sangue del conte-presidente di Valneve. A quelluomo egregio che fu amico intimo, quasi fratello a mio padre, che fu mio amoroso padrino, mio assennato consigliere, che cosa non devo io pure? Mentre io era assente, a mio padre infermo egli diede la pi amorosa assistenza, fu di lui, reso immobile, la mano, il braccio, il pensiero; lo tenne al suo seno amoroso negli ultimi spasimi dellagonia, gli chiuse con amorosa destra gli occhi... Oh! lanima santa di Ernesto Sangr, conte di Valneve, vedr pure che lomaggio chio rendo qui con voi alla sua memoria  il pi sincero, il pi commosso che possano dare il cuore e la mente dun uomo.
La contessa Adelaide si rasciug gli occhi e tese la mano al Respetti.
Grazie, mio buon Ernesto, gli disse. Come mi riesce caro chiamarvi col nome che aveva il mio buon compagno, che ha il mio figliuolo!... Grazie del vostro affetto. Lemozione che voi mi date mi  soave, mi solleva. Nulla mi  pi gradito che udire ricordati lo sposo mio e i meriti suoi. E volgendosi al ritratto soggiunse: Tu lo vedi, mio diletto, tu lo vedi ora, meglio che quando eri fra noi, di quanto amore, di quanta venerazione facciamo omaggio alla tua virt, alla tua bont, alla tua memoria! Ora fra di noi non c pi che la tua immagine: in questo giorno son cinque anni che tu ci hai abbandonati; ma noi ci stringiamo intorno a questa immagine tua, come ci stringevamo intorno a te, e ti preghiamo di amarci, di ispirarci, di guidarci per le vie del mondo... S, perch tu, anchio ne son certa, tu sei qui con noi, e come vegli sulle nostre esistenze, ora sorridi al nostro affetto e benedici alla nostra tenerezza.
Si copr gli occhi col fazzoletto e pianse silenziosamente; tacite lagrime rigavano le guancie di tutti.
Ernesto Sangr si riscosse dopo un momento; fece un passo verso la contessa e disse con accento supplichevole:
Madre nostra!... Colui che non  pi, il capo della nostra famiglia, il padre, oggi stesso, cinque anni sono, ci benediceva morendo; ora ci ripeta Lei quella benedizione, o madre, se le sembra che la meritiamo; ci benedica e parr ai figli suoi di udire dalla sua bocca le benedizioni del padre che abbiamo perduto.
Oh s, mamma, esclam Albina, piegandosi verso la contessa: scenda su di noi, per le sue labbra, la benedizione del padre nostro!
E possiamo, noi, aggiunse Enrico, venir sempre pi degni di Lei e di Lui che certo veglia su noi dal cielo.
La madre tese le braccia verso i figli che vennero a inginocchiarsele ai fianchi: essa li abbracci, poi mise le mani sul capo dei maschi e quindi sulle chiome di Albina.
S, disse, vi benedico, e vi benedice vostro padre di lass. Voi siete lunico mio conforto nella vita, lunica mia consolazione nel dolore. Iddio vi dar anni molti e felici, perch onorate i vostri genitori, e io lo prego che vi conceda dei figli che sieno a voi quello che foste pel padre e per la madre vostra.
Poi li baci un dopo laltro lungamente sulla fronte.
Un quarto dora dopo, un discreto grattare alluscio indicava che alcuno domandava permesso di entrare.
Il primogenito dei figli interrog collo sguardo la madre, la quale fece col capo un segno di assentimento.
Avanti! disse la voce franca e vibrata del maggiore delle guardie.
Luscio si apr adagino e comparve il vecchio domestico Tommaso, con due lacch dietro le spalle.
Signora contessa, le carrozze sono in ordine: disse Tommaso.
La vedova Sangr salz.
I nostri cappelli e mantelli: disse.
Le cameriere, che erano pronte cogli oggetti domandati nella sala vicina, accorsero e vestirono le due signore. La contessa Adelaide prese il braccio del marchese Ernesto Respetti-Landeri.
Conte di Camporolle: dissella poi: se ci vuole accompagnare alla messa funebre, offra il braccio alla marchesa Sofia.
Il giovane fece un profondo inchino e obbed.
Giulio stava l interito, guardando dietro Alfredo con occhio punto benigno, allorch sent una mano lieve lieve passare nella ripiegatura del suo braccio.
E tu, Giulio, sii il mio cavaliere: gli disse la voce soave di Albina.
Egli arross, poi impallid, e mosse i primi passi quasi vacillando.
I lacch aprirono gli usci a due battenti per dar passaggio alla comitiva. Tommaso rest lultimo lasciando passare innanzi tutti, curvo in atto di reverenza; quando fu solo nel salone, and innanzi al ritratto, pose la pezzuola sopra una seggiola, vi sal sopra tanto che la sua bocca arrivasse fino allaltezza della mano dipinta del morto padrone, e su quella mano pos un leggero rispettosissimo bacio, poi discese e corse in chiesa anche lui.
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Capitolo 6.
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Occupandosi con zelo degli interessi di Giulio, secondo la raccomandazione fattagliene dal conte-presidente moribondo, il marchese Respetti aveva eziandio accresciuta laffezione verso il giovane e poneva assai premura in tutto quello che lo riguardasse. Quindi sera impensierito non poco dellaspetto sofferente e pi che malinconico del cugino, e avutolo in disparte quel giorno stesso, aveva saputo interrogarlo cos bene da riuscire a trargliene fuori il segreto: lamore cio che nutriva per Albina e la gelosia, che a lui pure pareva ragionevolissima, ispiratagli dal conte di Camporolle.
Mosso dal suo vivo interessamento per Giulio, il marchese erasi posto subito a investigare chi fosse quel forestiero, ed appresone il poco che era conosciuto dalla societ elegante torinese, aveva trovato, al di l di quelle superficiali informazioni, un qualche cosa di misterioso, una specie di barriera che separava un passato, non si sapeva quale, da uno stadio relativamente recente. Egli pens interessante non solo, ma necessario penetrare al di l di quella barriera e stava immaginandone il come, quando alla sera, in sul tardi, ricevette un bigliettino in cui erano scritte in fretta le seguenti parole: Domattina, alle cinque, il sottoscritto attende a casa sua il marchese R. L... Cavour. Tutto quel giorno il Respetti era stato preso dalle meste funzioni di quella dolorosa solennit famigliare e non aveva potuto, malgrado il suo vivo desiderio, adoprarsi in modo da incontrare, secondo il solito, qua o col il ministro. Anche questi evidentemente, saputo che il marchese era a Torino, desiderava assai vederlo; perch, non contentandosi pi di aiutare il caso che li faceva trovare, gli assegnava un preciso ed urgente convegno. Determinando di essere esattissimo allora datagli, il cugino di Giulio ebbe, come per unispirazione, il pensiero che, dopo esauriti i pi importanti argomenti di cui aveva da intrattenerlo il ministro, egli avrebbe potuto chiedere da questo come un favore, poich sapeva o era in grado di sapere tante cose segrete, che volesse aiutarlo a scoprire chi fosse realmente il conte di Camporolle.
La conferenza che il Respetti ebbe col conte di Cavour nello storico gabinetto con parato verde del palazzo del ministro medesimo, fu pi lunga dogni altra precedente, e di grandissimo rilievo. Si era alla vigilia oramai di quella lotta contro lAustria che il Piemonte nei dieci anni trascorsi, per opera del suo re, de suoi uomini di Stato, della sua stampa, di una immensa maggioranza del suo popolo, aveva fatto di tutto per riprendere, trascinando seco la forza, lonore dellimpero napoleonico e della Francia: la diplomazia tentava ogni sua maggior possa per impedire il rompersi delle ostilit, che ogni governo europeo paventava avrebbero facilmente tratto a guerra generale, e l, allimminenza dello scoppio, lo stesso regnante in Parigi pareva esitare, volersi arrestare, non essere malcontento de casi che gli dessero pretesto di sottrarsi allimpegno. Un menomo errore, un atto inconsulto, unimprudenza, o del governo piemontese o delle popolazioni italiane, poteva compromettere la riuscita del disegno cos presso a incarnarsi, poteva perdere tutto. Il Cavour era in rapporto con tutti i liberali italiani, di qualunque gradazione e colore, allora tutti meravigliosamente uniti nel solo concetto dellindipendenza nazionale, e merc infiniti, varii mezzi apprestati dalla buona volont, dal concorso di tanti, riusciva a comunicare ai principali le sue idee, i suoi consigli, i suoi ammonimenti, le sue istruzioni. Ora era essenziale che i liberali di Lombardia sapessero certe cose, accettassero certe regole di condotta per non recar danno alle operazioni del governo piemontese, e anzi per aiutarle; ed era importante del pari che il governo di Torino conoscesse umori, disposizioni danimo, tendenze, speranze e propositi di quei popoli e di chi sopratutto aveva influsso su di loro. Per questo duplice scopo il marchese Respetti-Landeri poteva essere opportunissimo; e da ci il convegno datogli dal ministro. Il quale ebbe ogni ragione di esserne soddisfatto, perch il marchese, preparatosi alluopo e intelligente e volonterosissimo di appagare i desiderii del Cavour, seppe rispondere alla aspettazione di lui come non si sarebbe potuto meglio, e il Cavour, acutissimo nel conoscere ed apprezzare gli uomini, conferm in quel lungo colloquio e anzi accrebbe la stima che gi aveva del marchese come uomo capace nel pensiero e nellazione.
Camillo Cavour era cosiffatto che, trattando con persona cui credesse degna della sua amicizia, prendeva subito un tono di famigliare, affabile confidenza che metteva a suo agio linterlocutore e glispirava, insieme collammirazione per la vasta mente delluomo di Stato, una viva simpatia pel gentiluomo e per luomo gentile. Col Respetti egli esercit in tutta la sua efficacia codesto fascino del suo carattere aperto e piacevole, onde sul finire del colloquio, quando gi stavano in piedi ambedue e il ministro lo veniva cortesemente accompagnando fino alluscio, tenendolo in atto amichevole pel braccio, il marchese gli parl di quel suo desiderio di conoscere il passato del Camporolle, con quella libert con cui ne avrebbe parlato a un compagno danni e di vita, e gli chiese che vedesse di soddisfare a questo suo desiderio come si chiede un servizio ad un amico che si sa pronto ad accondiscendere.
Conte di Camporolle! esclam il Cavour grattandosi leggermente la vasta fronte collunghia dellindice. Aspetti un po marchese, ch questo nome lho allogato in qualche cantuccio della mia memoria.
E siccome, al pari di tutte le intelligenze veramente eccezionali, Camillo Cavour aveva davvero una memoria straordinaria, non tard a trovare, appostato in una cellula del suo largo cervello, quel nome, con un corredo di fatti che lo riguardavano.
S, ecco che me ne ricordo: disse quasi subito. Costui desider prendere parte alla spedizione di Crimea.
Appunto.
E non ci volle poco a ottenergli un tal favore. La Marmora non voleva coscritti, desiderava avere tutti soldati fatti senza eccezione. Fu la contessa vedova di Valneve che mi preg di ottenere da La Marmora che si permettesse a costui di arruolarsi e partire col corpo di spedizione. Io pregai il generale che, dopo avere, secondo il suo solito, resistito ben, bene, fin per cedere, non tanto per me quanto per far cosa grata ai Valneve. Laggi deve essersi condotto benissimo; credo che abbia avuta una medaglia, e se avesse continuato nellesercito, a questora sarebbe dicerto ufficiale.
S, conte, disse il Respetti: tutto ci  esatto; ma gli  la sua esistenza prima di questo glorioso episodio chio bramerei conoscere.
Va bene; vedr di soddisfarla. Ho certi segugi che per iscovare e seguitare una traccia fino alla prima origine sono eccellentissimi. Li metter in caccia: e appena mi venga riferito qualche cosa di positivo, mi far premura di comunicargliela.
Quello stesso giorno, Alfredo di Camporolle presentavasi al palazzo Sangr, domandando di parlare al conte Ernesto e al cavalier Enrico. Venne introdotto nel salottino del primogenito de due fratelli, dove Ernesto lo accolse colla solita espansiva amicizia, e dove Enrico, mandato ad avvertire, non tard a sopraggiungere.
Il visitatore era un po commosso; aveva alquanto meno vivace il colore delle guancie, meno sicuro lo sguardo, men ferma la voce. Dopo la cordiale stretta di mano datagli da Enrico, sedutosi allinvito di Ernesto, cominci senzaltro a parlare:
 per me, grave, importante, essenziale al mio destino il colloquio che sto per avere con voi; e da ci quellagitazione che voi certo scorgete in me e che  leffetto duna lotta fra la speranza che mispira la cara, generosa, provata amicizia delluno e dellaltro di voi, e il timore che troppo audaci sieno il desiderio che mi muove, il voto che formo, la felicit che ho sognata.
Si ferm per respirare con un certo affanno, come chi sente mancarsi il fiato. Enrico, il quale dicerto cap subito dove lamico voleva riuscire, sorrise in modo affatto incoraggiante, Ernesto si fece serio, quasi mesto, ma mosse con atto cortese la mano ad invitare chi parlava a spiegarsi con libera franchezza.
Alfredo, peritandosi ad assalire di fronte largomento che gli stava pur tanto a cuore, prese girando, per cos dire, la posizione:
Io non ho ancora ringraziato abbastanza, come devo, come pur vorrei, voi miei amici e la nobil donna, la signora contessa Adelaide, per lonore, per la fortuna di cui mavete favorito associandomi ieri alla funebre solennit commemorativa del padre vostro. Consultando me stesso, il mio cuore, i miei sentimenti, ve lo dico, o amici, con altera franchezza, non mi sono trovato affatto indegno di tal distinzione, e provo un felice orgoglio ad essere stato, non fosse che un momento, congiunto a voi nelle vostre intime affezioni, come un membro della vostra famiglia.
Fece di nuovo una pausa. Enrico, pi impetuoso come pi giovane, proruppe vivacemente:
Abbiamo in te un amico tanto reale e sincero, che per noi eziandio da te ad un congiunto per sangue poco ci corre.
Negli occhi di Alfredo balen una viva gioia a queste parole, e la speranza e la fiducia rianimarono subito il colore del suo volto. Ma Ernesto soggiunse pi posatamente, pi gravemente:
Sono cinque anni che ho imparato a conoscerti, e mi gode lanimo di dirti che la tua altera franchezza ha ragione.
Camporolle prese per le destre i due fratelli Sangr e con voce tremante dallemozione, disse loro:
Ebbene, amici miei... posso io sperare, posso io pregarvi che mi vogliate per vostro fratello? Mi consentite voi, mi incoraggiate di recarmi dalla signora contessa di Valneve a domandarle di accordarmi la felicit di tutta la mia vita colla mano di vostra sorella Albina?
Enrico si alz vivamente e stringendo forte la mano di Alfredo rispose sollecito ed animato:
Ma s, ma s, Alfredo; il mio suffragio lhai tutto e di gran cuore...
Sinterruppe, comprendendo che a lui, lultimo di autorit nella famiglia, non conveniva parlare il primo: e si volse al fratello maggiore, come per interrogarlo; anche Camporolle stava guardando Ernesto con ansiet, la quale si fece timore quando vide lespressione severa, quasi di mesto rincrescimento, che aveva la schietta e nobile fisonomia del primogenito dei Sangr.
Tu non approvi?... cominci Alfredo con accento di vero dolore; ma Ernesto non lo lasci continuare, e alzandosi egli pure disse con seriet affettuosa:
Io non ti amo di meno e diversamente da Enrico, e il mio suffragio non ti mancherebbe neppure se esso non fosse subordinato, e tu capirai facilmente che sia cos, a quello di due altre persone: mia madre e mia sorella.
Oh certo! proruppe Enrico. Anchio la intendo in questa guisa.
N io ho mai pensato che dovesse essere diversamente disse con qualche vivacit Alfredo. Solamente ho creduto, in nome della nostra amicizia, aprir prima il mio cuore a voi e domandarvi il vostro aiuto. Ora, se me lo permettete, io avr pi coraggio a parlarne alla contessa e, con licenza di Donna Adelaide, anche alla contessina.
No, soggiunse Ernesto mantenendosi in quel grave riserbo: se di retta a me, se non ti dispiace regolarti a mio senno...
Oh no! esclam Camporolle: io far tutto quello che mi dirai.
Ebbene, lascierai parlare da me a mia madre e ad Albina. Io scruter le intenzioni della prima e il cuore della seconda: e sapr dirti poi la strada che devi prendere e il successo che puoi ottenere.
Alfredo rimase un momentino sopra pensiero; mentre la lieta espansione di Enrico eragli stata di tanto e s caro conforto, la seriet, la freddezza dErnesto gli stringevano il cuore.
Ernesto, dissegli poi, tu, come sempre, hai ragione...  meglio che parli tu per me... Forse dove io potessi esprimere alla contessa Albina la forza, la santit, la grandezza del mio amore, dun amore che mi nacque fin da quando ho veduto per la prima volta il ritratto di lei ancora bambina, dun amore che mi ha accompagnato dallora in poi per tutte le vicende vissute, che fu il mio faro, la mia stella, il mio paradiso, che... lo giuro sullonore... sar eterno in me; forse riuscirei a commuoverne il cuore...
Glielo commuoverai, disse Ernesto col suo fine sorriso, quando ne sar il caso.
Ma non dimenticare frattanto, soggiunse Alfredo calorosamente, che ora essendomi alla fine deciso a parlare, io star in unansiet dolorosa ad aspettare la sentenza della mia sorte...
Eh! sai bene che io ho solamente tre giorni da fermarmi, e quindi, come non ne ho la volont, non avrei neppure la possibilit dindugiare. Domani o al pi tardi dopo domani avrai la risposta.
Grazie! esclam il Camporolle. Quanto allo stato della mia fortuna, se tu credi che fin dora io debba darti ragguagli e prove...
Ernesto lo interruppe con un gesto pieno di nobilt.
Adesso, no, non occorre... Non dico che queste sieno cose di cui non sabbia a tener conto nessuno. Certo mia madre, noi, fratelli dAlbina, vorremo trovare in chi la sposa le migliori condizioni possibili dogni fatta da guarentirle unesistenza degna di lei; ma, anche sotto questo rispetto, la ricchezza non  la prima delle condizioni che si riguarda. Te poi conosco uomo donore e di sentimenti delicati, e non posso neppure supporre che ti avventuri a tal passo in cui non sia in grado di sostenere la tua parte con ogni valido argomento...
Enrico salt su colla sua impetuosit giovanile:
Il pi importante  che la nobilt del tuo sangue sia uguale o poco meno a quella dei Sangr. Nobile tu lo sei; dunque?...
Alfredo impallid un pochino e una leggiera nebbia di confusione gli pass sulla fronte e sugli occhi: volle parlare, ma non nebbe subito il coraggio, glie ne mancarono le parole, e daltronde non glie ne lasci neanche il tempo Ernesto, il quale disse come a conclusione:
Dunque, caro Camporolle, abbi pazienza tuttal pi per una trentina dore, e poi avrai da me stesso una risposta.
Alfredo ringrazi e part oppresso da un presentimento di male che lo rattrist fino nel fondo dellanima. Aveva sperato moltissimo nella calda amicizia dErnesto e in costui aveva trovato invece una inaspettata freddezza: le ultime parole dEnrico, poi, gli avevano fatto scorgere un pericolo a cui prima non aveva mai pensato. Che cosa avrebbe detto la famiglia Sangr quando avesse appreso che la nobilt di lui era affatto recente, che quel titolo di conte da lui portato eragli stato concesso da pochi anni soltanto per denaro pagato al governo papale? Ed egli poteva ancora onestamente dissimulare questo fatto ai parenti dAlbina? Gli pareva di sentirsi suonare tuttavia allorecchio le parole di Ernesto che, conoscendolo per uomo donore e di delicatezza, supponeva in lui tutte le condizioni volute per aspirare alla mano di Albina, dal momento che osava manifestare tale sua aspirazione. Tacere ancora non era un rendersi reo dinganno, un mancare almeno a quella delicatezza di cui lo si stimava fornito? And a casa sua mulinando questi pensieri, cos, nellaspetto, preoccupato, chiuso, turbato, che chiunque lo osservasse poteva indovinarne lagitazione dellanimo.
E la vide e la indovin tale che pi dogni altro sapeva e desiderava e voleva leggere in quella fisonomia e per essa scendere sino al cuore: tale che, di celato, non lasciandosi mai scorgere, non facendo mai arrivare al giovane alcun cenno di s, vegliava continuamente su lui, gli si aggirava intorno, spendeva delle ore e delle ore per le strade ad aspettare chegli passasse, solamente per avere la gioia di vederlo da lontano. I lettori hanno capito che voglio dire Matteo Arpione.
Che cosa avr egli? si domand con affanno il vecchio usuraio: e si assegn subito lufficio di scoprire la causa del turbamento del giovane e di recarvi con ogni suo possibil modo rimedio.
Fra i due fratelli Sangr, frattanto, appena partito Alfredo, era successo il dialogo seguente:
Il tuo contegno cos riserbato alla domanda di Camporolle, interrog Enrico, dinota che quella domanda non ti piace?
Davvero che avrei preferito non venisse fatta: rispose mestamente Ernesto.
E perch? proruppe vivace il fratello pi giovane. Forse che in Camporolle c qualche macchia?...
Oib! esclam sollecito Ernesto; nemmeno per ombra! E io accetterei volentieri Alfredo per cognato se la felicit di lui non fosse la sventura di un altro, che, per quanto mi sia caro Alfredo, pure mi sta ancora assai pi a cuore.
Chi?
Tu dunque non ti sei accorto di nulla? Giulio ama Albina e proprio con tutta la forza della sua anima.
Giulio! esclam Enrico, assai meravigliato a tutta prima; e poi tosto abbracciando e prediligendo subito la nuova idea con quellimpeto che era naturale alla sua giovinezza: Ma s, ma sicuro!... Giulio del nostro medesimo sangue: mai pi certamente per Albina uno sposo di cos pari condizione.
Ernesto scosse il capo sorridendo.
Troppo pari perfino! disse: ad ogni modo andiamo a parlare di tutto questo alla mamma.
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Capitolo 7.
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Quando i due fratelli entrarono nel gabinetto della madre, insieme con lei era il marchese Respetti, il quale, appena ebbe inteso come i figliuoli volessero parlare di cose famigliari alla contessa Adelaide, si alz a toglier congedo; ma Ernesto ed Enrico vivamente e poi la contessa medesima, affermando che alla trattazione di interessi domestici che avrebbe avuto luogo era anzi opportuna la presenza dun parente cos affezionato e di un amico tanto amorevole e di buon consiglio qualera il marchese, lo pregarono di rimanere, ed egli acconsent.
Ernesto espose succintamente il colloquio avuto con Alfredo di Camporolle; la contessa Adelaide non mostr molto entusiasmo per quella proposta di matrimonio; il marchese, prima ancora daprir bocca, manifest collespressione del suo volto che tal proposta non gli piaceva affatto, e interrogato poi direttamente dalla madre di Albina, rispose che egli per allora, non aveva certo alcun grave appunto a fare a quel giovane, ma che, da quanto ne aveva appreso, trovava che cera intorno alla sua origine un po di buio, cui sperava poter fra poco penetrare; consigliava quindi volere almeno indugiare la risposta finch egli avesse avute quelle ulteriori informazioni. Soggiungeva che, inoltre, egli aveva pure un altro partito da proporre per Albina, il quale credeva che non avrebbe dovuto riuscire discaro a nessuno, e senza farsi troppo pregare a dire chi fosse questo partito, svel essere quello di Giulio.
Fu unesclamazione ed un riso da parte dei due fratelli Sangr che dissero come da loro eziandio stava per venire proposto quel medesimo; e sorrise anche compiacentemente la madre, a cui era pure talvolta balenata lidea di codesta unione. La causa di Giulio pareva vinta ed assicurata.
Non ci sar da far altro che consultare Albina: disse la contessa.
Oh questo s: appoggi Ernesto. La mamma ha ragione, e il giudice ultimo in questa faccenda deve esser lei. Ma non credo che abbia ad essere di parere diverso dal nostro.
Pensare che quel povero Giulio non aveva che da aprir bocca, esclam Respetti, e lui taceva, soffriva, dimagrava...
E scriveva a me niente meno che di voler partire per lAmerica.
Oggi stesso parler ad Albina, conchiuse la madre, e il destino di Giulio sar deciso.
E la sorte volle che prima ancora dellintromissione materna, i due giovani riuscissero finalmente ad intendersela fra di loro.
Il marchese Respetti, nellanticamera, uscendo dallappartamento della contessa, sincontrava con Giulio, lo prendeva pel braccio e lo conduceva seco nella sala per potergli subito dire le buone nuove.
Dunque allegro, mio caro Giulio, tutto va bene.
Il giovane tremava dallemozione.
Ah! parla! parla!...
Il conte di Camporolle ha domandato la mano di Albina...
Giulio si lasci cadere seduto, bianco come un cencio.
 questo che va bene? balbett smarrito.
Lasciami terminare, e vedrai: continu Respetti sorridendo. Ci ha dato a me occasione di parlare del tuo amore alla contessa e ai due figliuoli, e ho trovato che ciascuno de miei ascoltatori era disposto in tuo favore per lo meno altrettanto quanto lo sono io.
Proprio? Davvero? esclam Giulio, sempre pi tremante. E dunque?
E dunque la decisione sta nelle mani di Albina, la cui scelta sar rispettata...
Ah povero me! interruppe Giulio spaventato.
Come? Hai forse ragione da temere delle inclinazioni della cugina?
S... s certo...
Ha dimostrato della freddezza per te, delle preferenze per altri?
No... non mi pare...
Dunque?
Ma io sono cos da meno di lei...
Eh folle! Tu sei un Sangr al pari di essa, e sei pure il miglior giovane che sia sotto alle stelle. Animo: metti buon coraggio e fa di parlare tu stesso ad Albina.
 quel che mha detto anche Ernesto...
Vedi bene, allora, che il consiglio  buono...
Ma non oser mai... Piuttosto le scriver...
Scrivere  qualche cosa; ma il parlare in queste faccende  sempre meglio. Chi vi ascolta vede il vostro pallore, la vostra emozione, sente il tremito della, vostra voce, e riceve dalle parole che sgorgano vive dal labbro pi sicura e pi profonda impressione.
S, s, forse hai ragione; ma...
Il resto dellobbiezione non pot venir fuori, perch il buon Giulio rimase l a bocca aperta, alla vista di Albina che, col suo passo leggero e il portamento leggiadro, entrava nel salone.
Buono! disse piano Respetti al giovane. Vedi che anche la fortuna ti vuol bene. Su, coraggio, e non lasciarla scappare: parla subito.
Giulio balbett qualche parola che nessuno comprese.
Albina sera avvicinata ai due cugini serena, sorridente, colla sua graziosa semplicit, colla sua ingenua eleganza.
Vi disturbo forse ch eravate qui a parlare cos animatamente con aria da congiurati? Non temete: sono venuta a prendermi solamente questo telaino da ricamo e vi lascio subito...
No, no: disse vivamente il marchese: tu non ci disturbi niente affatto, e anzi sei arrivata opportunissimamente, perch Giulio ha appunto qualche cosa a dirti.
Albina volse verso il giovane il suo sguardo limpido e il volto suffuso di rosea tinta, con uno stupore forse non del tutto naturale.
A me? domand.
Giulio, pallido pallido, mosse le labbra, ma non fu capace di mandar fuori una parola.
Sicuro! rispose il Respetti.  una confidenza che egli ti vuol fare... E siccome a me lha gi fatta, ed  superfluo chio lascolti due volte, cos vado pe fatti miei e vi saluto.
Salut effettivamente, strinse la mano alla fanciulla e poi a Giulio, e spar dietro la portiera, lasciando in presenza i due giovani commossi, cogli occhi bassi, col seno agitato.
Fu Albina che ruppe prima il silenzio.
Vuoi farmi una confidenza?... Ebbene parla, Giulio, tascolto.
Il giovane chiam a s tutto il suo coraggio e trov tanta voce da poter dire in modo intelligibile delle parole che a lui parvero audacissime.
Ecco!... La confidenza  questa... Da un po di tempo io sono assai infelice... e questa mattina ho udito tal cosa che se si avverasse ogni bene sarebbe, finito per me.
La fanciulla rispose con voce affettuosa:
Che tu Giulio soffra me ne sono accorta anchio; e quasi te ne ho voluto che non ne dicessi a me la cagione...
Dirtene la cagione... a te!... o mio Dio!
Che non cercassi almeno uno sfogo, un sollievo nella nostra buona amicizia... Ora tu vuoi finalmente confidarti meco?... Meno male; e comincia dunque per dirmi qual quella cosa che avverandosi ti rapirebbe ogni bene.
Giulio esit un momento, si fece ancora pi pallido, e poi scarlatto, chiuse gli occhi come chi sta per precipitarsi in un abisso e disse in fretta:
Quella cosa...  il tuo matrimonio.
Albina divenne leggermente rossa come una rosa di maggio fin sulla fronte.
Ah!... E dove hai sognato di simil cosa?
Non sai nulla?... Il conte di Camporolle ha domandato la tua mano.
Davvero?
E se tu laccetti... E pur troppo prevedo che tu laccetterai... Egli  cos fornito di meriti!... Li riconoscerai certo anche tu i suoi meriti... Non  vero che li riconosci? 
S...
E dunque vedi che per me non c pi speranza nessuna... che ogni bene per me  perduto...
Il poveretto aveva delle lagrime nella voce.
Ma permetti un po, disse la fanciulla con graziosa malizietta. Tu che cosa centri in codesto? Come il mio matrimonio pu fare tali effetti per te?
Io... balbett il giovane confuso: ah tu non sai...
Non so, non so: rispose Albina con quella cara scherzevolezza: forse so pi di quel che Lei crede, mio bel signorino; e conosco certi fatti di cui la mi deve pure dare stretto conto.
Io?... stretto conto?... Che fatti?
Chi  che tutte le sere sta l piantato innanzi alla finestra della mia camera anche fino a mezzanotte?
O cielo! Tu mi hai visto?
Non  unassurdit, dopo essere stati insieme fino alle dieci, andarsi a impostare l sotto per prendere il fresco notturno e far dir chi sa che cosa alla gente?
Ma io non ti ho mai veduta abbastanza; ma in presenza degli altri non oso guardarti come vorrei! Il coraggio gli era venuto; prosegu con pi calore: Quella luce che esce dalle tue finestre  per me uno splendido astro, e io a contemplarla finch sparisce provo una emozione, una tenerezza che mal ti saprei dire.
Questo non  ancor tutto: c di pi.
O Dio! Che cosa?
Saranno quindici giorni, io aveva appuntata qui al petto una rosa.
Giulio arross e si confuse.
Il gambo si  rotto, e il fiore  caduto senza che io me ne accorgessi. e vi fu chi lo raccolse subito.
Hai visto anche questo?
Ed altro! soggiunse vivamente Albina arrossendo anchessa.
Lho baciata con trasporto quella rosa... Ah credevo che nessuno mi vedesse... e poi lho riposta qui sul mio cuore... qui dove c ancora come un tesoro, come un talismano... dove ci star sempre finch avr vita.
Ah Giulio!
Oh perdonami... Ma se tu sapessi quello che io sento per te! Se sapessi che gli  fin da bambino che io ti... che io per te... che sono il medesimo. Se sapessi le disperazioni che ho provato, conoscendomi tanto al di sotto di te, dicendomi che io non avrei mai osato neppure di palesarti il mio amore...
Giulio!
Perdono! perdono! Questa parola mi  sfuggita. Ma questo sentimento  in me accompagnato da tanto rispetto, da tanta adorazione...
Albina lo interruppe con una seriet piena di commozione.
Giulio, anchio ti conosco fin da bambina. Che cosa ho sempre trovato in te? Un giovane modesto... fin troppo modesto... che ha tutte le bont dellanima e la generosit del cuore...
Oh Albina!
Che non ha che un difetto: quello duna soverchia timidezza, duna soverchia sfiducia di s.
Ah se tu mi darai coraggio...
La fanciulla gli porse la mano.
Ebbene, abbilo, coraggio... Nei sogni del mio avvenire ho sempre travisto te per mio compagno.
Giulio prese la destra di Albina e la baci con passione. In questo momento entrava Ernesto.
Bene! esclam egli allegramente. Vedo che siete daccordo. Andiamo subito tutti tre dalla mamma...
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Capitolo 8.
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La lettera con cui Alfredo rivelava al conte Ernesto Sangr di Valneve la poca antichit del suo titolo nobiliare, presso a colui al quale era scritta non isminu la stima che gli portava, ma assai gli nocque invece presso il superbo Enrico, a cui parve poco meno che una temeraria impertinenza losare far domanda della mano duna Sangr chi non era nobile per una discendenza almeno di quattrocento anni. Ma vera di peggio. Lo scrivente soggiungeva che, quantunque non insignita di titolo aristocratico, la sua famiglia era delle antiche e preminenti di Lugo, e fornita anchessa di orgoglio cos che il nonno suo aveva scacciato da s quel figlio a cui Alfredo era debitore della vita, perch aveva sposato una figliuola del popolo; e si raccomandava e supplicava alla famiglia dErnesto, alla bont di Dio che a lui non fosse negata la felicit per la ragione precisamente contraria a quella che dal nonno aveva fatto amareggiare la vita a colui che gli era pure unico figliuolo. Egli non aveva osato scrivere aperto che le sue ricchezze avrebbero dovuto ritenersi in certo qual modo compenso a quel tanto di nobilt che gli mancava; ma pure, introducendo destramente un cenno delle fortune vistose che possedeva, le quali avrebbero permesso, al suo tanto sconfinato, ardentissimo amore, di circondare la sua compagna dogni vantaggio sociale, dogni distinzione e supremazia, lasciava scorgere il desiderio, la speranza che considerazioni di simil fatta saffacciassero alle menti dei congiunti della ragazza.
Come! Come! grid Enrico addirittura indignato: suo padre era un borghese, sua madre una plebea, e lui si crede nostro uguale o poco meno! E ha linsolenza di farci lucicchiare davanti, come si fa degli specchietti alle allodole, i suoi denari? O che ci crede capaci di vendere nostra sorella?
Via, via, disse Ernesto sorridendo pacatamente: tu esageri Enrico. Pur troppo nellepoca che si vive la ricchezza ha una gran potenza, e molti del nostro ceto hanno dimostrato, e nei matrimoni e in altro, di non resistere neppur essi al suo influsso...
Ma noi non siamo di quelli: interruppe pi acceso il secondogenito: e appunto perch taluni della nostra classe falliscono pur troppo, ci conviene, a noi, affermare solennemente che non si  di quelli e mostrare in modo vivace e che non lasci equivoci il nostro risentimento. Io gli scriverei con acre severit, come si merita... e gi, se lo incontro, non mi terr dal dirgli fuor de denti quello che penso.
A rispondere a questa lettera tocca a me, disse Ernesto con calma, non senza qualche autorit; e risponder con quella dignit e quella gentilezza che si conviene ad un Valneve, tanto pi quando parla a nome di tutta la famiglia; e tu poi, Enrico, quando incontrerai quel giovane, che ieri ancora chiamavi tuo amico e trattavi colla pi amichevole domestichezza, tu non dimenticherai neppure, te ne prego, e credo mio dovere ricordartelo, che un figliuolo di nostro padre non deve essere n oltraggioso, n incivile, n ingiusto...
Ma il mio sdegno verso colui  giustissimo; e se io per laddietro lho trattato come un uguale, come un amico,  perch lho creduto per davvero degno di ci. Egli, introducendosi in mezzo a noi, ci ha ingannati tutti...
No: interruppe vivamente Ernesto. Dove, come e quando vi fu caso che gli si domandasse le prove della sua nobilt e i titoli de suoi quarti? Egli si present col titolo di conte, e pu giustamente portarlo. Avresti voluto che a ciascuno di coloro con cui stringeva conoscenza e si mettesse a raccontare la storia della sua famiglia e di suo padre? Ora  nata la prima volta verso di noi loccasione di chiarire le cose, ed ecco chegli si affretta a dichiarare lealmente la verit...
Sfido io a far diversamente!
Il caso lha posto in rapporto meco, facendomelo incontrare in un ambiente sociale che  il nostro; egli fu meco gentile, generoso, si fece amare e stimare; di te, che lhai trattato liberamente nelle pareti domestiche, e lhai visto nelle pi eleganti adunanze, ha conquistato lanimo eziandio colla nobilt, il garbo e la squisitezza delle maniere, e si  dunque dimostrato pari e degno di stare a pari con qualunque del pi aristocratico sangue...
Cio, cio: interruppe con un po di bizzarria Enrico: qualche cosa c pure in lui che rivela una estrazione inferiore, qualche cosa di volgare...
Eh via! esclam subito il primogenito con quel suo fine sorriso: gli  adesso solamente che te ne accorgi; prima dora non lo avevi scoperto mai. Ad ogni modo bada bene; te lo ripeto, Enrico, e come preghiera e come ammonimento, qual capo della famiglia e anche in nome di nostra madre; tu incontrando Camporolle guardati assolutamente dallessere provocatore. Sarebbe un brutto fatto che mi dorrebbe assai, sarebbe una disgrazia per me una contesa fra mio fratello e colui che, anche scoprendosi non nobile, non cessa dessere mio amico.
Enrico chin il capo come ossequente allautorit famigliare rappresentata dal fratello primogenito, ma con aria poco persuasa e poco soddisfatta.
Alfredo, in attesa della risposta di Ernesto, aveva passate delle ore dansia dolorosissima, confortato poco e a rari intervalli da lieve speranza, affannato da crudele paura quasi sempre. Anzi quanto pi il tempo passava e pi cresceva la paura e pi rari e meno efficaci si facevano i momenti di speranza: finch giunto il biglietto dalla calligrafia del cui indirizzo egli vide essere del fratello di Albina e avutolo fra mano, lemozione fu tanta che ogni vigore gli venne meno ed egli dovette abbandonarsi sopra una seggiola senza avere nemmeno la forza di rompere il suggello stemmato della bustina e leggere il foglio contenutovi che recavagli la sentenza del proprio destino.
Calmato finalmente un poco il tumulto del suo animo egli pot leggere la lettera dErnesto che era del tenore seguente:
Caro Alfredo. Tutto il mio desiderio di contentarti, di stringer teco, oltre quelli dellamicizia, vincoli pi potenti ancora e pi cari, si rompe innanzi ad un fatto, di cui e avevo gi subodorata lesistenza, e ora ho acquistato la certezza, ed  la reciproca affezione, nata fin dalla puerizia, che passa fra mia sorella e nostro cugino Giulio, la quale affezione capirai anche tu come non ci sia ragione di contrastare. Fu anzi lidea di questo fatto che mi rese cos riserbato quando tu mi apristi il tuo animo; e tu quindi mi perdonerai e quel riserbo e la presente risposta che sarei stato lietissimo di poterti dare invece nei termini che pi ti appagassero. Spero che ci non riuscir ad alterare per nulla fra noi quel sentimento di vera amicizia, col quale mi dico sempre tuo affezionatissimo Ernesto Sangr di Valneve.
Alfredo lesse dun fiato, e non cap bene alla prima quello che aveva letto.
Una ripulsa pur troppo e se laspettava; negli ultimi momenti della sua angosciosa aspettazione la riteneva anzi per sicura, gli pareva impossibile che avvenisse diversamente. Eppure, ora che la temuta disgrazia sera avverata, ora che ogni possibilit di speranza gli era tolta davvero, si rifiutava ad ammetterlo, si sforzava a farsi ancora unillusione. Rilesse adagio adagio, pesando parola per parola; e un grande schianto avvenne nellanima sua. La condanna era intera, assoluta, irreparabile; non conteneva solamente la negazione della felicit di lui, ma ancora, pi crudele dolore, laffermazione della felicit dun altro.
Era proprio vero? Un altro avrebbe posseduto quel fiore di bellezza, quel miracolo di grazia, quel tesoro di gentilezza, di bont, dogni dote superiore della donna! E chi era questaltro? Il cugino Giulio! Era tanto modesto, era tanto meschino, Alfredo laveva visto sempre tanto nellombra, che non ne aveva bene e precisa nella mente limmagine. E da colui, da quellombra, da quel nulla egli aveva da lasciarsi rapire ogni bene? e sopportarlo in santa pace? e non muovere neppure un dito per lottare, per contendere la conquista di tanto tesoro? Chegli amasse supremamente Albina lo sapeva pure da tanto tempo; aveva paragonato questo suo amore con quel sentimento inebbriante cui prima gli aveva infuso nel sangue la Zoe, e ne aveva notato la differenza: questultimo, per quanto acceso, tumultuoso dominatore nella sua concitata natura di giovane, non era che ardore di sensi, non era un abbandono completo, un trasporto, un omaggio dello spirito, dellanimo, del cuore, di tutto lessere: lamore per Albina invece erasi fatto il suo culto, la sua religione, la sintesi di ogni sublimit, di ogni grandezza che egli fosse capace di apprendere. Lo sapeva, lo sentiva, si compiaceva di ripeterselo da tempo: eppure ora, al colpo di quel dolore, gli parve di non aver saputo mai, di non aver mai capito interamente quanto egli amasse quella fanciulla. 
Colui che pretendeva rapirgliela, egli lodi subitamente, dun odio maggiore di quello che aveva sentito pel duca di Parma che gli contendeva la Zoe. Oh, poterlo avere fronte a fronte e atterrarlo e stritolarlo! Si sentiva forte, si sentiva capace di vincere qualunque. Non pot stare alle mosse; turbato, abbuiato in viso, pallido e colle sopracciglia aggrottate, lo stampo del dolore e della disperazione sul volto, usc impetuoso, decise di cercare e trovare ad ogni modo quel Giulio. Dove incontrarlo se non fosse nel palazzo dei Sangr? Si diresse con passo concitato a quella volta.
Matteo Arpione, che vegliava con tanto maggior cura su di lui, lo vide anche in questo momento, e col cuore sospeso dallansia e dalla paura, lo seguit da lontano.
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Capitolo 9.
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Quanto pi si veniva accostando al palazzo Sangr, Alfredo sentiva venire scemando il tumulto dellanimo, temperandosi quel primo impeto che lo aveva mosso. Che cosa avrebbe egli fatto quando si fosse trovato di fronte al rivale? Si mostrerebbe ancora pi indegno di Albina, abbandonandosi a violenze? Che diritto aveva egli di frammettersi fra i due cugini? La buona educazione, il dovere di gentiluomo, la sua dignit non gli comandavano invece di tacere, di rassegnarsi, di allontanarsi dal cammino di quelladorata fanciulla, di non comparirle pi innanzi agli occhi, tanto pi di non farsene odiare e maledire; e ci sarebbe avvenuto se egli alcun male avesse arrecato al giovane chessa amava. Ma pure, no; tacere, rassegnarsi non poteva; qualche cosa gli sembrava che gli restasse pur da fare per cessare da s tanto dolore, per temperarlo almeno. Fantasticava dessere nel medio evo, quando un cavaliero poteva con lancia e spada conquistarsi la dama del suo cuore; sentiva che il suo amore gli avrebbe dato tanto ardimento, tanta forza da vincere qualunque competitore. Sognava di andarsi a gettare ai piedi della fanciulla e supplicarla disperatamente, non gli togliesse cos ogni bene, non lo facesse a un tratto il pi infelice degli uomini, non gli togliesse cos spietatamente ogni sorriso alla sua giovent ricca, baldanzosa, fiorente. Sarebbe riuscito a giungere fino a lei, qualunque ostacolo gli si volesse frapporre; avrebbe saputo intenerirla; e sesaltava, sperava, ma poi di colpo vedeva lassurdit de suoi sogni, ricadeva nella sua disperazione, si sentiva perduto.
Matteo Arpione lo seguiva sempre cautamente; quando lo vide arrivare con un passo quasi uguale a quello di chi cammina alla morte sino al palazzo Sangr, l fermarsi incerto, a capo chino, poco meno che tremante, esitare, scostarsene, riavvicinarsi, gettare uno sguardo lungo, doloroso, profondo sulle finestre di esso, l dove lantico factotum del conte-presidente sapeva che erano le stanze della contessina, scuotere il capo, riallontanarsi, ristare, come animato da nuova risoluzione prendere laire per penetrare sotto il portone, e arrestarsi di colpo quasi trattenuto da uninvisibile barriera, stare ancora un momento esitante, come in lotta fra i due impulsi opposti, e poi correre via allimpazzata; lusuraio che, vegliando continuamente sul giovane, conosceva la premurosa di lui frequentazione della famiglia di Valneve, non ebbe difficolt a capire che il gran turbamento di Alfredo aveva la sua origine e la sua cagione l in quel palazzo, e probabilmente in quelle stanze dove saffissava con tanta passione lo sguardo di lui.
Che il giovane amasse la figliuola dellantico padrone di Matteo, questi lo aveva gi pensato pi volte; ora vedeva chiaro che qualche guaio era nato, che qualche seria difficolt era sorta a contrastare, se non a distrurre del tutto le speranze e i voti del giovane, ed a lui premeva di sapere sollecitamente ogni particolare della cosa, per giudicare se fosse in poter suo recare qualche aiuto, qualche rimedio. Interrogate le persone di servizio dAlfredo, colle quali egli sera sempre tenuto in relazione, non apprese altro fuorch le maggiori dimostrazioni di dolore e di abbattimento che il giovane dava nel segreto della sua casa, rifiutando ogni cibo, respingendo ogni compagnia, ogni conforto, ogni parola, per rimaner solo nella sua camera, dove lo avean sorpreso a un punto ad esaminare la coppia migliore delle sue pistole. Un terribile sospetto spavent Matteo, il quale era deciso di non indietreggiare innanzi a nessun mezzo per salvare quel giovane, per farlo felice. Cominci per iscrivergli, falsando la calligrafia, queste poche parole: Non disperate; quello che  massimo vostro desiderio potrete ancora ottenerlo; calma, pazienza e forza danimo... e gli fece trovare tal biglietto sul tavolino; poi si pose in traccia di Tommaso, il vecchio servo dei Valneve, ed ebbe la fortuna dincontrarlo quella medesima sera.
Tommaso, come abbiamo gi visto, aveva avuto grande amicizia fin da ragazzo con Matteo. Dopo che la casa dei Valneve sera chiusa allusuraio, i rapporti fra i due antichi amici erano diventati pi freddi e infrequenti, ma non erano cessati del tutto; e di belle volte, gi per addietro, Matteo, che conosceva il debole di Tommaso, era riuscito a trarselo seco in qualche bettola, dove, col rincalzo di parecchie bottiglie aiutando la naturale smania di chiacchierare del vecchio, aveva appreso tutto quanto avveniva nella famiglia Sangr. Quella sera, lArpione mise in opera tutta la sua abilit, tutta laccortezza e dissimulazione di cui era capace, e seppe non solo indurre il vecchio domestico, riluttante dapprima, a seguirlo allosteria, ma col, pian piano, a poco a poco, una bottiglia dopo laltra, cominciando dalle cose le pi indifferenti e lontane, fu cos bravo da scavar fuori da Tommaso tutto quanto egli sapesse di ci che poteva interessare la sua curiosit; e Tommaso sapeva di molto, perch, tenuto oramai dappi che un servitore, quasi come uno della famiglia, a lui si dicevano assai cose, e assai pi gli si permetteva che indovinasse.
Dopo quel lungo colloquio, Tommaso usc brillo dallosteria, e Matteo dai varii frammenti dinformazioni strappate al suo compagno, pot ricomporsi in capo la trama degli avvenimenti, che non dubitava di conoscere oramai in quasi tutta la verit. Alfredo aveva avuto un colloquio coi due fratelli di Albina, dal qual colloquio era uscito commosso profondamente; e subito dopo i due fratelli avevano parlato colla mamma, presente il marchese Respetti-Landeri, che era una specie di tutore e di protettore di Giulio; erano state udite alcune parole del Respetti al cugino, da cui si poteva argomentare chegli aveva fatto qualche cosa per soddisfare un rilevante di lui desiderio. Tommaso finalmente aveva visto egli stesso il maggiore delle guardie Ernesto di Valneve condurre Giulio ed Albina dalla contessa Adelaide, che li aveva stretti al seno e chiamati figli suoi, e la notizia erasi diffusa subito, anche fra la servit, del prossimo matrimonio fra i due cugini. Era dunque da ritenersi che Alfredo avesse manifestato il suo amore ai fratelli della ragazza, che questi ne avessero discorso colla madre, e che allora, per intervenzione sopratutto del marchese, il quale doveva aver patrocinato la causa del suo protetto, sera deciso di respingere la domanda del Camporolle e celebrare invece gli sponsali di Albina con Giulio.
LArpione prov una collera intensa contro tutti e specialmente contro il marchese, senza il cui inframmettersi forse, egli pensava, la causa dAlfredo non sarebbe stata perduta.
Ma io posso fargliela pagare! esclam a un punto, quando si fu liberato della compagnia di Tommaso ubbriaco e camminava lentamente, pensoso, verso labitazione del conte di Camporolle. Io posso vendicare Alfredo... Vendicarlo?... Oh sarebbe pur meglio farlo felice... E chi sa?... Con quellarma chio posseggo...
Parve che unispirazione glie ne venisse a limprovviso: affrett il passo con piglio risoluto, fu in un momento allabitazione dAlfredo, sinform di lui, raccomand vivamente ai servi che vegliassero sul giovane, e poi corse a casa sua. Dove rinchiusosi ben bene, accesa con mano che quasi gli tremava per lemozione una meschina lucernetta che mandava una scarsa luce rossigna da una piccola fiammella, si guard intorno con aria sospettosa, come se avesse paura che alcuno potesse pur tuttavia scorgerlo, bench serrato luscio a doppia mandata e col catenaccio e chiuse le imposte di legno delle finestre, e poi tratta dal seno una chiavetta appesa al collo per un cordone, and ad aprire uno stipo fasciato di ferro con grossi chiovi nelle lastre, che stava nascosto in un angolo fra il letto e la parete.
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Capitolo 10.
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Quello di Matteo Arpione era un vero quartiere da usuraio. Ad un alto quarto piano di una casaccia squallida e nera, in una delle strade pi strette e meno pulite della vecchia Torino, posto al fondo dun ballatoio interno, consisteva in due sole camerette che non avevano vista se non nel cortile angusto, profondo, buio, eternamente umido, che pareva un pozzo. Il sole non le visitava mai; ogni oggetto che vi si conteneva, rivelava o la pi assoluta miseria, o la pi sprezzante incuria. Nella prima stanza un fornello in cui linquilino faceva cuocere egli stesso i suoi parchissimi cibi, una tavola sporca, due seggiole col piano di legno e nientaltro; nella seconda un lettuccio di ferro dalla vernice staccata, semplice e vecchio, con sopra un saccone di foglie trapuntato, una materassa alta quattro dita che non era pi stata rifatta da secoli, lenzuola di color bigio e una coperta tutta strappi e rappezzi, un canterano, quattro sedie, un baule e in quellangolo riposto lo stipo che abbiamo detto. Non tende n tendine alle finestre n agli usci, non quadri n altro appesi alle pareti, neppure un segno qualunque di fede religiosa a capo del letto; lammattonato sporco che rivelava la lunga assenza dogni contatto colla granata; in tutto, uno squallore, una nudit, un freddo che avrebbe gelata lanima di chiunque fosse col penetrato.
Matteo and adunque a quello stipo di cui teneva gelosamente nascosta appo s la chiave e lapr con mano cos delicata, grazie anche allinoliamento della serratura, che le stanghette furono rimosse e limposta spalancata, senza che se ne sentisse menomo rumore. Linterno presentava tanti cassettini chiusi pur essi, ma di cui la medesima chiave apriva la serratura; lusuraio apr il primo in alto e traendolo fuori a met, facendosi lume colla lucernetta, frug in mezzo a varie carte che vi si contenevano, finch non nebbe trovata una che dalla tinta un po ingiallita e dal colore dellinchiostro con cui era scritta, appariva essere conservata da un certo numero danni. Matteo, lasciando lo stipo aperto a quel modo, si rec quella carta sul canterano, dove posatala, colla lucerna accanto che lilluminasse, appoggiati i due gomiti al piano del mobile, sostenendo colle mani la sua testaccia scarmigliata rilesse attentamente e rilesse lo scritto di quel foglio e stette assorto in profondissima meditazione a pensarci su.
Era un foglio di carta da lettera di forma ordinaria, lo scritto occupava tre facciate e terminava a met della terza con una data e una firma; non aveva che una ripiegatura per lungo, quindi si vedeva che non era mai stato messo in una busta.
Dopo pi di mezzora di quella sua meditazione, Matteo si riscosse e col capo chino, le mani intrecciate dietro la schiena si pose a passeggiare adagio adagio per la camera.
Su chi agire? pensava. Il Respetti non avrebbe ora tanta influenza da fare annullare la decisione presa; i fratelli Sangr non vorrebbero forse cedere a niun patto, non si lascierebbero intimorire; le donne sono pi impressionabili, e delle due  pi facile riuscire presso la giovane che presso la madre. Questa ha pur tanta fierezza! Daltronde si tratta della sorte della contessina, ed essa pu e deve far trionfare la sua volont. La conosco abbastanza per essere certo chella si sacrificherebbe ad ogni modo pur di risparmiare un dolore alla madre e la menoma ombra di macchia al nome della famiglia; e qui il sacrifizio  molto facile e leggero. Alfredo  pur cos degno dessere amato e sapr farsi amare! Parler alla signorina.
La sua decisione era presa; il disegno che gli era balenato in confuso alla mente dapprima, ora si era venuto esplicando, determinando, facendosi concreto in ogni suo particolare; non si trattava pi che di metterlo in pratica ed egli era abbastanza certo di s per contare sopra una irremovibile fermezza e unaudace abilit nellesecuzione.
Torn presso il canterano; rilesse ancora una volta quel documento, che, se gli era stato prezioso per laddietro, ora gli era diventato preziosissimo, poi divise in due il foglio, cos che la pagina scritta soltanto a mezzo e in cui era la firma, stesse separata dallaltro mezzo foglio, dove al fondo della seconda pagina lo scritto terminava con un punto fermo e col senso completo che pareva del tutto conchiuso.
Il mezzo foglio scritto da tuttedue le parti, egli lo ripose accuratamente in un suo portafogli che teneva sempre nella tasca del petto disotto al soprabito abbottonato; e laltro mezzo foglio and a rimetterlo nel cassettino dello stipo, onde laveva levato e ve lo richiuse mormorando:
Chi sa che non mabbia a servire poi anche questo!
Fece per chiudere limposta dello stipo, ma se ne trattenne; un lieve sorriso di compiacenza venne sulle sue labbra sottili, tirate, quasi livide, e fece muovere le minutissime rughe che gli correvano alle tempia e sulle guancie peggio che vizze; un lampo di gioia brill ne suoi occhietti affondati, dordinario senza espressione. Apr ad uno ad uno tutti gli altri cassetti e pi o meno lungamente stette a contemplare avidamente, a brancicare con mano fremebonda il contenuto di essi. Nei pi questo contenuto era denaro, pilette bene ordinate di marenghi; in altri di scudi; tre avevano delle carte, cedole del Debito pubblico, titoli di credito di vario genere, perch egli non si piaceva di tenere presso di s giacenti inoperose le sue ricchezze, ma le occupava, le faceva lavorare, comegli si esprimeva, impiegandole in imprese fruttuose e traendone sempre pi lauti beneficii; in uno di quei cassetti verano le polizze e le obbligazioni dei miseri a cui con tasso indiscretamente esagerato egli prestava denaro. Matteo esamin tutto con quel sorriso, con quel luciore nelle pupille di gioia e di compiacenza.
Oh, collarsenale darmi che ho qui, si disse superbamente, si devono vincere tutte le battaglie. Vincer anche questa volta.
Richiuse con attenzione, appese di nuovo la chiave al collo e, spenta la lucernetta, si butt sul suo giaciglio, dove dorm poco, agitato da suoi pensieri, ripassando seco stesso tutti i particolari del disegno che aveva formato per giungere al conseguimento di quello scopo che gli stava a cuore pi dogni altra cosa al mondo.
Il domattina, appena un po di luce si cacci in quelle squallide stanze, lusuraio fu in piedi, si sedette al tavolo della prima camera, e scelto fra parecchi foglietti di carta il pi presentabile, vi scrisse sopra una pagina che aveva seco stesso meditata tutta la notte, e poi ripiegatolo in quattro lo serr in una busta su cui scrisse lindirizzo: Alla signora contessina Albina Sangr di Valneve; quindi usc sollecito e and alla chiesa di San... che era la parrocchia nel cui ambito si trovava il palazzo della nobile famiglia. Col egli sapeva che tutte le mattine di buonora andava a sentir messa la signora Giustina, la governante della contessina. Ve la trov difatti e accostatala quando ella usciva, le disse che gli si permettesse di dirle quattro parole anche cos camminando per istrada, trattandosi di cosa gravissima, importantissima e urgentissima. La Giustina, che conosceva quelluomo e le passate di lui attinenze colla famiglia Sangr, acconsent, e Matteo allora la preg colle pi calde istanze di voler consegnare nelle proprie mani della signorina il biglietto che egli le porgeva, e ci senza che nessun altro della casa, anzi nessuno al mondo ne sapesse nulla. Dapprima la donna rifiut, poi esit, poi fin per cedere alle tanto insistenti preghiere del vecchio, alle cos solenni di lui affermazioni che trattavisi di cosa riguardante la famiglia medesima dei padroni, e cui la contessina cui egli si rivolgeva, se informata, avrebbe potuto risparmiare chi sa quanti guai.
Cos avvenne che mezzora dopo Albina ricevesse il biglietto di Matteo Arpione. La governante nel consegnarglielo ripet alla fanciulla tutto quanto il vecchio le aveva detto per decidervela, e fin conchiudendo che se aveva sbagliato volesse perdonarla e non esporla al risentimento della contessa.
La fanciulla assai stupita prese il biglietto lo lesse; vi era scritto:
Ill.ma signora contessina, 
Per la venerata memoria dellillustrissimo signor conte-presidente, padre della S. V. e fu mio colendissimo padrone; pel bene e la tranquillit dellillustrissima signora contessa Adelaide, a cui si tratta di risparmiare un gravissimo dolore; per la gloria del nome illustre che portano cos degnamente gli illustrissimi conte Ernesto e cavaliere Enrico, fratelli della S. V., io la prego quanto so e posso, di concedermi un quarto dora dudienza da soli senza che nessuno lo sappia. Ella vedr che se mi sono deciso di rivolgermi a Lei piuttosto che a qualunque altro della sua illustre famiglia, ci ho avuto buona, potente ragione, e sono sicuro che mi approver e anzi me ne avr qualche gratitudine. Fra Lei e me, suo devoto fedele servitore, potremo risparmiare un gran dispiacere e peggio alle persone che le sono pi care. Voglia comunicarmi col mezzo della signora Giustina quando e come Ella vorr farmi lonore di ricevermi; e non dimentichi che la cosa  di premura assai, tanto che pi presto potr parlare sar meglio. E credi intanto alla devozione di chi si professa
Suo umil. servo
Matteo Arpione
Primo pensiero dAlbina fu di recar subito questo biglietto a sua madre, ma poi pens che; se cera qualche cosa di vero in esso, se trattavasi proprio di risparmiare alla diletta mamma un dolore, era meglio tacere con lei e udire anzi tutto dal vecchio servitore di suo padre la comunicazione di quelle cose che annunziava tanto importanti e tanto urgenti; avrebbe sempre avuto tempo di poi, quando vedesse necessario il confidare quel fatto alla madre, di narrarle tutto. Diede ordine a Giustina, che quel giorno stesso, verso le due, quando appunto ella soleva passare unora e pi ritirata nel suo quartierino, facesse dintrodurre presso di lei, a insaputa della madre e dei fratelli, luomo che le aveva scritto.
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Capitolo 11.
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Matteo Arpione, fatto entrare di celato dalla Giustina nel salottino della contessina, trov la nobile giovinetta dritta presso al suo pianoforte, un gomito appoggiato allo stromento, laltro braccio abbandonato lungo la persona, in mossa un po superba, la fronte leggermente corrugata, i limpidi occhi azzurri fissi sulluomo che entrava, con unespressione di stupore curioso e dunaltiera aspettazione. Quantunque cinque anni prima ella non fosse ancora che una bambina, pure erale stata profondamente impressa quella sera fatale in cui suo fratello Ernesto, di ritorno dal duello collufficiale austriaco, aveva creduto suo obbligo confessare intieri i suoi traviamenti e la parte che in essi aveva avuta Matteo Arpione. Troppo giovane per apprezzar bene di qual sorta fossero i torti del fratello e le colpe di quel servo infedele, non essendo pi tornata di poi su tal penoso argomento col pensiero, ma sapendo che la famiglia aveva, e certo giustamente, pronunciato un bando assoluto di quelluomo dalle soglie del palazzo; avendo cos in confuso lidea che nel malore il quale aveva colpito e precipitato nella tomba il padre, colui ci aveva avuto un influsso funesto, Albina erasi venuta formando dellArpione il concetto pauroso dun essere malefico che si meritava odio e disprezzo, ma che bisognava temere; e questa considerazione non aveva influito di poco a farla acconsentire a quel colloquio. Innanzi ad un male che minacciava i suoi cari, ella aveva superato ogni sua ripugnanza, e da coraggiosa figliuola dei Sangr, aveva voluto vedere faccia a faccia il pericolo.
Lusuraio savanz di pochi passi nella stanza, pi umile, pi curvo, pi strisciante che mai, gli occhi bassi, quasi non osasse levarli su fino a quella bellezza di volto, a quello splendore di sguardo, a quella nobile fierezza di fronte. Ella stette un momento a guardarlo muta ed immobile a quel modo, mentregli, con molti inchini, affoltava umili parole di saluti riverenti.
Or bene, disse poi la contessina dando alla dolcezza della sua voce tutta lasprezza e la severit di cui era capace: eccovi al mio cospetto; non perdete tempo e ditemi subito quanto scriveste davermi da comunicare.
Matteo fece ancora un passo innanzi, torn ad inchinarsi profondamente e disse con voce sommessa, umile, peritosa, ma che pure giunse chiara e fece spiccare ogni parola alle orecchie della giovane:
Quello che io ho da dirle, contessina, riguarda lavvenire di lei e lonore del nome che porta.
Albina si scosse vivamente, il suo capo saderse pi fiero ancora, i suoi occhi lampeggiarono con espressione di sdegnoso orgoglio, che non si sarebbe creduta possibile alla solita mitezza de suoi sguardi.
Lonore del mio nome! proruppe essa con voce vibrante. Non so davvero quale attinenza possa esservi mai fra esso e quanto possa esser detto... da voi!
Le ultime parole furono pronunziate con un accento di s profondo disprezzo da schiacciare il coraggio del pi temerario; Matteo, lui, non si commosse, continu in quel suo atteggiamento umile e dimesso, e riprese sottovoce sempre, ma chiaro, lento e a parole misurate:
Mi faccia la grazia dascoltarmi, e vedr... C pure una favola che dice come un leone caduto nella rete pot essere salvato da un umile topolino: immagini che in questoccasione io possa aver la parte di quel debole animaluccio, anzi con tanto maggiore efficacia che ora  il topo medesimo che pu far cadere nella fossa il leone.
La contessina corrug le dorate sopracciglia e stette un momento le labbra serrate come a meditare, poi croll il capo e disse col medesimo accento:
Non ho tempo e voglia di spiegare i vostri enimmi; parlate apertamente se pur desiderate chio vintenda.
Ho detto che avevo da parlarle intorno allavvenire di lei...
Albina fece un atto pieno di alterezza, che significava il suo avvenire non potere in nessun modo avere attinenza con fatti o cose che riguardassero chi le parlava.
E quindi, poich Ella lo desidera, le dir subito, senzaltra preparazione, che il suo matrimonio col cavaliere Giulio, non deve, non pu aver luogo.
La nobile fanciulla questa volta interruppe con un grido di sdegno.
Non una parola di pi, signor... Arpione. Voi abusate stranamente della mia bont, della mia debolezza ad ammettervi al mio cospetto. Ho gi sentito troppo e vi prego... vi comando di partire.
Perdoni... disse Matteo pi umile e supplichevole di prima: abbia la bont di ascoltarmi con animo pacato:  pel suo bene, pel suo interesse...
Albina gli accenn luscio con atto di fiero comando.
Le assicuro che non si pentir di avermi ascoltato.
Essa abbass il suo braccio e savvi risolutamente verso il camino dove pendeva il cordone del campanello per chiamare la servit. Gi vi era presso, gi allungava la mano ad afferrare il fiocco di seta: il vecchio usuraio si drizz della persona, saett dal fondo delle occhiaie incavate uno sguardo che aveva il scintillio dunarma nel ferire, e con voce sempre bassa, ma risoluta e piena di forza, disse:
Si fermi... non mi faccia scacciare da suoi servi, signorina... in nome dellonore della sua famiglia che ho gi invocato... in nome di suo padre!
Albina si volse di scatto come ferita da una vipera, altera, arrossata fino alla fronte dalla commozione dello sdegno.
Ancora! sclam. Voi osate invocare la memoria di mio padre?
Il vecchio torn umile, dimesso, dolorosamente supplichevole.
Ah, contessina! disse. Lei non pu nemmeno immaginare quanto io realmente soffra nel venirle a dare un colpo simile... Sono tanti anni che taccio e avrei continuato a tacere; ma ora una ineluttabile necessit mi vi spinge. Ella mi approver, Ella mi sar grata, chio mi sia rivolto a lei direttamente, piuttosto che ad ogni altro, e cos possano la signora contessa sua madre, i signori conte e cavaliere suoi fratelli ignorare tutto come prima e sempre, come ignorer tutto sempre la gente; e sia risparmiato cos ai suoi cari, specialmente a sua madre, che poverina, forse ne morrebbe, il pi grande affanno che possa mai colpirli al mondo.
La giovinetta ascoltava sbalordita; era di troppo ingenua, di troppo schietta e nobile natura per poter pure immaginarsi soltanto che tutto fosse menzogna ci che quelluomo le veniva dicendo; quel certo concetto pauroso che si era fatto vagamente di colui che le parlava si veniva ora affermando con pi precisa determinazione e con proporzioni davvero spaventose: lo guardava con occhi sbarrati; impallid un pochino e con labbra quasi tremanti, domand:
Che volete dire?... Che volete dire, in nome di Dio!
LArpione si avvicin vieppi alla giovane e i prese un tono di domestichezza che non aveva avuto fino allora e che a lei fece correre pei nervi quasi un ribrezzo.
Bene a ragione la nostra santa religione ci comanda di essere pietosi verso i trascorsi perfino de pi grandi peccatori, perch anche il pi saggio, anche il pi onesto, sotto limpulso della necessit, la tentazione del demonio, pu fallire... infelicemente fallire...
Albina lo guardava sempre con quei suoi begli occhi spaventati: cominciava a capire che quelluomo intendeva accusare di qualche fallo alcuno della famiglia di lei. Chi? Ernesto probabilmente, il primogenito, che aveva da giovane dato motivi di sdegno e dispiacere ai genitori. Non aveva detto appunto colui di aver taciuto per tanti anni? Era dunque una colpa antica del fratello che ora e voleva risuscitare? E veniva da lei per risparmiarne il dolore alla madre. S, in ci egli aveva ragione: ella avrebbe fatto di tutto perch la madre ignorasse. Ma in qual modo avrebbe potuto adoperarsi a tal uopo? e qualera quella colpa? E davvero tale, come accennava quelluomo, che lonore della famiglia ne fosse offeso? No, ci le pareva impossibile. Ernesto non aveva mai potuto mancare ai doveri n del gentiluomo, n del galantuomo. Tutto questo le turbinava nella mente; avrebbe voluto subito penetrare il vero e ci aveva ribrezzo, avrebbe voluto interrogare e non trovava parola: congiunse le sue manine bianche e sottili e se le torse nervosamente, soggiungendo secco e vibrato:
Ma parlate, parlate...
Matteo abbass ancora la voce:
Il conte-presidente fu pure il re de galantuomini, ma tuttavia...
Si ferm come se non osasse continuare.
Il conte-presidente? Mio padre? ripet la giovane che sentiva la mente confondersi vieppi. Ebbene?
Ebbe il suo momento di debolezza...
Un grido, un fiero grido usc dalle labbra frementi di Albina.
Lui!... Mio padre!... Disgraziato! Osereste accusare mio padre?
Laspetto della fanciulla raggiava un cos fiero sdegno, locchio fulminava cos acceso che Matteo non vi pot reggere; curv il capo, abbass lo sguardo e si fece indietro, come pauroso, di alcuni passi.
Essa cammin superba verso di lui.
Ah ti confondi! esclam. Tu lo confessi... Hai mentito, infamemente mentito.
Lesitazione dellusuraio fu breve: egli troppo si era afforzato nella sua risoluzione, troppo gli stava a cuore il concepito disegno per arrestarsi ora e cedere: si drizz alquanto della curva persona, non os fissare in volto la giovane, ma disse con ferma voce:
No, non ho mentito...  pur troppo cos. E ho le prove di quel che affermo.
Albina da rossa come sera fatta nel volto pel primo impeto dello sdegno, divenne pallida; si vedeva lo sforzo che faceva a s stessa per dominare la propria emozione.
Come avete potuto pensare, miserabile disse con voce soffocata, che simili parole fossero tollerate qui... qui dove mio padre visse... e in presenza di una sua figlia?... Oh certo avete fatto bene a non dirle che i miei fratelli le sentissero... Io, una fanciulla, non posso, non debbo che scacciarvi di qua, pentendomi amaramente di aver avuta la debolezza di ricevervi.
Senta, contessina...
Uscite!
Lei forse non ha badato bene alle mie ultime parole...
Uscite! e tese di nuovo con atto dimponente comando la mano verso la porta.
Io le ho detto che ho le prove...
Uscite! tuon la fanciulla con voce di tanta forza che non si sarebbe creduta possibile in s delicata persona, e nello stesso tempo ella diede una strappata al cordone del campanello.
Ella se ne pentir, disse affrettatamente Matteo pur camminando verso luscio. Ho in mio potere una lettera di suo padre... lho qui meco... Lei pu vedere se io dico bugia... (E trasse sollecito dal portafogli il mezzo foglio che ci aveva riposto la sera prima). Eccola... Ella conoscer bene la mano di scritto?... (Tendeva la carta verso della fanciulla). E se Lei non mi ascolta, se Lei mi scaccia, questa sera medesima io far stampare e pubblicare su qualche giornale questo scritto, coi commenti...
Albina non pot frenare un primo impulso di curiosit, di ansiosa emozione; fece vivamente un passo verso quelluomo, tese una mano come per prendere quel pezzo di carta chegli le porgeva; ma se ne pent subito, lasci cader la mano; per un freddo le corse per le vene: le pareva di riconoscere la scrittura di suo padre.
Prenda, prenda: diceva sollecito Matteo avvicinandosi di nuovo di due passi alla giovane: oh glie la lascier esaminare quanto vuole.
Luscio si apriva in quella e compariva la Giustina, alquanto inquieta per la violenza con cui era stato suonato il campanello. Vedeva in quel punto il vecchio che porgeva una carta alla signorina e questa che pareva esitare a prenderla.
La contessina comanda qualche cosa?
S... rispondeva un po confusa la giovane arrossendo per la piccola bugia che stava per dire, per la vergogna di cedere alla potente, dolorosa curiosit che laveva invasa: posso aver bisogno di qualche domestico; faccia il piacere, Giustina, di ordinare che uno stia pronto cost nella mia anticamera.
La Giustina gett un lungo sguardo osservatore sulla padroncina e sullusuraio, fece una profonda riverenza e se ne part dicendo alla giovane che sarebbe tosto ubbidita.
Appena soli di nuovo Matteo riprese:
Le ho fatto, contessina, una brutta minaccia, la minaccia di un colpo terribile, che io non vorrei avere da darle a nessun costo. Oh creda che io proprio non verr allestremo di pubblicare questo fatale documento che quando avr perduta affatto ogni speranza di ottenere il mio intento... E appena Lei avr esaminato... Guardi, contessina, se io non sono di buona fede, e se non voglio procedere con una lealt eccezionale... Questo scritto  per me preziosissimo;  il solo mezzo chio mi abbia per ottenere cosa che mi sta pi a cuore dogni altra a questo mondo... ma che questo mondo?... anche della eterna felicit nellaltro... Ebbene, ecco, vede, questa carta, un tesoro per me, io la depongo qui su questo tavolino e mi allontano fin l al fondo del salotto... e Lei pu venire a prenderla e leggerla... e io aspetter laggi in silenzio a vedere quale effetto le avr prodotto questa lettera e a dirle il modo onde salvare il riposo, il decoro della madre, dei fratelli, di tutta la famiglia.
Albina fece un movimento brusco, ferita al vivo di bel nuovo da queste parole; ma non parl, non volse neppure uno sguardo verso lusuraio. Questi venne col suo passo strisciante fino al tavolino che non era lontano dal posto in cui stava la fanciulla, vi depose spiegato il foglio, e poi, come aveva detto, si allontan con ostentata discrezione.
Lo sguardo della giovane guizz verso la carta posta cos allarrivo della sua mano. Ah non cera proprio dubbio: quella era la scrittura paterna; Albina mand un sospiro, arross leggermente, tese con atto vivace la destra, prese il foglio e lesse.
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Capitolo 12.
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A mio figlio Ernesto.
Trovandomi vicino a comparire innanzi a Giudice Supremo, mi sento lobbligo, caro figlio, di dichiararti una grave mia colpa, che tutti ignorano, della quale lunico che potrebbe accusarmi  spento pur troppo, che ora forma il rimorso degli ultimi miei giorni di vita e cui lascio a te il debito di riparare, almeno colla restituzione, e con tutti quei modi che potranno essere da te giudicati i migliori.
Sappi adunque, arrossisco ancora nel solo ricordarlo, che vi fu un momento nella mia vita in cui corsi rischio di esporre il nostro onorato nome alla vergogna e allo scherno che accompagnano la rovina, la miseria, il decadimento di unillustre famiglia, colla vendita giudiziale dei possessi, perfino collarresto personale del debitore, perch avevo firmato cambiali che avevano affatto il carattere commerciale.
Perdonami, Ernesto, come mi avranno perdonato i nostri maggiori da cui ho pur supplicato con infinito dolore mercede. Non fu trista indole, non fu neppure soverchia ambizione che mi trassero al mal passo: fu leggierezza, imprudenza spensierata, incuria e poco senno pratico della vita; mi pareva che il mio nome, il mio grado, la mia condizione sociale dovessero imporre alla gente tanto rispetto per me e per le cose mie, che nessuno avesse da ledere i miei interessi, da vantaggiarsi delle mie debolezze, da speculare sulla mia insufficienza; e daltronde credevo io a questa insufficienza?
Per farla breve, giunse un giorno in cui sio non pagava almeno cinquanta mila lire di cambiali, sarei stato arrestato, si sarebbero sequestrate le nostre robe, posti allincanto i nostri possessi: e quelle cinquanta mila lire io le teneva l, sotto mano, chiuse nel mio scrigno: non avevo che da prenderle... ma non erano mie: erano un sacro deposito...
Ernesto, che dirai tu quando saprai che tuo padre si  impadronito di quel deposito? Era il padre di Giulio, il buon Armando, che mi aveva affidata quella somma, prima di partire per lAmerica, e io aveva giurato custodirgliela. Vado a tentare la fortuna colaggi, mi aveva detto, ma pu anche essere che invece non trovi che la sventura; non voglio dunque recar meco tutto quel poco che ho ancora di mio, lascio a te questo denaro, tu lo serberai a mio figlio...
E io, sciagurato, lo consumai.
Qui finiva il foglio e finiva anche lo scritto, senza data, senza segnatura, ma, come fu detto gi pi volte, tutto di mano incontestabilmente del fu conte Ernesto Sangr di Valneve padre.
Albina non comprese del tutto bene ci che pur lesse e che rilesse a pi riprese; ma sentiva una grande emozione nel fondo dellanima, un gran rivolgimento in tutto il suo essere. Stette immobile, bianca come un cadavere, dritta, muta, con quel foglio in mano cui guardava con occhi appannati senza vederlo. Matteo Arpione se ne stava pure immobile nel suo cantuccio, covando con occhi ansiosi lespressione della bella fisonomia della fanciulla. Regn per un poco in quel salotto un silenzio di tomba. Poi le mani della giovane sallargarono e il foglio ne cadde lentamente, avvolgendosi per aria fino a che giunse lieve lieve sul tappeto del pavimento; ma laveva appena toccato che Matteo lesto, eppure senza far rumore, era giunto e laveva preso per nuovamente riporlo e serrarlo nel suo portafogli.
La contessina, come smemorata, si port le mani alla fronte e domand a s stessa pi ancora con istupore che con affanno:
Ma che vuol dir ci?
LArpione, che ora le si trovava li presso, susurr piano piano con voce insinuante:
Glielo dir io... Il conte-presidente in realt, or sono circa sedici e pi anni, si trov in criticissime condizioni. Lei sa che io godeva di tutta la confidenza di lui ed ero a parte di ogni cosa e interesse che lo riguardasse... E, se ho da dire tutta la verit, sono io che poi lo trassi dalle peste ed ebbi tanta fortuna colla mia buona amministrazione di ricostruire il patrimonio dei Sangr e di rifare prospere come sono oggid nuovamente le loro condizioni... Ma lasciamo andar questo... non lo dico gi per vantarmi... Il vero  che a quel momento... quando il conte deve avere scritto quella lettera, egli, senza quella somma di 50 mila lire, era rovinato, e, pensando alla famiglia, al decoro, allonore del nome, si decise a servirsi del deposito fattogli dal cavaliere Armando.
Albina non ebbe pi scoppio di collera, pareva affranta; ne suoi begli occhi stavano due lagrime; il suo pallore era tanto che anche le labbra apparivano pi bianche della gorgiera da cui usciva il suo bel collo di cigno.
Mio padre avrebbe dunque?... Sarebbe stato?... le brutte, orribili parole che dovevan finire quelle frasi non poterono essere pronunziate. Ella si copr un momento il volto con quelle sue piccole mani dalabastro che tremavano, e fra le dita sottili e affusolate scorsero come due perle le lagrime contenute fin allora dalle lunghe ciglia dorate; ma rialz tosto il capo sicura e superba. No; esclam: non  possibile, non  vero, non .
Eppure... disse ancora pi piano lusuraio: questa confessione...
Non ci credo: interruppe vivamente Albina. Ho in me una voce segreta che mi afferma ci non esser vero...
Ma questa voce segreta, soggiunse Matteo sempre sommessamente, non parler al pubblico...
Ella si riscosse dolorosamente.
Voi avreste il coraggio di pubblicare?...
S, contessina... Ma solamente allora quando vedessi che Ella non vuole accettare le mie proposte.
La fanciulla fece un moto pieno di alterigia e disprezzo.
Ah! esclam. Avete ragione. Voi siete venuto qui per vendermi quella carta.
No! grid con qualche veemenza Matteo.
Domandatemi quel che volete. Qualunque somma sia, io mimpegno di farvela ottenere.
Nessuna somma. N cento milioni, n cento mila. Sono di begli anni, sa, che possiedo questa carta. Ho io mai pensato a trarne profitto? Ho taciuto sempre; mi era caro quanto a loro lonore della memoria di chi fu mio buon padrone; se ora vengo da Lei  perch sapevo che non avrei avuto nessun altro mezzo di ottenere che Ella acconsentisse...
Ma che volete dunque? interruppe Albina con isdegnosa impazienza: che volete?
Le ho gi detto che il suo matrimonio col cavaliere Giulio non doveva aver luogo.
Ella fece un atto di superbo diniego, ma tacque.
E aggiungo ora, prosegu il vecchio, che Lei deve dar la mano al conte Alfredo di Camporolle.
Albina lo guard meravigliata insieme e sprezzosa.
 lui che ha comprata la vostra protezione?
Egli non ne sa nulla, davvero, lo giuro sullanima mia!... Sono io che... per certe ragioni che  inutile dire... lo voglio felice ad ogni costo... E sar felice anche Lei, ne sia sicura. Il conte Alfredo lama tanto! Lama da pensare ad uccidersi se la perde! Lama da farle con incessante cura una vita tutta gioie e consolazioni. Ed  cos buono, sa, il conte!  unanima eletta,  un cuor doro...
Ella gli tronc le parole con un atto dimpazienza:
Basta!
Ella rifiuta?
E allora mi costringe a pubblicare...
Ah no, voi non lo farete.
Lo far se Ella mi lascia uscire di qui senza la promessa di acconsentire a quello che io le domando.
Lasciatemi almeno un po di tempo...
No... preme... quel misero soffre: pu da un momento allaltro abbandonarsi a qualche eccesso di disperazione. Bisogna che questoggi stesso venga a confortarlo un biglietto che lo richiami in questa casa.
Questoggi stesso!
Vuole Ella sacrificare la memoria venerata di suo padre?... Se io andassi con questa carta dalla signora contessa Adelaide...
Ah no: proruppe Albina con tono di spavento. Non da mia madre...
Me lo lasci soltanto supporre: vede bene che ho pur pensato ad evitare un simile dolore a quella venerata signora. Ma se ci andassi e le dicessi quello che ho detto a Lei, non crede che sua madre medesima verrebbe a pregarla di acconsentire?...
Albina si copr di nuovo il volto colle mani e mormor con espressione dinfinito dolore:
Che fare? Che fare, mio Dio!
E laltro sommesso, insinuante come prima:
Quello che le dico io... Dichiarare alla signora mamma e ai fratelli che, pensandoci bene, Ella si  accorta di amare il conte Alfredo invece che il cavaliere Giulio; soggiungere che oramai  sua ferma volont di sposare il primo; che nulla pu farla pi cambiare, e insistere e pregare perch si scriva subito al conte di Camporolle... e magari scrivere Lei.
La contessina teneva sempre la faccia nascosta fra le mani.
 un sogno questo? balbettava. un brutto sogno?
Sar una realt che la far felice Lei stessa... Tutti sempre ignoreranno... quella debolezza... la ignorer sua madre, anche i fratelli, non ricever la menoma tacca la memoria del conte... e sar proprio come se quella carta non avesse mai esistito.
La giovane si scosse e lev vivamente il capo.
Quella carta? domand con voce soffocata. Che cosa ne farete?
La rimetter nelle sue mani in compenso della solenne sua promessa.
Albina si premette gli occhi per ricacciarne indietro le lagrime; si premette il cuore per contenerne il palpito doloroso; tese la destra verso lusuraio e disse con accento di comando; 
Datemela!
Ora? Subito?
Ella ripet seccamente, ma con imperiosit:
Datemi quella carta!
Matteo, dominato, soggiogato, sinchin, trasse fuori il portafogli, ne lev quel pezzo di carta, e tenendolo in mano esitante, dubbioso, incerto, disse:
Eccola, ma...
Albina gliela strapp di mano.
O padre mio, esclam, parlami tu, illuminami tu, vieni tu a chiarirti innocente, come ti sento, ti credo.
Signorina! grid Matteo spaventato: Ella non pu ancora ritenersi in possesso di quel documento; io le ho detto che non glielavrei dato se non dopo e in compenso della sua promessa...
La contessina lo fulmin duno sguardo di tanto disprezzo che gli ruppe le parole in bocca.
Questa carta non uscir pi dalle mie mani: disse Ella: e voi ne siete pagato, perch, la mia promessa... lavete.
Si premette di nuovo il cuore e con voce manchevole soggiunse:
Ed ora lasciatemi, andate!... Non mi farete, spero, loltraggio di dubitare della mia parola.
Oh no certo, contessina... Questo mi basta... Limpegno che Ella ha preso io lo ritengo fin dora per solenne e...
Lasciatemi, vi ho detto, interruppe Albina. Ho gran bisogno di esser sola.
Matteo Arpione part inchinandosi umilmente; la giovane, appena egli fu fuor delluscio, cadde seduta, mandando un gemito di dolore, mezzo priva di sensi; nelle mani contratte con cui si premeva il petto stringeva spiegazzata la lettera del morto padre.
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Capitolo 13.
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Alfredo aveva gi ricevuto un po di conforto dal bigliettino anonimo che misteriosamente si era trovato sul tavolino e di cui aveva cercato invano di conoscere la provenienza; ma la giornata successiva era gi quasi trascorsa senza che nessun fatto venisse a rinforzare la sua speranza ed egli ricadeva man mano nella prima disperazione, quando a mandarlo nella gioia pi viva gli giunse verso sera una polizza di visita del conte Ernesto con sopravi scritte queste parole: Parto domattina di buonora per tornare al mio battaglione, e ho bisogno di vederti prima e di parlarti. Vieni stassera verso le otto; saremo soli; vieni come se non ti avessi scritto la lettera di ieri. E dopo aver parlato noi due, passeremo nel salotto di mia madre, dove a quellora non ci sar nessun estraneo alla famiglia.
Il giovane innamorato aspett con esultante trepidazione larrivo di quellora assegnatagli, che gli parve tardasse uneternit a giungere; rilesse le mille volte quel bigliettino e sindustri a penetrarne il pi intimo senso, le pi riposte cagioni che lo avevan dettato. Non poteva a meno di concluder sempre esser quella una promessa di felicit. Conosceva troppo il carattere dErnesto per dubitare della perfetta di lui lealt e franchezza; il dirgli che considerasse come non avvenuta la lettera precedente era unassoluta ritrattazione della lettera medesima, era dunque un accettare la sua proposta; il soggiungere che dopo il loro colloquio sarebbero passati nel salotto della contessa era un affermare che di quella sera medesima si voleva tutto definire e stabilire. Era fin troppa ventura; era un passare dalleccesso del dolore alleccesso della gioia, e questa opprimeva perfino il cuore che invadeva.
Alla fine quelle benedette ore scoccarono e Alfredo di Camporolle, in unacconciatura severamente elegante, si presentava nellanticamera di casa Valneve. Non ebbe da mandare ambasciata; come visitatore atteso fu subito condotto da un domestico nello studilo del conte Ernesto.
Questi, appena il servo ebbe annunziato Alfredo, mosse incontro al nuovo venuto colla solita, gentile sua agiatezza di maniere. Fumava un grosso sigaro dAvana che riempiva dun piacevole profumo lo stanzino; era vestito con abiti cittadineschi ed aveva il volto rallegrato dal suo benevolo sorriso. Si tolse di bocca il sigaro per dire allamico:
Bravo! Esattezza da militare. Suonano adesso le otto.
E gli tese la destra con tutta la franchezza duna vera amicizia.
Un freddo e acuto osservatore avrebbe forse potuto notare in lui, non un impaccio, n uno sforzo a dissimulare, di questi egli colla sua schietta natura non ne aveva mai, ma una certa lieve preoccupazione; Alfredo per, che non era acuto osservatore, e che in quel momento era assai commosso egli stesso, non vide nulla, non not nulla, occupato a frenare il suo cuore che batteva di troppo.
Sono venuto ansiosamente al tuo appello: dissegli con voce un po incerta: e non ti nascondo che per me questora ha tardato molto a giungere.
Ernesto, per la mano che lamico gli aveva data, lo trasse innanzi fin presso il caminetto, dove ardeva ancora, bench si fosse verso la fine di marzo, un allegro fuoco, e fattolo sedere sopra una bassa poltroncina, gli porse un elegante astuccio pieno di quei sigari dAvana con uno dei quali egli profumava la stanza.
Vuoi fumare? gli disse.
No, grazie: rispose Alfredo met sorridendo e met sul serio; il fumare distrae. Io voglio avere tutte le mie facolt intente a quello che stai per dirmi... Parla, mio caro Ernesto, te ne prego. Limpazienza, lansiet mi tormentano... Senti, toccami, ho la febbre.
Ernesto gli strinse il braccio colla sua mano delicata e nervosa.
S, davvero, povero Alfredo! esclam con interessamento. Or bene, io ti lever subito da questo travaglio. Del resto lo dovevi ben capire che se ti ho scritto di quella guisa non era poi per dirti qui faccia a faccia delle cose che ti dovessero spiacere.
S, lho capito... cio lho sperato; ma, tu sai pure che, quando si agogna ad una tanta felicit, quando massime la si  vista dileguarsi da noi, ci pare poi impossibile raggiungerla, se non la si tiene proprio afferrata colle nostre mani.
Ebbene, fa conto di averla afferrata fin dora. La mano dAlbina sar tua.
Alfredo sorse di scatto, mandando un grido, poi dalla emozione impallid e vacill, si lasci quasi cadere sul seno di Ernesto e gli disse piangendo insieme e ridendo, poco meno che balbettando:
Oh Ernesto!...  dunque proprio il paradiso sulla terra che tu mannunzi!... Oh amico mio! Oh fratello mio! Gli  a te, ne son certo, che debbo tanta ventura...  perfino la vita che tu mi ridai... s, perch senza di lei non posso pi vivere, io sarei morto.
E lo abbracciava e lo baciava con forza, con passione, con trasporto.
Via, via, disse il fratello dAlbina facendo a rendere pi tranquillo il giovane: non parliamo di morire. E non dare neppure a me un merito chio non ho. Sai che sono schietto fino alla imprudenza con tutti, e tanto pi con quelli che stimo di meglio. Ti amo e stimo cos da essere perfino grossolano nella mia franchezza a tuo riguardo; e dunque ti confesso che io non ho patrocinata menomamente la tua causa, e che anzi ho desiderato la vittoria dun altro. Che vuoi? A Giulio, oltre ai vincoli del sangue, mi congiunge un affetto nato fin dallinfanzia e sempre accresciuto colla domestica frequenza, collesempio e col desiderio di mio padre che quel ragazzo tenne seco ed am proprio come suo figlio. Anche adesso penso con assai dispiacere al dolore che prover quel buon Giulio, e che avrei voluto risparmiargli. Certo, se non si fosse trattato di lui, sarei stato io tuo avvocato zelantissimo... Ma la conclusione, che  ci che pi ti importa, si  che non hai avuto bisogno daltri avvocati, e la tua causa lhai vinta.
Alfredo sent un brivido delizioso di gioia scorrergli per tutte le vene.
Dunque... disse tremando e con voce ansante: la signorina Albina?...
Fu sempre pensiero di tutti noi, di nostra madre la prima, lasciarla libera nella scelta della sua sorte... beninteso entro certi limiti... Alcune apparenze ci avevano ingannati... In breve, ora qui io tho accolto come pretendente: uscendo di casa nostra protrai essere il fidanzato di mia sorella.
Camporolle tacque un momento per dominare la sua tanta emozione; prese un aspetto grave, e con voce ferma e improntata duna certa solennit, disse poi:
Ernesto, giuro che far ogni cosa in mio potere, perch n la contessina, n alcuno della tua famiglia abbia mai da deplorare di avermi creduto degno di tanto onore e di tanta felicit, e confido che riuscir nel mio intento. Ecco quanto posso far io personalmente; quanto alle altre materie da trattarsi, tu mi indicherai il notaro della tua famiglia, e con esso un altro incaricato da me, a cui comunicher tutti i documenti e che informer esattamente delle mie condizioni domestiche e finanziarie, aggiuster tutto quanto riguarda le cose dinteresse; ma sento il bisogno di dichiarare fin dora che io nella sposa di cui ambisco si ardentemente la mano, non cerco, non voglio cercar altro che la fiducia e laffetto...
Ernesto linterruppe.
Di tutte codeste cose che sentono labbaco, hai ragione tu, bisogna lasciar parlare ai nostri notai... Ora, se lo desideri, possiamo andar di l nel salotto di mia madre.
Se lo desidero! esclam Alfredo, lo sguardo sfavillante e congiungendo le mani quasi in atto di preghiera.
Il conte di Valneve gett nel caminetto il sigaro e suon il campanello.
Domandate alla contessa, disse al domestico che si present alluscio, se pu ricevere in questo momento il conte di Camporolle e me.
Il servo sinchin e ripart.
Successe un momento di silenzio; Alfredo cercava col cervello in tumulto delle frasi da dire, e non trovava nulla: Ernesto, preso di sopra la caminiera un paio di guanti, se li calzava, guardando distrattamente le braci nel focolare.
Il domestico torn e disse:
La signora contessa li aspetta.
Ernesto pass il braccio su quello di Alfredo e savviarono insieme; traversate unantisala, il gran salone, una stanza di mezzo, penetrarono nel salottino particolare della contessa Adelaide.
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Capitolo 14.
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La contessa era sola, seduta sopra un seggiolone presso alla tavola di mezzo, su cui stava accesa una grossa lampada di porcellana dipinta, senza ventola, illuminando molto vivamente il non ampio salotto. Volse verso i due giovani che entravano il capo gi incanutito, ma sempre eretto con fiera eleganza, il volto pallido e corso da rughe, ma bello sempre di nobile espressione, gli occhi pieni di benevola cortesia, e rispose con un grazioso cenno ai saluti degli arrivanti.
Anche in lei si sarebbe potuto notare una qualche preoccupazione, un leggero turbamento, unombra, direi quasi, ma proprio niente pi che unombra di malavoglia.
Sul tappeto elegantissimo che copriva il tavolo stava un libro aperto e voltato al rovescio, colle pagine sotto e in su la copertina riccamente rilegata in cuoio con dorature. Pareva che la contessa avesse interrotta allorallora una lettura che stesse facendo; ma in realt era da pi di venti minuti che quel libro giaceva abbandonato in quel modo, e che lo sguardo della signora stava fisso innanzi, sulla parete, dove pendeva un dipinto chiuso in una cornice ovale di legno scolpito: un ritratto anche quello del fu conte-presidente. Lamorosa, inconsolabil vedova aveva volute presenti le sembianze del perduto marito in ogni stanza dove ella passasse pi solitamente le ore della sua vita: nella camera da letto, nel proprio salotto e nel gran salone. E questo ritratto di fronte a cui sedeva, ella, ora, prima di venire interrotta dallarrivo dei due giovani, lo stava guardando con una specie di insistenza interrogativa, quasi volesse da quello attingere alcun che da sciogliere certi dubbi, quasi ne aspettasse una parola, un cenno che le spiegasse cosa che non comprendeva e che si turbava un poco di non comprendere.
Appena scambiati i saluti, la contessa fece segno ad Alfredo di sedere sul piccolo sof, che stava appunto sotto il ritratto del defunto di lei marito, e si volse verso di lui cos da vederne di pieno il volto nettamente illuminato dai raggi della lampada.
A togliere limpaccio dellentrata in argomento e la sgradita esitazione delle prime parole, Ernesto cominci subito a dire in questo modo:
Madre, ho parlato al conte di Camporolle. Egli, malgrado la lettera che io gli ho scritto e che ora ho disdetto, ci fa lonore di ridomandare la mano di Albina, e io lo conduco qui innanzi a Lei, dopo avergli lasciato sperare che la risposta della contessa di Valneve sarebbe stata favorevole.
La signora non rispose subito: i suoi occhi erano di nuovo fissi sul ritratto. Non fu che un momento, ma pure ad Alfredo parve di passare per una lunga angoscia di aspettazione. Ella abbass lo sguardo dal dipinto alla figura del giovane e disse a sua volta con un po demozione:
Le parole che ha udite da mio figlio primogenito, le ritenga pure, dette da me.
Alfredo si alz; avvicinatosi alla contessa, ne prese la destra e la baci con umile rispetto.
Contessa, rispose, ho innanzi a me tutta la vita dun giovane di venticinque anni per ringraziarla; e non sar abbastanza, in proporzione alla felicit che Ella mi accorda.
Cera tanta verit di sentimento, tanto simpatica espansioni, in queste poche parole, che la madre di Albina fece al giovane innamorato un sincero sorriso di benevola approvazione.
Or dunque, soggiunse con una tinta di allegria nellaccento, conviene presentarla alla sua sposa, signor conte di Camporolle.
A quel nome di sposa, Alfredo fu scosso di nuovo da un fremito di piacere; sinchin profondamente senza poter parlare. La contessa si volse al figliuolo:
Fa venire Albina: gli disse.
Vado io stesso a prenderla: rispose Ernesto alzandosi sollecito, e usc dal salotto.
Donna Adelaide scocc uno sguardo penetrante su Alfredo e con maggiore vivacit e confidente domestichezza, interrog:
Lei ama davvero e molto la mia Albina?
Oh con tutta lanima! proruppe il giovane, la voce, gli sguardi, laspetto pieni di fuoco: tanto, veda, che non oser mai dire neppure alla contessina, che non sono capace di esprimere neppure ora qui, a Lei, la cui squisita bont mi incoraggia cos generosamente. Io non vivr che per essa: ogni mio atto, ogni volont, ogni pensiero dipenderanno da Lei soltanto...
La contessa guardava di nuovo il ritratto.
Ah possa Ella amare e render felice la figliuola, come colui che ci guarda da quella tela am e fece felice la madre!
Camporolle si volse egli pure a quel dipinto.
Far ogni mio possibile per ci, lo giuro per la santa memoria del genitore della contessina; a quella santa memoria domander le ispirazioni, ed Ella, contessa, che avr la fortuna di chiamar madre io pure, Ella vorr aiutarmi e suggerirmi co suoi consigli, co suoi ammonimenti. Oh creda che, in ogni cosa e tanto pi in quanto riguarder la felicit della mia compagna, Ella trover sempre in me la zelante sommessione e la sollecita obbedienza dun figliuolo.
La contessa non ebbe tempo a rispondere che con un sorriso e un cenno del capo: luscio venne aperto ed entrarono Ernesto ed Albina.
Questultima era un po pi pallida dellusato, ma le sue fresche guancie di diciassette anni non serbavano traccia delle lagrime che in segreto vi erano scorse sopra; lo sguardo era velato dalle lunghe ciglia abbassate, ma gli occhi non erano pi arrossati dal pianto che avevano pur versato, non visti, con tanta amarezza. Savanz sicura, con una certa alterezza, e insieme modesta; si ferm presso la madre e levando un poco le ciglia mand uno sguardo non ad alcuna delle persone viventi che l si trovavano, ma anchessa al ritratto di quel morto che era stato suo padre.
Eccomi: dissella poi con quella sua voce soave come nota di flauto dargento, quasi per sollecitare le parole che stavano per essere pronunziate, come impaziente daverle udite, daver finito quello per cui era venuta.
Albina, disse la madre prendendole la destra; questa tua mano ci viene domandata dal conte di Camporolle; io e tuo fratello maggiore glielabbiamo accordata e gli abbiamo fatto sperare che tu non avresti contraddetto alla nostra risposta.
Vi fu un momento di silenzio; la fanciulla parve raccogliersi, esitare, le sue sopracciglia si corrugarono leggermente e le labbra quasi scolorite si serrarono; Alfredo, oppresso da inesprimibile emozione, si appoggi alla spalliera duna seggiola vicina; il cuore gli batteva cos concitato che parevagli dovessero sentirlo tutti i presenti. Albina, quasi involontariamente, come attratta da un influsso magnetico, fece sguizzare uno sguardo verso il giovane; la vista di quel bel volto pallido, ansioso, supplichevole, che pareva duomo la cui vita dipendesse da un cenno di lei, forse valse eziandio a rincalzare la risoluzione in lei gi ferma e precisa, ma che, a quel momento fatale di prendere un irrevocabile impegno, non trovava il coraggio di estrinsecarsi; ella sinchin innanzi a sua madre, ne baci la mano e rispose:
La risposta data da Lei mia madre e da mio fratello,  la mia.
Camporolle mand unesclamazione che era un sospiro di sollievo, un grido soffocato di gioia.
Ah signorina! disse con voce rotta e quasi affannosa: tutto il mio sangue pel tesoro di queste sue parole.
La contessa che aveva ritenuta con una mano quella di Albina, porse laltra ad Alfredo che si affrett a porre in essa la sua destra.
Ebbene, dissella commossa guardando il ritratto del defunto marito: sieno questi i vostri sponsali, e questo momento per voi solenne possa essere principio per ambedue di una felicit, quale ho avuta io col mio povero Ernesto...
La voce le si estinse fra le lagrime; Albina le cinse colle sue braccia il collo e baciandola, appoggiandole sulla spalla il suo bel capo, esclam:
Mamma! Mamma!... Non pianga.
Alfredo sollev fino alle sue labbra la mano della contessa Adelaide e vi pose un lungo bacio.
La madre di Albina un insieme le destre dei due giovani, e disse con un sorriso che aveva qualche cosa di mesto, di rassegnato:
Siete fidanzati.
Alfredo strinse leggermente quella manina sottile, il cui contatto, pur traverso la pelle del guanto che gli vestiva la mano, gli faceva tumultuare il sangue; ma nessuna stretta rispose alla sua, quella destra verginale rimase inerte, passiva, fredda, e appena egli sciolse un pochino le dita, si ritrasse sollecita.
Ernesto entr allora a parlare a sua volta:
E cos io posso partirmene domattina, ch questaffare  terminato. Tu, Camporolle, combinerai tutto con mia madre, e quando sar stabilita ogni cosa del modo, del tempo, eccetera, mi scriverete subito, perch io possa prendere il mio permesso.
Sedettero, stettero un poco, chiaccherando pi di cose indifferenti che di quanto era allora avvenuto e che pure doveva essere fatto importantissimo per tutti; Albina parl poco, si mostr n lieta, n triste; vennero visitatori ed essa si ritir senza mandare alcun saluto speciale ad Alfredo, il quale di l a poco se ne part egli pure; e non sapeva se doveva essere contento o no, ed aveva una confusione nellanima in cui non valeva a discernere egli stesso.
Enrico non si era lasciato vedere; ed era perch egli aveva dichiarato assolutamente di non approvare a niun modo quel matrimonio, e non aveva ceduto che allautorit del fratello primogenito. Ed ecco a questo riguardo quello che era avvenuto.
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Capitolo 15.
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Albina, dopo il colloquio con Matteo, stata a meditare seco stessa quasi unora, aveva poi, per mezzo della signora Giustina, fatto pregare suo fratello Ernesto di venirle a parlare; e a lui, subito, aveva detto dovergli domandare un gran favore da cui dipendeva la sua sorte, supplicarlo volesse proteggerla, aiutarla, sostenerla in una contingenza gravissima, in cosa che bisognava assolutamente compiere e per cui sentiva mancarsi essa stessa il coraggio, e troppo sapeva che avrebbe trovato contrari tutti i suoi. Era quasi impossibile per chiunque il risponder no ad una preghiera fatta da quella gentil persona, con quella voce cos soave, colla mala celeste di quegli occhi azzurri, cos dolci: era impossibilissimo poi ad Ernesto, il quale, per sua sorella, di cui conosceva per bene la elevatezza dellanimo, leccellenza dellingegno, la generosit del cuore, aveva una predilezione, in cui, oltre al pi vivo amor di fratello, centrava un poco di quello paterno e direi perfino della tenerezza duna madre.
Egli dunque sollecitamente e con calore rispose ad Albina, parlasse pure, e di qualunque cosa si trattasse, fosse certa del pi caloroso e zelante concorso di lui; ma ben ebbe da pentirsi di questa sua promessa e grandissimo e spiacevole fu il suo stupore, quando la sorella gli ebbe detto che quellimportante, difficile, dolorosa bisogna era di rompere glintesi di lei sponsali con Giulio e stringerne altri invece col respinto conte di Camporolle. Non istar a riferire tutto il dialogo che ebbe luogo fra i due giovani, Ernesto tentando con ogni argomento rimuovere Albina da simile decisione, ed essa insistendo con una tenacia e risolutezza irremovibili a qualunque ragione, perfino alle preghiere; dir solo che ella tanto fece, da giungere perfino a persuadere il fratello essere vere le sue affermazioni; che, cio, consultato meglio il suo cuore, erasi accorta di non amare Giulio, di amare invece quellaltro, di avere a tutta prima acconsentito alle preghiere del cugino, perch esso le destava compassione, e volendogli bene davvero come a un fratello, erale doluto assai dargli una risposta che lo facesse soffrire; ma poi, pensandoci meglio, sera accorta che il suo sacrificio le sarebbe stato troppo doloroso e aveva sentito mancarle la forza di compierlo. Fin per dire che se suo fratello le fosse mancato, avrebbe scritto direttamente essa medesima al conte di Camporolle.
Conte... conte: proruppe Ernesto. Non sai che egli  stato fatto tale da poco per un brevetto comprato dalla Corte pontificia, e che suo padre era un borghese, sua madre una popolana?
Albina ebbe un piccolo movimento di spiacevole impressione, ma si ricompose tosto.
Ho sentito molte volte da te stesso a vantare la nobilt del suo carattere e il suo valore personale.
Oh questo s: rispose Ernesto che non sapeva mentire.
E dunque non ti pare che con queste doti possa ritenersi degno di appartenere alla nostra classe?
Ernesto tacque un momento.
Egli appartiene a un altro paese: disse poi: tosto o tardi vi si restituir ad abitarlo definitivamente, e tu dovrai separarti da tutti quelli che ti amano... da tua madre...
Lo pregher di rimanere: rispose Albina, le cui ciglia tremolarono: e spero che si arrender alle mie preghiere; che se fosse anche irremovibile, pazienza, sar per me un gran dolore, ma mi rassegner.
La conclusione fu che Ernesto accett lo sgradito incarico di rivelare tutto questo alla madre e di adoperarsi a farla accondiscendere ai nuovi propositi della fanciulla. La qual cosa non si ottenne senza gran difficolt; Albina fu sottoposta al pi insistente e rigoroso interrogatorio, si usarono anche dalla contessa preghiere e perfino minaccie; ma qui pure fin per vincere il fascino irresistibile di quella creatura cos pura e leggiadra, la quale, gettatasi in ginocchio presso sua madre, pregando invoc anche la protezione dello spirito paterno.
Chi non cedette, chi non si lasci vincere in nessun modo, fu Enrico. Per lui una msalliance, come la chiamava, era qualche cosa di orribile, dinaccettabile, e non ci volle poco, da parte del fratello e poi della madre, i quali dovettero mettere in campo tutta la loro autorit, per impedire che egli cercasse rendere impossibile quel maritaggio con qualche atto di sfregio o di violenza contro Alfredo.
Rimaneva il povero Giulio, a cui saveva da comunicare una s brutta notizia; Albina domand vivamente che a lei si lasciasse quel penoso cmpito; ella conosceva per bene lanimo e lamore del cugino, ella sperava che avrebbe saputo trovare parole da rendergli meno doloroso il colpo e pi valido il coraggio; e la contessa acconsent a questo desiderio della figliuola. La quale mand subito al giovane due righe di suo scritto.
Caro Giulio, non venire stassera; vieni invece domani mattina pi presto che puoi.
Ho da parlarti lungamente, gravemente: da fare appello alla tua generosit, al tuo affetto, alla tua fiducia in me. Albina.
Questo biglietto pose in tumulto lanima del giovane, che naturalmente pass tutta la notte fantasticando, inquieto, ansioso, tormentato da mille dubbi e paure.
Il mattino seguente egli fu alla stazione della via ferrata allora della partenza del primo treno per Genova, col qual treno egli sapeva che il cugino Ernesto doveva lasciar Torino per restituirsi al reggimento. Il maggiore delle guardie era solo, neppure Enrico non lo aveva accompagnato. A Giulio parve che la sua vista facesse al cugino unimpressione quasi di rincrescimento; not nel modo di parlargli, nellespressione dello sguardo e della fisonomia dErnesto qualche cosa di addolorato, di compassionante, e i suoi timori se ne accrebbero. Non pot resistere allansiet e chiese al fratello dAlbina tremando:
C qualche cosa di nuovo?... Ho il presentimento che qualche disgrazia mi minaccia.
Ernesto che non era capace mai di dissimulare, abbracci strettamente il cugino.
Albina tha scritto? domand.
S.
La devi vedere?
Questa mattina.
Ebbene essa ti dir tutto... abbi coraggio, mio caro; ricordati che sei uomo, ricordati che sei un Sangr; e se da solo non ti parr possibile avere tanta forza da resistere al colpo, salta in un treno, corri a Genova da me, e vedrai che io ti sapr trovare qualche conforto.
Giulio rimase cos stordito che glie ne mancarono le parole: Ernesto labbracci e baci ancora una volta, gli disse ancora allorecchio la parola: coraggio! e si slanci sul marciapiedi per allogarsi nel treno a cui il capo-stazione dava gi il cenno della partenza.
Il fischio della locomotiva riscosse il povero giovane per cui gi era certa la maggiore delle disgrazie che gli potessero capitare: la perdita dAlbina. Si avvi lentamente verso il palazzo della zia, sentendo ad ogni passo accrescersi lo sgomento ed il dolore, e quando giunse alla meta gli restava appena tanto di forza da domandare al domestico se avrebbe potuto parlare alla contessina.
S, signor cavaliere, rispose il servo si compiaccia di passare nel salone.
Quel salone vasto, elegante, solenne, parve a Giulio una paurosa solitudine: ci si ferm in mezzo dubbioso ed esitante; i suoi occhi corsero e si fermarono sul gran quadro alla parete principale: da quella cornice dorata pareva guardarlo la dignitosa figura del conte-presidente. Ma in quel momento il giovane credette scorgere, anche in quel volto dipinto, unespressione di piet, di rimpianto verso di lui, quale aveva visto pocanzi sulla faccia dErnesto. And a metterglisi innanzi a due passi, e giungendo le mani in atto di preghiera, esclam forte:
O zio, Lei mi voleva pur tanto bene! Lei mi disse pur tante volte che avrebbe voluto farmi felice!... A Lei mi raccomando. Oh non voglia che mi colpisca la maggior disgrazia! oh faccia chio non abbia da perdere Albina!
Un singhiozzo linterruppe: egli si volse di scatto: dietro a lui a due passi stava Albina che nascondeva il suo dolore e le sue lagrime coprendosi colle manine il volto.
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Capitolo 16.
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Giulio corse sollecito dalla cugina, le abbass le mani e vedendone le lagrime, esclam disperato:
Tu piangi!... O Dio! che cosa posso io fare per asciugare il tuo pianto?... Oh dimmelo, se pure io ci posso qualche cosa.
Albina ricacci indietro le lagrime, diede alla profonda mestizia del suo volto unespressione tranquilla e risoluta, e tenendo strette fra le sue le mani del giovane, rispose S, tu puoi cessare il mio pianto, tu puoi confortarmi nel mio dolore, ed  mostrandoti tu stesso coraggioso, fermo, sereno innanzi alla disgrazia che ci colpisce.
Ma qual  questa disgrazia? C qualche cosa che ci separa?
E il giovane fissava ansiosamente lo sguardo sul volto di lei. Albina tolse via le mani da quelle di lui, si ritrasse un poco, e rispose abbassando le ciglia mestamente:
S.
Che cosa? che cosa?
Albina scosse il capo senza rispondere; non poteva parlare.
Dimmelo, dimmelo: insisteva con calore Giulio: ci sar pure qualche cosa da potersi fare... io mi sento forza e coraggio per qualunque prova... Vuoi che mi lasci rapire ogni bene, vuoi che mi lasci assassinare cos, senza difendermi, senza lottare, senza neppure levare un dito?
Ah, caro Giulio!... Il colpo della sorte  proprio cos crudele che non si pu evitare, che non c schermo che valga, che non c nulla da fare fuor di sopportarlo con forza e rassegnazione...
Giulio si strinse forte il capo, come se volesse tenervi la ragione che gli pareva scapparne.
Si tratta di dividerci! Si tratta di perderti! esclam con accento pieno dangoscia: e tu mi parli di forza e di rassegnazione!... Ma no che per codesto io non ne ho, non ne posso avere... Perderti! Dopo avere creduto di possedere la felicit, vedersela trre!... E perch?... Senza che me lo si dica questo perch... O Dio! la testa mi si smarrisce... D retta, Albina, io voglio pure parlare con calma... Ragioniamo: vedrai che ci  impossibile. Io non aveva pi di dieci anni che gi il tuo pensiero riempiva tutto il mio piccolo cervello, laffetto per te occupava tutto il mio cuore. Io, mia madre, non la conobbi; mio padre, appena se me lo ricordo; amai dimolto il buon zio, la zia, i tuoi fratelli, ma pi di tutti, di tutto, sempre amai te; lamore che avrei avuto per mia madre lo posi in te, quello che avrei sentito per padre e fratelli, concentrai tutto in te; adulto sentii che tamavo con una passione che assorbiva ogni mia facolt, ogni mio pensiero, ogni mia ambizione... Non te ne ho mai detto nulla, anzi lo nascondevo accuratamente a ogni altro e a te stessa... Avevo tanto timore!... Ho pensato perfino un momento di fuggir lontano... Ma ecco invece che una fata benigna viene a darmi dimprovviso la maggior felicit chio avessi mai osato sognare... E poi, subito, quando appena io sono riuscito a persuadermi che quella felicit non  un sogno, ecco piombare qualche cosa di misterioso, che io debbo ignorare, che mi si afferma irrevocabile e per cui quella mia felicit svanisce e a me viene tolta ogni speranza... No, no, questo non pu essere, non deve essere... Se un nemico  sorto fra me e te, io lo combatter; se un ostacolo s incontrato, io lo distrurr... credilo... me ne sento la forza. Lamore che ho per te e lacutezza del dolore che provo mi fanno capace di qualunque maggior prova, te lo giuro... Dimmi tutto: ho ragione, ho diritto di saperlo!
La fanciulla rispose con accento di doloroso rimprovero:
Credi tu dunque di esser solo a soffrire?... Senti Giulio! Son passati due soli giorni chio sono venuta da te e ho posto liberamente la mia nella tua mano e tho detto che io pure avevo sempre associata la tua immagine ai sogni del mio avvenire... Credi tu chio abbia allora potuto ingannarti?
Oh no! esclam con forza il giovane.
E se io rinuncio a quei sogni, credi tu chio lo faccia senza esservi costretta e senza soffrire? E puoi supporre chio tinganni quando taffermo che una ragione potente che tu non puoi sapere mi obbliga a questo sacrifizio?
Ma il sacrifizio per me  ora insopportabile... Ah! tu non mami come tamo io...
E che ne sai tu? proruppe con forza la giovane cui lemozione fece arrossire fino la fronte.
Quel grido dellanima dAlbina giunse fino al fondo del cuore di Giulio.
Oh perdono! esclam egli, prendendo la mano di lei e baciandola commosso: ti credo Albina... credo al tuo amore... credo al tuo sacrificio, ma io no, non ho la forza che hai tu...
Lavrai... Bisogna che tu labbia!... Ho voluto parlarti io stessa apposta per chiedertela, per supplicartene, per infondertela... Noi ci amiamo Giulio e bisogna che siamo separati... per sempre!
Sempre! ripet con un grido di dolore il giovane.
Tu mami, e bisogna che tu tallontani da me, e non mi veda pi... almeno per lungo, lungo tempo...
O Albina!
Io tamo... s tamo... e bisogna chio prenda il nome dun altro...
Giulio soffoc fra i denti una parola che pareva quasi una bestemmia.
Un altro! grid: tu sarai dun altro! E questaltro, lo indovino, sar il conte di Camporolle?...
Albina curv mestamente il capo.
E non lami colui?... Tu puoi giurarmi che non lami?
Ella sollev vivamente la testa e fiss franca e sicura i suoi occhi in quelli di lui.
No, rispose, non lamo: amo te, te solo Giulio.
E lo sposi?
E lo sposo: soggiunse la fanciulla con unamarezza angosciosa: e ho detto alla madre e ai fratelli che lo voglio sposare perch lo amo... E sono qui con te per dirti: non  vero, non lamo, ma devo farlo credere, ma voglio che lo si creda da tutti... fuori che da te... E tu hai da tacere, hai da fingere di crederlo tu pure... hai da allontanarti... portando teco il mio cuore, la mia felicit, tutto il bene della mia vita...
Ma perch? ma perch? esclam di nuovo Giulio tormentandosi i capelli: ma io ci perdo la testa... Quello sciagurato ti si  dunque imposto?... Ma come? Che cosa ha fatto?... Ma giuro al cielo, qualunque sia la sua arma, io gliela spezzer nelle mani... spezzer lui medesimo, o egli mi uccider...
Ah no! interruppe Albina con un vero grido di spavento.
Non vedr in nessun modo la felicit di colui...
No, Giulio, riprese la fanciulla afferrandogli una mano, non accrescere le mie pene... Ti dico che la cosa  irrimediabile... Guarda! Colui ti deve esser sacro... per amor mio... La sua morte non salverebbe nulla... anzi precipiterebbe forse la disgrazia chio voglio risparmiare... La tua poi?... O Giulio, la tua!...
Non pot continuare: si abbandon al seno dellamato giovane, vinta dalla soverchia emozione e pianse di nuovo. I cuori dei due giovani palpitavano forte luno sopra laltro. Giulio chin il volto su quella bella testolina che gli appoggiava la fronte sulla spalla e ne baci lievemente i capelli dorati.
O Albina! susurr dolcemente: la mia vita  tutta tua, fanne quello che vuoi... La condanni ad essere sempre infelice... accetto la condanna anche a costo di morirne... Tamo tanto, tanto!
Essa sollev quella sua candida fronte da cui raggiavano la purezza e la nobilt dellanima pi eletta; fiss le sue pupille in cui cera un vero riflesso di cielo in quelle di lui e disse fermamente, soavemente:
Amami, Giulio!... Non ho il coraggio di dirti: dimenticami. Amami, e vivi... ma allontanati da me... Una Sangr di Valneve non inganna, non tradisce... e il vederti sarebbe per me troppo dolore... Tu mi comprendi, non  vero?... Tu non vorrai turbare la tranquillit della mia coscienza.
Partir: rispose Giulio, reprimendo un singhiozzo. Partir, non mi vedrai pi...
Ella si stacc dalle braccia di lui.
Ora lasciami... Coraggio!... Pensa che, per quanto tu soffra, soffro anchio e forse di pi!... Va e perdonami!
Dieci minuti dopo Albina usciva colla sua governante, colla quale aveva voluto andare alla messa, e dopo questa se ne faceva accompagnare alla locanda in cui avevano preso stanza i marchesi Respetti-Landeri.
La marchesa Sofia era appunto sola e accoglieva, non senza un po di meraviglia per quella visita mattiniera, la cugina che diceva aver bisogno di parlarle in tutta confidenza. Le due cugine si ritirarono nello stanzino da abbigliarsi della marchesa, mentre la sola Giustina si fermava ad aspettare in salotto.
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Capitolo 17.
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La meraviglia della marchesa Sofia si accrebbe dassai quando la contessina Albina, senza punto preamboli, le disse:
Sono venuta da te per un grande favore, quale non saprei a chi altri domandare, e pel quale bisogna assolutamente che tu mi prometta il pi assoluto segreto e che non nieghi di accordarmelo.
Cos dicendo la giovanetta aveva insieme e la mostra dunemozione appena dominata e laspetto di risolutezza che era propria dei Sangr.
Cara mia! esclam la marchesa abbracciando affettuosamente la cuginetta: tu non hai che da parlare, e mimpegno fin dora, senza sapere di che cosa si tratti, che far tutto quanto mi domandi.
Grazie!... Ma non  cosa tanto semplice a farsi, come non  tanto facile a dirsi...
Albina stette un momentino, come per raccogliere le sue forze; poi, arrossendo fino alla radice dei capelli, disse con voce tanto bassa, che appena se la cugina lud:
Ho bisogno di una somma...
Di denaro? fece la marchesa stupita.
S... e una somma di qualche rilievo.
Ah capisco... Forse qualche nuovo debito dErnesto?
No; no: interruppe vivamente la fanciulla. Non  quel che tu credi, davvero, davvero.
E qual somma?
Cinquanta mila lire.
Possibile! Ma non  mica una bazzecola... E sei venuta da me perch io te la procuri?
Ci ho pensato tanto!... A chi altri avrei potuto rivolgermi?
Ma io, come vuoi che?...
Per mezzo di tuo marito...
Certo il marchese non sarebbe menomamente impacciato a darmi questa somma dalloggi al domani; ma con che pretesto posso io domandargliela?
Ho creduto che foste in tali rapporti insieme da poter tu ottenere da lui questo piacere, anche senza dirgliene il motivo...
Eh, mia cara, gli uomini sono pi curiosi di quel che tu pensi... Mio marito, senza dar soverchia importanza al denaro, usa pure tenerne conto come di quel potente mezzo che  nel mondo:  difficile che si contenti di sborsare una somma si vistosa senza saperne limpiego...
Potresti dire che  per una tua amica... ed  la verit: non sono io anche tua affezionatissima amica?... la quale tha pregata, come faccio davvero, del pi rigoroso segreto... Bada che non sarebbe che un imprestito di poco tempo... Fra un mese al pi tardi io sar maritata, e allora sulla mia dote maffretter a restituire...
Zitta l... questo non  discorso che ci vada. Se posso fare il tuo desiderio, se trovo il modo di indurre Ernesto a darmi quel denaro ad occhi chiusi, tu non avrai a pensare alla restituzione che con tutto tuo comodo.
Albina prese di nuovo le mani della marchesa.
Ma lo potrai? Lo troverai quel modo?
La moglie del Respetti sorrise commossa alla soave istanza di preghiera che eravi in quelle domande.
Spero di s, rispose stringendo anchessa le mani della giovanetta, e se c premura...
Oh s! interruppe Albina: moltissima premura...
Ebbene, oggi stesso gli dar lassalto...
Grazie! grazie! esclam Albina abbracciando strettamente la marchesa. Tu mi renderai uno di quei servizi che non si possono mai compensare...
Aspetta almeno a ringraziarmi quando abbia ottenuto qualche cosa... E intanto per questa sera medesima ti prometto una parola di risposta.
La contessina di Valneve se ne torn a casa colla sora Giustina; e la marchesa Sofia, piena dinteressamento per la giovane cugina, mantenne la parola, e forse meno dunora dopo quel colloquio faceva al marito la strana domanda.
Il vero  che il caso parve volerla favorire e venne a porgergliene una certa occasione.
Ernesto Respetti-Landeri, era rientrato alla locanda con una lieta animazione, e non aveva indugiato pure un momento a dirne il motivo alla moglie, colla quale duravano sempre, anzi eran pi vive, la affezione e la confidenza. La guerra contro lAustria, collaiuto delle armi francesi, era oramai certa, e certa del pari se ne riteneva la vittoria: il marchese, per sottrarre la moglie ai pericoli che ci potevano essere a Milano in quegli ultimi tempi in cui avrebbero comandato gli Austriaci minacciati, poi assaliti, aveva deciso di lasciare la marchesa a Torino e aveva domandato francamente per lei lospitalit della contessa Adelaide di Valneve, la quale non  a dirsi con quanto lieto animo si fosse affrettata ad accordarla. Fra pochi giorni adunque egli, il marchese Ernesto, sarebbe ripartito per Milano, dove ci aveva appunto qualche importante missione da compiere, affidatagli, come sappiamo, dal Cavour, e avrebbe lasciato in casa dei Valneve la marchesa Sofia, cui sarebbe venuto a raggiungere o riprendere appena gli avvenimenti lo avessero permesso.
La marchesa non accett cos di piano questo disegno; non voleva separarsi dal marito, desiderava parteciparne i pericoli, diceva la sua ansiet sarebbe maggiore da lontano, le sembrava mancare al proprio dovere separandosene. Ma egli insistette e la vinse, massime affermando che linquietudine da cui sarebbe agitato se ella si trovasse esposta a quei rischi, gli avrebbe fatto assai male, lo avrebbe impacciato e reso inabile nel compiere quegli uffici che aveva assunti. E alla fine soggiunse:
E chi sa che questa non sia occasione che, in qualunque modo volgan le cose, mi decida a ristabilire la nostra dimora a Torino. Questa citt  ora ben cambiata da quando credetti conveniente abbandonarla, e ora son certo che ci potremmo vivere assai meglio. Se lAustria vince, sicuro che non sar opportuno consiglio tornare a Milano; se vinciamo noi, sar pure utile e piacevole venirci a stabilire alla capitale. Cos bene, che di questi giorni dovendo esigere una vistosa somma, ho pensato bene, di investirla qui a Torino...
Tu hai da esigere una grossa somma? proruppe vivamente la marchesa.
S.
E allora potrai darmi senza il menomo tuo incomodo una cinquantina di mila lire che mi occorrono.
Il marchese guard stupito la moglie, Cinquanta mila lire! esclam. Che ne vuoi fare?
Sofia disse dellamica, del segreto, eccetera. Ernesto rispose con fredda galanteria:
Mia moglie pu domandarmi qualunque cosa, e sar sempre sicura dottenerla, se  in poter mio. Domani stesso avrai le cinquanta mila lire, ma mi permetterai chio non ti taccia il mio stupore e il mio dispiacere per la mancanza di fiducia che tu mi dimostri facendomi un segreto della destinazione di questa somma.
La nobilt del tratto e delle parole vinse la marchesa pi che non avrebbe fatto qualunque insistenza di domanda; si gett al collo del marito e gli disse tutto quello che Albina le aveva detto, facendo a lui pure giurare, ci sintende, il pi assoluto segreto.
Quella sera medesima la marchesa Sofia andata al palazzo dei Sangr, susurr allorecchio dAlbina queste parole:
Domani avrai quello che desideri.
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Capitolo 18.
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Ma quella medesima sera, pure in casa i Sangr, il marchese Ernesto Respetti apprese una notizia che gli spiacque assai, quella che ogni idea di matrimonio fra Albina e Giulio era messa in disparte, e serano invece gi intesi gli sponsali della contessina con Alfredo di Camporolle. Siccome questultimo era presente a quel punto, il Respetti non pot manifestare tutta la sua sgradevole meraviglia, n domandare le spiegazioni che desiderava. Seppe, interrogando, che il fratello maggiore dAlbina, prima di partire, aveva accettato questo partito e che era comune desiderio delle due parti di affrettare pi che si potesse la conclusione del maritaggio; si limit a manifestare il suo poco aggradimento con una freddezza che si conteneva appena nei limiti della cortesia, e rimasto poco tempo nel salotto della contessa Adelaide, prese commiato, dicendo dessere chiamato altrove per qualche bisogna e che sarebbe venuto pi tardi a riprendere sua moglie.
Uscendo sinform di Enrico e apprese che il giovane cugino nei due ultimi giorni era stato quasi sempre assente di casa, appena se lasciandosi vedere alle ore de pasti, e che a quellora sarebbe stato facile trovarlo al Club del Whist. Il marchese congettur subito che questallontanarsi dEnrico fosse cagionato dalla disapprovazione chegli pure dava a quel maritaggio e pens di andar subito a parlargliene. Lo trov diffatti al Club e fin dalle prime parole vide che egli aveva congetturato il vero circa le disposizioni danimo dEnrico per quel matrimonio; ma in pari tempo molto si stup nellapprendere che ci aveva voluto Albina ad ogni costo, dichiarando essa di esser pronta a fare qualunque cosa per isposare Alfredo. Il marchese si ricord della somma che Albina era venuta a chiedere in segreto a Sofia e che egli aveva promesso di darle; pens che forse vi fosse qualche attinenza fra questi due fatti, ma per quanto studiasse non seppe trovar quale; si propose di stare attento, di vegliare e tentare cos di penetrare il mistero che sentiva esserci l sotto. Intanto si guard bene dal dir nulla di questo al fratello dAlbina; e anzi, siccome lo trov irritatissimo verso il Camporolle, fece a temperarne lo sdegno, ammonendolo, la violenza essere pessimo mezzo ad aggiustare simili faccende, con essa non farebbe che recar dispiacere alla madre, e contristare e danneggiare sua sorella medesima: soggiunse che tuttavia egli sperava ancora di poter impedire codesta unione, perch grazie al conte di Cavour confidava di potere al giusto scoprire tutto il passato di quel giovane, e se in esso vi fosse, come egli ne aveva il presentimento, qualche cosa di meno accettevole, anche Albina avrebbe rinunziato a quel matrimonio. Lo esortava quindi a non voler far nulla di proprio capo, lasciando completamente a lui il provvedere, e finiva con assicurarlo, che forse del domani stesso avrebbe potuto tentar qualche cosa ed efficacemente.
Il domani, per tempo, la marchesa Sofia recava ella stessa ad Albina la somma richiesta in tanti biglietti di banca; e la giovanetta la ringraziava con viva effusione, ripromettendo che fra non molto essa glie lavrebbe restituita.
Appena rimasta sola, la contessina scriveva colla mano sinistra poche parole sopra un fogliolino di carta senza stemma, senza cifra, metteva il foglio insieme con quei biglietti di banca in una busta semplice del pari, chiudeva questa con cera lacca senza impronta di suggello e chiamava a s il vecchio Tommaso.
Bisogna far pervenire questinvoltino nelle mani del cavalier Giulio, senza chegli sappia menomamente da chi gli viene mandato, n abbia alcun modo di scoprirlo mai.
Come ho da fare? domand il vecchio servo.
Il modo lo devi trovar tu, e mi sono apposta rivolta a te.
Il servo fidatissimo ci pens un poco sopra e poi disse:
Potrei fare cos. Vado e cerco dun facchino o dun lustrascarpe che non mi conosca e non conosca neppure il cavalierino, e lo mando al palazzo a portarglielo.
Bada che si tratta di carte importantissime e che mi piacerebbe vedessi tu stesso quando saranno consegnate nelle proprie mani di lui.
La cosa si fa pi difficile... Aspetti!... Si potrebbe appostare quel commissioniere vicino al palazzo del cavalier Giulio perch lo aspettasse in quelle ore che egli  solito a tornare a casa: io guarderei quando egli saccosta, lo additerei alluomo, mi nasconderei in qualche porta per vedere se la commissione  fatta a dovere senza che il cavaliere mi potesse scorgere, e poi verrei subito da Lei a dirle com andata.
S, cos mi pare che sia il meglio. Va dunque subito, e ricordati bene che anima al mondo non ha da saper nulla di ci.
Verso il mezzogiorno il marchese Respetti si presentava in casa del cavalier Giulio, e poich questi si trovava in casa, nera subito ricevuto. Nella camera del giovane una valigia mezzo riempita indicava delle intenzioni di prossimo viaggio.
Ernesto Respetti-Landeri prendeva alle braccia il cugino e tenendolo fermo innanzi a s per guardarlo bene entro gli occhi e discendergli nellanima, gli disse:
Tu dunque vuoi fuggire? abbandonare la partita, andartene chi sa dove a goderti il tuo crepacuore, o a far chi sa che pazzia? E ci senza consultarmi, senza dirmi niente, senza pensar nemmeno a chi ti ha pur mostrato di volerti bene, ed ebbe dal nostro zio presidente lincarico di vegliare su di te?
Caro Ernesto, rispose Giulio con un aspetto che rivelava una gran confusione, non voglio gi partire... cio s, ma non per far pazzie come credi... S certo dapprima volevo andarmene fin laggi in America... dov morto mio padre... ma poi ho cambiato idea... per adesso... Non voglio che andare a Genova... me lo ha consigliato laltro Ernesto... Sangr... Vado da lui... L poi vedr quello che mi conviene di meglio... Dicono tutti che ci devessere la guerra; sarebbe una follia andare fin laggi, mentre uno pu farsi ammazzare qui pel suo paese.
Respetti scosse leggermente il giovane per le braccia, dicendogli con affettuoso rimprovero:
Tu dunque non hai pi nessun attaccamento alla vita fuori del tuo amore per Albina? E in questo hai perduta davvero ogni speranza?
Giulio chin dolorosamente il capo.
S: rispose.
Ma se io riuscissi ancora a mandare in aria quel matrimonio?
No... non lo devi... Ho parlato con Albina; mi ha detto ella stessa che esso deve compiersi a ogni modo.
E tu laccusi?... Tu non le perdoni?
Chi? domand Giulio con calore. Albina?... Oh no certo! Essa  sempre un angelo, la stimo e ladoro pi che mai.
Ma tha detto almeno la ragione per cui essa vuole sposare colui?
No...
Non tha detto, come a sua madre, che essa lo ama?
Non interrogarmi... non ti posso rispondere... non so nulla, eccetto che una cosa: che Albina  pura dogni colpa,  superiore ad ogni sospetto e chio lamo pi che mai.
Insomma, in tutto questo noi siamo circondati da non so qual mistero...
S,  un mistero che io darei non so che cosa per poter penetrare... A proposito, pocanzi ecco capitarmi unaltra misteriosa straordinaria avventura; tu appunto potrai forse aiutarmi a venire in chiaro di qualche cosa.
Che avventura? sentiamo un poco.
Venivo a casa, quando sulla cantonata ho visto accostarmi una specie doperaio o facchino che fosse, con una faccia a me affatto sconosciuta, il quale domandatomi umilmente se ero il cavaliere Giulio Sangr, e rispostogli io di s, mi porse una busta di carta suggellata, dicendomi che aveva da consegnare nelle mie proprie mani quel plico. Domandai chi lo mandasse, mi rispose che non sapeva nulla e saffrett ad allontanarsi senza volere ascoltare pi nemmanco una parola. Guardai la soprascritta: il ricapito era proprio il mio, ma scritto con calligrafia evidentemente contraffatta. Aprii la busta: sai che cosa ci ho trovato dentro?
Non saprei indovinarlo davvero.
Cinquanta biglietti da mille lire ciascuno...
Eh? fece il Respetti trasalendo, ch la sua mente era subito corsa alla somma uguale in uguali biglietti di banca, da lui data quella stessa mattina alla moglie perch la recasse ad Albina.
E insieme questo sgorbio di lettera. Prese il foglio che accompagnava quella somma e la porse al Respetti che lesse:
Questi denari sono una restituzione un sacra restituzione; non cercate di chi; sappiate solamente che  affatto roba vostra e pregate per chi ve la manda.
 strano davvero, disse il marchese pensieroso ed esaminando attentamente quella carta e quella mano di scritto, che quantunque falsata gli parve di riconoscere. Non cera segno nessuno sui suggelli?
No.
Eh! si capisce.
Annus ancora il leggero profumo che esalava da quel foglio e gli parve riconoscere anche quello come aveva riconosciuta la calligrafia.
Lasciami un po vedere quei biglietti: disse; e Giulio subito glie li pose fra le mani.
Fra quelli dati da lui stesso alla moglie, ce nera uno su cui erano scritte a mano due iniziali: lo trov in mezzo agli altri cos stranamente ricevuti da Giulio. Pel marchese non rimase pi dubbio alcuno: quella somma era stata mandata al giovane da Albina. Ma perch?
Lanonimo e misterioso pagatore di tal somma, disse il Respetti al cugino, afferma essere questa una restituzione che ti fa. Bisogna credergli, perch non si dnno senza una buona ragione cinquanta mila lire a un altro; ma, pensandoci bene, non puoi tu congetturare da che parte e per qual titolo ti possa venire una siffatta restituzione?
Io no: rispose Giulio. Ci ho gi pensato tanto! Per un fatto mio, gi non  sicuro, perch io, dacch vivo, non ho mai avuto con nessuno attinenza daffari n daltro da cui mi potesse nascere un credito simile. Potrebbe darsi che fosse qualche cosa che riguardasse mio padre...
S, certo; devessere cos... Tuo padre... oh lo so bene, io mi ricordo ancora un poco di lui, e poi tuo zio, il conte-presidente, mi ha parlato tante volte di suo fratello... tuo padre era la generosit in persona, e con questo una imprudenza, una leggerezza, una sventataggine che erano fatte apposta per lasciarlo cader vittima di scrocconi e gente di malafede.
E forse qualcuno di questi o qualche suo erede pu essersi pentito, e spinto dal rimorso, aver voluto fare a me la restituzione del maltolto?
 la supposizione pi probabile. Ma fra quante carte provenienti da tuo padre io abbia mai avuto tra mani, poich per desiderio di tuo zio moribondo presi lamministrazione delle cose tue, non mi avvenne di trovare un menomo indizio di simil cosa, un cenno qualunque che potesse recar lume in questo mistero. Hai tu da parte tua, o nella corrispondenza di tuo padre, o in qualche altro scritto, hai tu mai trovato alcun elemento che possa servirci di bandolo?
Io no... Le carte che ho di mio padre sono cos poche!... La maggior parte delle lettere rimase colaggi dovegli mor e and certo distrutta...
Chi sa, disse lentamente il marchese, come desideroso che il giovane mettesse una speciale attenzione a queste sue parole: chi sa che alcun simile documento sia rimasto presso il tuo primo tutore, lo zio?
Oh no: saffrett a rispondere Giulio: i cugini me lo avrebbero detto, me lo avrebbero subito comunicato.
Ad ogni modo converr parlarne con essi... Non  impossibile che sieno in grado di darci qualche informazione che ci metta sulla traccia. Io, ne tuoi panni, ci andrei senza indugio...
In casa della zia? interruppe Giulio quasi spaventato. Oh no... non ci metter pi i piedi, non lo posso... ho promesso a me stesso... e ad altri di non comparirci pi.
Ebbene, se me lo permetti, far io le tue parti.
S, fa tu... gi io mi affido pienamente in te, per ogni cosa.
Ci andrei subito, se non avessi ora un convegno di grande importanza, il quale assai facilmente avr delle conseguenze non infauste anche per te: un colloquio col conte di Cavour.
Ed in che modo ci posso entrar io?
Questo te lo dir dopo. Frattanto accetta il mio consiglio, sospendi ogni proposito di partenza e aspetta tranquillo qui le notizie che spero non indugier molto a portarti.
E di questi denari che cosa debbo farmene?
Tenerli...
Senza sapere da chi mi provengono e per qual titolo? No certo...
Attendi almeno che le cose si chiariscano un poco. Se ci non avviene, se non potremo per nessun modo scoprire il mistero, avrai sempre tempo di fare quel che tispirer il cuore.
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Capitolo 19.
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Il conte di Cavour attendeva nel suo gabinetto al ministero il marchese Respetti-Landeri, e questi fu introdotto presso di lui.
Parlarono lungamente delle cose politiche; ma quando tutto fu esaurito quel tema, il Cavour medesimo, pel primo, usc fuori con queste parole:
Lei mi aveva richiesto di certe informazioni sopra un cotale...
Il conte di Camporolle: soggiunse vimente il marchese.
E io sono lieto di poter soddisfare per intiero o quasi la sua curiosit. Ci abbiamo ora qui un famoso poliziotto; un cotale che appartenne gi alla polizia piemontese dei tempi del commissario Tosi, e ci veniva dalla polizia papale; dopo la proclamazione dello Statuto fu mandato a spasso e trov aperte a raccoglierlo le braccia della polizia austriaca, la quale lo regal al fu duchino di Parma per farsene un suo direttore di buon governo. Assassinato il duca... nel qual fatto forse costui ci ebbe qualche piccola parte... la reggente lo mand via, ma contentandolo di denari: ed egli pass al nostro servizio segreto...
E V. E. si fida di codesta razza di gente? non pot a meno dinterrompere il marchese.
Cavour fece il suo malizioso sorriso.
Non mi fido, rispose, ma me ne servo; e lassicuro che, per chi sa adoperarli, costoro sono utilissimi stromenti. Or dunque costui, che appartenne oramai a tutte le polizie dei governi italiani, saprebbe scovare in mezzo alle tenebre pi fitte il segreto di non so chi; nel caso nostro poi, la fortuna vuole che con quel signor conte di Camporolle egli a Parma siasi trovato in importanti rapporti... Breve: io faccio venire quel tale, e dietro mio ordine egli dir a Lei di quel giovane quanto certo non direbbe a persona al mondo per nessun riguardo e dietro nessun compenso.
Il marchese Respetti ringrazi vivamente.
Dieci minuti dopo entrava nel gabinetto del ministro un uomo attempato, senza barba, dalla faccia color di rame, dagli occhi affondati, dalle labbra sottili, senza luce di sguardo, senza espressione di fisonomia, o, come i lettori hanno capito, il Pancrazi, gi direttore della Polizia parmense.
Questi, al comando del conte di Cavour, si diede ad esporre minutamente tutta la storia che egli conosceva a perfezione di Alfredo Corina conte di Camporolle: parl con voce sorda, lenta, in modo ordinato, con chiarezza, con esatta citazione di date e con assoluto rispetto alla cronologia. Cominci dalla fede di battesimo, in cui disse esservi gi un mistero. Il bambino battezzato col nome dAlfredo era stato registrato dal vecchio prete di campagna, sulla testimonianza di Matteo Arpione piemontese e di Giovanni Carra parmigiano, come figlio legittimo del nobile signor Alfredo Corina di Lugo premorto e della signora Giuseppina Ressi di Macerata, uniti in legittimo matrimonio, come provava latto autentico di cui si presentava copia; ora il Pancrazi sapeva che nei registri della chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Macerata, sotto la data dellottobre 1832 eravi latto mortuario di Giuseppina Corina nata Ressi, e quindi era impossibile che costei potesse avere un figlio lanno dopo in un villaggio presso Parma. Il bambino, sempre col nome di Alfredo Corina, veniva allevato come ricco: e invece a Lugo si sapeva che i Corina erano morti non lasciando sostanza nessuna, e lultimo di essi, il supposto padre di Alfredo, partitosi da Lugo nel 1831 con Matteo Arpione, era morto lanno seguente e non aveva potuto in s breve tempo guadagnare una fortuna. Pi tardi lArpione, a nome di Alfredo, era venuto ricomprando tutte le terre e il palazzo che erano stati dei Corina, e aveva quindi ottenuto pel giovanetto il titolo di conte a suon di denaro. Detto brevemente dellinfanzia e delladolescenza dAlfredo, il Pancrazi si ferm pi a lungo sul soggiorno di lui in Bologna; narr come in questa citt egli conoscesse una famosa avventuriera che si faceva chiamare la baronessa di Muldorff, se ne invaghisse perdutamente e ne diventasse evidentemente lamico e il compagno. Costei era niente meno che un agente segreto della Polizia austriaca, e in Bologna era venuta appunto per commissione di Vienna, ad esplorare gli umori e i disegni della giovent liberalissima di quella cos importante citt dello Stato Pontificio; e qui il poliziotto non diceva chiaro, ma lasciava capire che forse il giovane Alfredo aveva aiutato in quel cmpito la maliarda che lo aveva stregato. Dopo Bologna ecco Alfredo, per ordine preciso di quella trista donna, venirsene a Parma dove ella un po pi tardi lo raggiunse. A Parma furono lettere commendatizie procurategli dallavventuriera che lo introdussero e in Corte e presso i principali personaggi del Governo; a lui stesso, che era direttore di polizia, narr essere venuta lettera di colei a favore di quel giovane. Il duca di Parma lo prende a ben volere, lo tratta con famigliarit, lo sollecita a i venire a Corte, lo va a trovare famigliarmente nel palchetto a teatro, lo fa segno di carezze e di oltraggi a seconda del suo umore, come pratica con tutti i suoi favoriti. Una volta fra le altre, il Pancrazi diceva di non saperne il perch, in presenza di tutti i cortigiani, il duca invest il giovane con ogni fatta dimproperi, e lobblig per ultimo a mettersi in ginocchio e domandargli perdono, e lui, Alfredo vi si pieg.
Il marchese Respetti a questo punto non pot frenare unesclamazione e un atto di disprezzo.
Quellaltro continuava:
Calcolando sul desiderio di vendetta che aveva dovuto fargli nascere codesta umiliazione, certuni che congiuravano contro la vita del duca, pensarono che il Camporolle si farebbe volentieri loro complice e mandarono a tentarlo. Egli accett, fu ammesso alle segrete adunanze, e anzi deve aver giurato di eseguire egli stesso il colpo; ma quando tutto era preparato e la congiura doveva aver effetto, ecco presentarsi al ministro W... quel tale Matteo Arpione, che  lanima dannata di questo Alfredo, e come era gi venuto a rivelare a me che il conte di Valneve e lufficiale austriaco dovevano battersi a Castel San Giovanni, rivelava a sir Tommaso che il duca doveva essere ammazzato, chiedendone in premio la salvezza di uno dei cospiratori, cio di Alfredo Camporolle.
E chegli sapesse?... proruppe il marchese. Oh sarebbe troppa infamia!
Il Pancrazi si strinse nelle spalle.
Io questo non affermo, n nego: disse colla sua voce monotona, piena dindifferenza. Certo dove il conte Sangr e laustriaco si dovessero battere, quellArpione non aveva potuto apprenderlo che dal conte Alfredo, il quale era padrino del primo dei due campioni; e lesistenza della congiura mi pare impossibile labbia potuta conoscere da altri. Io pensai bene ad ogni modo farli arrestare tuttedue...
E il colpo cos pot esser fatto da un altro disse maliziosamente il Cavour battendosi le nocche delle dite con un tagliacarte.
Ma allora, disse facendo una smorfia molto significativa il Respetti, colui sarebbe niente meno che un rivelatore... o per disgrazia o di proposito!
No, non credo che si possa dire codesto di lui: esclam con qualche vivacit il ministro. Si ricordi, marchese, che quel tale and soldato volontario in Crimea e vi si batt valorosamente, e ci non  da anima bassa.
Io non ho pi nulla da aggiungere sul conto di quellindividuo: disse freddamente il Pancrazi, come per sollecitare il suo congedo il ministro glie lo diede con un atto della mano a cui egli fu lesto ad ubbidire, sparendo dietro la portiera, dopo aver fatto un profondo inchino.
Ed ora, caro marchese, disse il Cavour, rimasto solo col Respetti, non ho bisogno di raccomandarle riguardo a tutto questo la maggior prudenza possibile.
Eccellenza, rispose il marchese, di quello che ho appreso, io mi servir soltanto per iscongiurare il pericolo duna disgrazia per la famiglia Sangr: e ci far, glie lo assicuro, colla maggior prudenza possibile.
E invero se le cose fossero state condotte interamente dal marchese, egli avrebbe fatto di tutto per evitare ogni scandalo, e ci sarebbe probabilmente riuscito; ma qui si ebbe da fare collimpetuosit, collorgoglio, collo sdegno in tollerante e superbo del cavaliere Enrico, a cui ogni consiglio di temperanza pareva debolezza e peggio.
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Capitolo 20.
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Dopo il colloquio col Cavour, il marchese Ernesto and subito subito al palazzo dei Sangr, dove Enrico, che da lui era stato informato di tal passo, lo stava attendendo ansiosamente.
Ebbene? ebbene? chiese Enrico al cugino con sollecitudine, appena lo vide. Che nuove?
Quelle che presentivamo dover essere, rispose il Respetti: tali che, saputele, la vostra famiglia non pu neppur pensare pi a stringere alleanza con colui, e Albina medesima rinuncier senza fallo ad ogni simile pensiero.
Tanto meglio! esclam Enrico mandando un respiro di sollievo. Gi io nera certo: codesta gente che, nata in basso, si vuole arrampicare fino a noi e ficcarsi con subdole arti fra le nostre file,  sempre gente da meno della sua stessa classe inferiore... Andiamo subito da mia madre.
Si recarono in camera della contessa Adelaide, la quale ud con ingrata sorpresa le informazioni avute dal Respetti sul conto del Camporolle, le quali informazioni, sulle labbra di chi ora le ripeteva, non prendevano certo nessun attenuamento, troppo essendo anche nel marchese il desiderio di nuocere ad Alfredo.
Pensare che un individuo simile ha osato domandarci la mano di Albina! proruppe iroso Enrico. Che! pensare solamente che ha osato penetrare nel nostro mondo, nei saloni pi eletti della nostra societ, nella nostra casa, farsi intimo della nostra famiglia!... Gi noi siamo troppo leggeri, troppo corrivi in codesto, e chiunque ci arrivi di fuori con un po di spolvero, con impudenza vestita di buone maniere, noi lo riceviamo come se ci avesse dato prove del sangue pi gentile. Ora a costui bisogna dar subito la buona lezione che si merita: per prima cosa intanto far sapere ad Albina chi egli , che cos, da cacciarle di capo questimperdonabile follia che lha presa, e cui io non avrei voluta assecondare n anche un momento; poi, quando quel cotale abbia la temerit di presentarsi di nuovo al nostro portone, farlo metter fuori dal concierge, senza lasciargli salire neppure uno scalino... E di dare questordine mincarico io...
Enrico! interruppe severamente la madre, qui non si daranno altri ordini fuor quelli chio vorr: non dimenticarlo!
Il giovanotto arross un poco, si morse con bizza repressa i suoi baffettini nascenti, ma chin il capo e tacque.
La contessa soggiunse cambiando tono:
Certo la prima cosa da farsi  di informare di tutto questo la nostra Albina.
Suon, e al domestico accorso alla chiamata, ordin si dicesse alla contessina di venir subito presso la madre.
Tu, Enrico, disse poi la contessa al figliuolo, lascierai parlare da me, e se avrai pure qualche cosa da aggiungere, spero lo farai con quella temperanza che devi.
Il giovane non rispose che inchinandosi, e mordeva sempre con dispetto i pochi peli delle sue labbra.
Albina comparve. Aveva laspetto tranquillo, si sarebbe potuto dire rassegnato; locchio sempre limpido, ma con un raggio di mestizia; il pallore, che era abituale al suo volto, ma cui prima rallegrava una leggera tinta rosea, era ora un pallore marmoreo; il suo portamento, le sue mosse avevano preso qualche cosa di grave.
Eccomi, madre mia: dissella soavemente, guardando con espressione interrogatrice e anche un po inquieta la madre, il fratello e il cugino, laspetto dei quali pareva annunziarle un discorso serio: ha da comandarmi qualche cosa?
La contessa la prese per mano e la trasse a s con atto amorevole.
Vieni qui, figlia mia, e d ben retta alle mie parole.
Albina fece un atto che significava esser pronta a prestar tutta la sua pi viva attenzione, e diffatti stava ansiosa e timorosa ad ascoltare, e il cuore le batteva penosamente, essendole nato il sospetto che qualche con si fosse subodorato riguardo alla rivelazione fattale da Matteo.
La madre, sempre tenendola amorevolmente per mano, continu:
Quanto e io e tutti della famiglia fossimo disposti ad assecondare i tuoi desiderii, anche contro le nostre pi fondate opinioni, te labbiamo provato, credo, in buona misura; ma quando si scoprono nuove condizioni, si presentano nuove vicende a dimostrare inaccettabile il partito preso, sarai tanto ragionevole tu stessa da comprendere che si ritorni indietro, che si ritiri il dato consenso, che si consideri tutto come non avvenuto.
La fanciulla tolse la sua mano da quella materna e facendosi in l dun passo, disse scrutando collo sguardo i volti dei tre presenti:
 riguardo al gi stabilito mio matrimonio che dice codesto mia madre?
Appunto; rispose questultima.
E la figliuola con una certa vivezza in cui pure sotto il maggior rispetto spuntava un po dimpazienza:
Ma pare a me che a tal riguardo non  pi possibile n il ritornare indietro, n ritirare la data parola, cose che i Sangr daltronde non sono soliti a fare...
S, interruppe a suo modo Enrico, i Sangr avrebbero fatto meglio ad andar pi guardinghi anche questa volta nellimpegnarci la loro parola, ma...
La madre gli tronc le parole in bocca con uno sguardo pieno di severit.
La parola fu impegnata, disse ella, dietro unerronea conoscenza della persona e delle cose: quello che ora si  scoperto rende affatto nullo ogni precedente impegno.
Albina ribatt con una fermezza che voleva parere tranquilla: ma un certo baleno dello sguardo e un lieve tremolar della voce rivelavano linterno di lei turbamento.
Che quel giovane non fosse nobile di nascita lo sapevamo gi: ce lha confessato con lodevole franchezza egli stesso. Io ritengo assolutamente che il nostro medesimo decoro non ci permette pi di cambiare...
Ascolta almeno quello che io ho saputo: salt su allora il marchese, mentre la contessa Adelaide gettava uno sguardo di stupore e di rampogna sulla figliuola cui non aveva mai vista cos ostinata, e dopo sarai in grado di giudicare quel che si deve e quel che non si deve.
La giovane serr le braccia al seno e stette l dritta, immobile, in apparenza fredda, ad ascoltare il discorso del cugino Ernesto, il quale ripet tutte le cose gi dette poco prima; ella non diede altro segno delle impressioni che le destassero le parole udite, fuorch uno stringere di labbra, un lieve incresparsi di una ruga in mezzo alle sopracciglia; abbass il capo, e quando il marchese ebbe finito, non parl, non mosse, non sollev nemmeno lo sguardo.
E cos? proruppe Enrico pi impaziente: capisci ora che tu non puoi sposare un simile individuo?
Albina non rispose subito: la madre, il fratello e il cugino la guardavano curiosamente, aspettandone le parole: ed essa, tenendo sempre basso il capo, con voce sommessa, quasi stentata, disse dopo un poco:
Ho giurato... E credo che quando si giura si deve ad ogni modo mantenere...
Hai giurato!... A chi?... domand con autorevole accento la madre.
La fanciulla si riscosse spaventata delle parole che si era lasciata sfuggire.
A me stessa, rispose vivamente, a lui... a Dio!
Ma non hai dunque sentito? proruppe Enrico; ma non hai dato retta a quel che ha detto Ernesto? Quelluomo non si sa di chi sia figlio...
Sono supposizioni... forse malevole... di qualche nemico... Egli intanto possiede e presenta documenti...
La sua ricchezza non si conosce onde abbia origine.
 sempre la malevolenza che parla... e non prova.
E le sue attinenze con Matteo Arpione, cos intime e tenute cos segrete che nessuno le ha mai sospettate?
Albina si riscosse: Enrico che se ne avvide e credette aver questa volta colpito nel vivo, rincalz:
Con quellArpione che  odiato e disprezzato da tutti, che fece tanto male alla nostra famiglia?
La fanciulla stette un momento prima di rispondere; poi voltando la faccia dallaltra parte, disse con voce appena intelligibile.:
Colui lo avr servito, come ha servito noi pure: il non essere apparsa finora nessuna relazione fra di essi, vuol dire che il conte di Camporolle, conosciuto qual fosse, lo ha allontanato da s, lo ha scacciato dal suo servizio.
Ma e la vilt e la infamia di quel sedicente conte? Lui che sumilia a inginocchiarsi e domandare perdono in mezzo allo scherno, lui che comunica o fa comunicare alla Polizia...
Qui Albina interruppe con forza:
Ah questaccusa devessere pi menzognera ancora di tutte le altre... Luomo che nostro fratello Ernesto ha giudicato degno di stringere la sua mano, di essere chiamato da lui amico, di venire ammesso nella sua famiglia, luomo con cui visse famigliarmente, come fratello sotto la tenda, del quale vide atti di valore, e non ud mai parola, non iscopr mai traccia di bassezza; questuomo non  capace di atti vili ed infami.
In lei parlava ora proprio il calore di una convinzione: e il capo sollevatosi, lo sguardo sicuro, la voce risoluta, rivelavano anzi una specie di rivolta a quelleccesso di accuse.
La contessa Adelaide si alz, venne presso alla figliuola, e mettendole una mano sulla spalla, le disse con voce sommessa e accento non di rimprovero, ma di rimpianto:
Ah! tu dunque lami molto davvero, colui?
Albina ebbe come unesplosione della verit nellanima combattuta; fu unesclamazione, fu un grido.
Io?... proruppe mentre una tinta di color rosato le saliva improvviso alle guancie. Ma la riflessione venne sollecita a frenarla; si arrest, curv il capo, si nascose la faccia tra le mani e balbett sommessamente: s, s, ve lho gi detto.
Ernesto Respetti osservava attentamente la cugina, e mentre saccertava sempre pi che ella era mossa da cagione che per loro era ed essa voleva mantenere segreta, conosceva pure sempre pi difficile eziandio il trovar modo di penetrare cotal segreto.
E or dunque, dissegli accostandosi alla giovane qual  la tua decisione in proposito?
La mia decisione? sussurr Albina: ma lho gi manifestata... Codeste sono calunnie, non ci credo... In ogni modo... e in ci spero che nessuno mi contraddir... nulla si pu n si deve risolvere senza lintervento di Ernesto.
S, hai ragione: disse la madre: Ernesto devessere informato di tutto; e gli scriver questoggi stesso.
Ah! gli dica, madre mia, che la sua presenza  necessaria, che saffretti a venire: quando egli sia qui, quando egli abbia udito codeste accuse e saputo appurarle, allora sapremo di meglio che cosa ci tocchi di fare.
 vero, soggiunse il marchese, osservando pi attentamente ancora la cugina, la presenza dErnesto sar giovevole anche a quel povero Giulio, che davvero fa compassione a vederlo, tanto  afflitto e smarrito, e di cui ho temuto un momento qualche pazza risoluzione.
Povero Giulio! disse Enrico: ei non meritava davvero un simile dolore.
No certo: rincalz la madre: io da tanto tempo mi ero avvezzata a riguardarlo come un figliuolo, e credo che il conte-presidente medesimo avesse vagheggiato lidea di salutarlo suo genero.
Albina non parve commuoversi; solamente le sue lunghe ciglia tremarono mentre gli occhi si chinavano a terra; ogni tinta di color roseo erale sparita dalle guancie e la sua pallidezza erasi fatta ancora pi marmorea di prima.
Questa mattina, continu il Respetti, quel povero Giulio lho sorpreso che stava facendo le valigie per andarsene...
La fanciulla ebbe una lieve scossa.
E dove voleva andarsene? domand Enrico.
Pel momento a Genova... Di l chi sa dove, se laffetto autorevole dErnesto non fosse riuscito a trattenerlo!... Parlava niente meno che dellAmerica... Poi dandare a combattere se si fa la guerra...
Ah! questo  meglio: esclam vivamente Enrico, il cui sguardo brill dello spirito guerresco della sua razza.
Il seno agitato dAlbina rivelava il palpito frequente del cuore; ma ella rimaneva immobile, muta e a capo chino.
Ora per  capitata a Giulio una misteriosa e strana avventura, di cui egli vuol venire in chiaro prima di allontanarsi da Torino: nel dire queste parole, il Respetti teneva sempre docchio la cugina.
Che avventura? domand Enrico.
Di questoggi stesso, poche ore fa, una persona ignota, per un messaggere sconosciuto, gli mand una considerevole somma... cinquanta mila lire, scrivendogli con calligrafia falsata che erano una restituzione dovutagli.
Parve al marchese che Albina, su cui teneva sempre volto lo sguardo, si riscuotesse e poi subito sadoperasse per celare questo suo trasalto.
Strano davvero! esclam la contessa: ed egli non pu supporre donde gli provenga tal somma?
Niente affatto; anzi mi ha appunto incaricato di interrogare Lei zia, e voi altri suoi cugini se per caso aveste saputo dargli qualche informazione, accennargli qualche indizio da cui poter argomentare, indovinare lorigine di questo fatto.
N la contessa Adelaide, n il cavaliere Enrico non sapevano nulla e non avevano il menomo elemento da cui dedurre una congettura qualsiasi. Albina, come se questo discorso non la interessasse, si fece alla finestra, e appoggiata la fronte ai cristalli si diede a fissar gli occhi nello spazio di fuori, ma con quello sguardo che nulla vede.
Dopo avere un po discorso di codesto caso straordinario, Enrico salt su:
E ora che cosa intende di fare Giulio di s misterioso denaro?
Se non pu venirne a capo di scoprire chi lo manda, ad ogni modo egli non vuol ritenerselo, quel denaro, e lo convertir in opere di beneficenza.
Benissimo! esclam Enrico: un denaro sconosciuto!... Ci pu esser pericolo che sporchi le mani. Darlo via: ecco il meglio.
Albina fece una mossa vivace, si stacc dalla finestra e savanz di due passi verso gli altri.
E perch? proruppe con certa forza. Se gli si afferma che  una certa restituzione, non c buona ragione da credere che questa non sia la verit.  dunque roba sua, ed egli pu ritenersela con tutta pace.
Queste parole parvero sfuggirle, ed ella pentirsene subito dopo averle dette, perch arross fino al bianco degli occhi e ratta si volt per tornare alla finestra.
Oh no, oh no! ribatt Enrico vivamente. Noi non si  di quella gente che possa vantaggiarsi di ricchezze di cui non sappia additare chiara la legittima provenienza come quel signor Camporolle...
Albina parve cambiar davviso; savvicin alla madre e le disse:
Mi d licenza di ritirarmi?
Se le tue intenzioni non sono mutate, se tu non hai nulla da aggiungere,  inutile prolungare questo colloquio, e puoi rientrare nelle tue stanze.
La fanciulla fece un riverente inchino e si avvi.
Ma ad ogni modo, madre mia, proruppe Enrico, mentre saspetta larrivo dErnesto, spero che si trover modo di tener lontano di casa nostra quel signore... ch sio lo incontro mai, giuro al cielo, gli do tal benvenuto...
Enrico! interruppe severamente la contessa.
Oh perdono, madre mia! soggiunse sollecito il figliuolo: ma frenarmi sarebbe forse impossibile...
Per carit! esclam Albina spaventata, tornando indietro e rivolgendosi a mani giunte al fratello: ti prego, ti supplico, non cimentarti con... quel signore... sarebbe una gran disgrazia... Sfuggilo...
Io? esclam il giovane, drizzandosi della persona con mossa piena dalterezza.
Solamente per pochi giorni, si affrett a soggiungere la sorella. Ernesto stesso te lo consiglierebbe, io te ne scongiuro...
E io te lo comando: disse autorevolmente la contessa.
Io non cercher di colui rispose Enrico inchinandosi, e poi soggiunse piano mordendosi di nuovo quei suoi pochi peli di baffetti ma se mi capita fra i piedi!...
Albina, ritrattasi nelle sue camere, scrisse due righe a Matteo Arpione, con cui lo invitava a venire sollecitamente da lei che aveva da parlargli.
E in questo medesimo frattempo il marchese Ernesto diceva alla contessa Adelaide:
No, non  lamore per quel Camporolle che mosse e muove Albina... Se Lei, zia, mi permette, io vorrei investigare la segreta ragione di codesto strano contegno, cominciando collinterrogare la Giustina.
La contessa Adelaide acconsent, e la governante dAlbina fu mandata a chiamare.
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Capitolo 21.
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Matteo Arpione era lieto e trionfante della riuscita di quello spediente che aveva pensato e messo in opera. Grazie alle sue accontagioni con Tommaso che aveva trovato modo di rendere quotidiane, egli sapeva tutto quello che avveniva al palazzo Sangr, e riteneva quindi per cosa sicura che Alfredo di Camporolle si sentisse ora luomo pi felice del mondo. Non fu quindi poca la sua meraviglia, quando, osservatolo bene di nascosto, come da lungo tempo soleva, vide sulla fronte del giovane una nube di inquieta preoccupazione, nella fisonomia una certa amara tristezza che mal saddicevano con quellinterna gioia che il vecchio supponeva dovesse possedere il cuore del suo protetto. Gli era che Alfredo, collacume che attingeva alla forza e alla delicatezza della propria passione, penetrava nel cuore della fidanzata e ci sentiva non esservi per lui scintilla di amore, tuttaltra cagione da questa esser quella che laveva fatta accondiscendere alle nozze con lui, e se ne crucciava, e se ne trovava umiliato, e si rodeva di conoscere qual si fosse tale ragione, e soffriva nella lotta che aveva luogo in lui fra lamore che voleva farlo lieto del possesso della vergine amata, in qualunque modo questo possesso gli venisse, e un sentimento di dignit, di nobile orgoglio che gli diceva suo dovere di non accettare quella mano se non lamore, ma qualche forza estrinseca costringesse Albina a dargliela. Ma qual poteva essere la forza nascosta che ve la spingeva? Egli non sapeva affatto immaginarla. Se avesse potuto parlare con tutta libert alla ragazza, gli sembrava che avrebbe avuto il coraggio dinterrogarla, di scenderle nel cuore, di ottenere supplicando chella vi ci lasciasse penetrare a scrutare lo sguardo di chi doveva pur esserle congiunto per tutta la vita; ma un momento di completa libert mai non era lasciato ai due sposi. Una volta sola egli aveva potuto toccare di questargomento volgendo ad Albina parole che ella sola sentiva.
Signorina: disse Alfredo a bassa voce: non le pare che io meriti la gioia ineffabile di udire da Lei, proprio da Lei, proprio dalle sue labbra, chella associa volonterosa il suo destino al mio?
La fanciulla lo guard freddamente.
Glie lho gi detto, rispose; e glie lo dice pi chiaro ancora il fatto medesimo.
Ah! me lo dice cos asciuttamente?
Essa ebbe una mossa come dalterezza che sinalbera.
Non saprei dirglielo di meglio: interruppe con un misto di leggera impazienza e di orgoglio.
Perdono! esclam lui, non senza turbamento, sono forse troppo audace; ma Ella deve pur comprendere come il mio tanto amore desideri la sua felicit solamente dal sincero e libero di lei volere, non da nessun altro motivo estraneo che possa influire sulle determinazioni di Lei...
Albina interruppe sollecita e quasi con una specie di sgomento:
Ma no, signore... nessun motivo estraneo... Io sono affatto libera della mia volont... e sono i miei congiunti che acconsentono a secondaria.
La signora Giustina rientrava in quel punto e riprendeva il suo posto presso la ragazza, e il colloquio rimaneva troncato senza che pi si presentasse opportunit di riprenderlo.
Ma, tornando a Matteo Arpione, questi alquanto inquieto di quelle ombre di melanconia che aveva scorto sul volto di Alfredo, stava studiando il modo di venire in chiaro delle cause di ci per mezzo del buon vecchio Tommaso, allorch ricevette dalla contessina le poche parole con cui lo chiamava sollecitamente a s, ed egli saffrett a rendersi allinvito.
Albina lo accolse fiera e severa.
Voi mimponeste un giuramento che mi dar la sventura di tutta la vita: gli disse. Ma dovete pure sentir lobbligo di sciogliermi da esso, quando si scoprano tali fatti che rendano, non dir pi gravoso, ma addirittura impossibile il sacrificio a cui mi volete costringere.
Lusuraio ebbe negli occhi un lampo di minacciosa malevolenza.
Vuol dire, rispose amaramente, che la signora contessina pensa di non pi mantenere limpegno giurato.
No signore, ribatt con isdegnosa vivacit la fanciulla: non vuol dir questo, n voi che ci conoscete potete pur pensarlo. Vi ripeto che quanto voi siete venuto a chiedermi diventa assolutamente impossibile.
Perch?
Vi par egli possibile che una contessa Sangr di Valneve dia la mano a un tale... il cui onore, per dir poco,  soggetto ad essere contestato?
Arpione trasal vivamente e un rosso cupo gli sal alle terree guancie. Chi glie lo contesta? domand con voce in cui vibrava la collera pi fiera.
Quelli che conoscono il suo passato: rispose superbamente la contessina. Gli contestano prima di tutto il nome che porta, gli contestano la onorata origine delle ricchezze che possiede...
A Matteo era sparito il rosso dalle guancie: era diventato giallo.
Chi osa dire codeste infamie? interruppe gridando. Sono scellerate menzogne, vili calunnie...
La contessina con isdegnosa alterezza fece un atto colla mano a troncare le parole in bocca a Matteo.
Un marchese Respetti-Landeri, disse nobilmente, non calunnia, non mentisce...
Ah!  il marchese? disse coi denti stretti lArpione, entro le cui fosche pupille affondate corse di nuovo e pi vivo quel lampo dodio e di rabbia.
Il quale ha ripetuto innanzi a mia madre, a mio fratello Enrico ed a me, quanto apprese dal conte Cavour medesimo.
Una contrazione di vero dolore sconvolse un momento la faccia di solito cos apatica di Matteo.
Il conte Cavour! ripet smarrito.
E non solamente quel che gi vi ho accennato: ma altro ancora e assai peggio.
Disse succintamente dellumiliazione subita da Alfredo per la prepotenza del duca di Parma, delle rivelazioni fatte alla polizia; il vecchio mand un grido soffocato, proprio come se lo avessero trafitto con un pugnale.
Accusano lui! esclam affannosamente. Accusano lui!... Ma egli non ne seppe nulla, non sa nulla ancora... sono stato io che volevo impedire il duello del conte Ernesto perch mi stava a cuore di rendere un servizio al conte-presidente; io che ho voluto ad ogni costo salvare il conte Alfredo dal pericolo che gli vedevo soprastare...
I fatti sono dunque veri, soggiunse la contessina: e voi credete ancora possibile che io sposi luomo sul conto del quale corrono simili accuse?
Ma egli  innocente!...
E come lo prover?
Io, io stesso proclamer il vero accusandomi.
E chi vi creder? E quando vi si domander per quali legami siete avvinto a quel signore da fare di vostro capo, senza chegli pur lo sappia, tutto quello che fate in suo vantaggio, che cosa risponderete?
Matteo curv il capo e tacque.
Voi vedete adunque, ripigli la fanciulla con una certa autorit, che quello a cui mi avete forzata ad acconsentire, non pu pi aver luogo e che siete nello stretto obbligo di liberarmi dalla mia promessa.
Il vecchio scosse risolutamente la testa in atto di energica negativa, ma non apr bocca.
Albina continuava, dando un po di dolcezza al suo accento fin allora superbo:
Dicevate adessadesso che vi stava a cuore di rendere servizio al conte mio padre. Ogni memoria dunque di quello che a lui dovevate non  spenta ancora in voi?
Oh no, signorina.
Un po di gratitudine vi sta nel cuore?
S.
E voi siete pure stato cagione a lui di non pochi e non lievi dispiaceri!
Il vecchio curv di nuovo il capo e non rispose.
Ebbene, invoco codesta memoria de suoi benefici per voi; aggiunse con maggior calore nellaccento la nobile fanciulla; invoco il sentimento di gratitudine che affermate di avere, il rimorso che dovete pur provare davergli amareggiato alcuni momenti dellesistenza; non vogliate costringere la figliuola del vostro benefattore a sposare tale che non ama, che non potr forse stimare...
Matteo fece un energico atto di protesta.
Domandatemi qualunque compenso per quella carta che mavete venduta, vi prometto che lavrete... ma liberatemi dal mio giuramento.
Lusuraio alz il capo vivamente, e con forza quasi rabbiosa, grid:
No, mai!
La contessina saccost dun passo al vecchio, e accrescendo ancora la dolcezza del suo accento cos da renderla quasi supplichevole, soggiunse:
Voi mi avete pur vista bambina... mi avete dimostrato parecchie volte un affettuoso interessamento: una fra le altre... me ne ricordo... in giardino, dove mincontraste sola per caso... laia era rimasta indietro e io correvo col mio cerchio... avevo da sette anni... voi eravate seduto sopra la panca in fondo in fondo al viale e contemplavate qualche cosa... un piccolo dipinto cerchiato doro che stringevate con tutte due le mani... cera la figura dun bambino dun bel bambino...
O che memoria ha Vossignoria! esclam Matteo quasi commosso e con una nuova luce negli occhi che pareva di lieto intenerimento.
Io vi giunsi addosso allimprovviso senza che voi mi sentiste e vedeste. Che cos che guardi Matteo con tanta attenzione? vi dissi: Lasciami vedere anche a me. Voi dapprima faceste per nascondere quel medaglione, poi cambiaste avviso e me lo mostraste Guardi contessina, mi diceste: non  vero che questo  un bel ragazzo?
Che memoria! che memoria! esclamava Matteo sempre pi commosso. E se ne ricorda ancora di quella figurina? Lei pure lha trovato bellissimo quel fanciullo.
Di ci non mi ricordo pi; ma mi ricordo che voi dopo mi prendeste sulle vostre ginocchia, mi diceste amorevoli parole, mi accarezzaste i capelli e finiste per darmi un bacio sulla fronte...
 vero,  vero!... Io amava tanto i bambini! Ognuno che vedessi minteneriva cuore... E Lei era gi fin dallora cos leggiadra e cos carina!
In quel punto sopraggiunse, la mia governante, e visto il vostro atto ve ne fece severi rimproveri e minacci dir tutto a mio padre e a mia madre...
I quali certo mi avrebbero scacciato per la temerit di quel mio atto troppo famigliare.
Io medesima pregai laia che tacesse...
S, contessina, me ne ricordo: e glie ne fui grato...
Ebbene, per quella memoria, per quella riconoscenza che maffermate, per quellaffezione che avevate per me, ora vi domando... esit un momentino, poi soggiunse con voce pi bassa e con qualche sforzo: vi prego...
Matteo la interruppe con una certa agitazione e turbamento:
No, no, contessina,  inutile, non voglia insistere; ci che voglio, quello che le ho detto, veda, bisogna che sia ad ogni modo... Si mettesse anche in ginocchio ai miei piedi, Lei signorina... e perfino la signora contessa Adelaide e tutti quelli della sua famiglia a supplicarmi... venisse pure dallaltro mondo il conte-presidente medesimo... nulla ci farebbe; direi sempre no, e no... e questo matrimonio sha da fare.
Albina si drizz fieramente della persona, si tir indietro dun passo, lorgoglio ferito le mand di nuovo una lieve tinta rosata alle guancie e dando al suo mite, benevolo sguardo unespressione di superbo disdegno, pronunzi a mezze labbra:
 molto strano tanto vostro interessamento per quel signore!
LArpione ebbe un lampo nelle fosche pupille, fece una mossa, come di chi, sentendosi assalire, si prepara a vigorosa difesa e rispose asciutto, insolente:
Strano o no, esso esiste davvero, e poich ha buoni mezzi in mano la vincer ad ogni costo.
Chi sa! esclam la giovinetta, per impulso subitaneo dellistinto, per improvvisa, impensata ispirazione dun presentimento.
Lusuraio balz con un guizzo presso presso alla fanciulla; i suoi occhi scintillavano come due carboni accesi su cui si soffia; tutte le infinite minutissime rughe del suo volto sagitavano in un fremito, la voce gli tremava:
Come! grid: perch ho avuto la dabbenaggine di lasciare nelle sue mani quella carta, Ella ne abuserebbe?...
La contessina gli tronc la parola con un grido dindignazione.
Miserabile! esclam, coprendolo con uno sguardo di sommo disprezzo, di che cosa ardite sospettare una Sangr?
Matteo chin gli occhi e il capo innanzi a quello sguardo che lo fulminava.
Oh no... non dico... balbett confuso; non voglio dire... mi perdoni...
Albina si copr colle mani la faccia.
E io, disse, come a s stessa, io sono discesa perfino a pregarlo, costui!
Risollev il capo con tutta la fierezza della sua razza, e disse collimponenza che potrebbe avere una regina:
Non ho pi nulla da dirvi. Uscite!
LArpione sinchin basso basso e and quasi strisciando fino alluscio; col impugn la maniglia della serratura, socchiuse il battente, e sul punto di varcare la soglia, voltosi alla nobile giovinetta, fece come i Parti fuggenti e lanci unultima frecciata:
Conto dunque sempre sul suo giuramento!
E spar.
...
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Capitolo 22.
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La signora Giustina, interrogata con insistente destrezza dal marchese Respetti, non istette gran tempo a dire tutta la verit di ci che le era occorso in quegli ultimi giorni: come Matteo Arpione lavesse accostata una mattina in chiesa, le avesse dato un biglietto per la contessina, raccomandandole il pi scrupoloso segreto, come dopo questo la signorina avesse acconsentito a ricevere ad insaputa della famiglia quellusuraio e come fosse in seguito del colloquio avvenuto che essa aveva manifestato quelle nuove intenzioni che tanto avevano meravigliato ed afflitto i suoi congiunti.
Fu chiaro per tutti che la condotta dAlbina doveva tutta accagionarsi allopera di Matteo; ma in che modo egli avesse potuto ottenere tutto questo, nessuno sapeva immaginare. Comera naturale, si pens subito a interrogare Albina medesima e la madre mand per essa.
Si seppe che giusto allora la giovanetta aveva avuto un nuovo abboccamento con Matteo, chella stessa questa volta aveva mandato chiamare.
La fanciulla venne presso alla madre senza indugio; ma era ancora tutta commossa e turbata pel dialogo avuto allorallora collusuraio.
Non fu possibile cavarle di bocca il segreto. Ella ammise di avere avuti collArpione quei segreti colloqui; non neg che essi avessero attinenza colla risoluzione da lei presa; ma stette sempre ferma nel dire che non poteva soggiunger altro, che era solennemente impegnata, e che nulla poteva pi rifarla libera. Si ritrasse sfinita, afflitta pi che mai, dolorante, con una amarezza nellanima che quasi era una disperazione, ma tenendo inviolato quel segreto, la cui conoscenza, ella era troppo persuasa, alla madre sarebbe quasi un colpo mortale.
Al marchese era venuto sulle labbra pi volte alcun cenno intorno a quella somma che egli era persuaso essere stata mandata da Albina a Giulio, tanto per vedere se fra quei due fatti vi fosse unattinenza: comegli pur sospettava, senza per saperne immaginare una ragione; ma sempre se nera trattenuto, perch la moglie nel far la confidenza avevagli pure imposta la condizione di non dir nulla mai.
Se Albina era cos ostinata nel suo silenzio, non rimaneva altro mezzo per tentare di penetrare questo mistero fuor quello di rivolgersi direttamente allArpione; ed Ernesto Respetti si prese lui questo cmpito.
Egli stava pensando la maniera migliore per avere collusuraio il desiderato colloquio, senza suscitarne le diffidenze e senza dargli troppa importanza, quando la sera di quel medesimo giorno, tornando alla locanda per desinare, seppe che durante la sua assenza, in una sola ora, un vecchio era venuto gi tre o quattro volte per parlargli, mostrando molta premura, molta ansiet, e dicendo che alle sei in punto, lora precisa del pranzo, sarebbe tornato. Ed ecco in quella che il cameriere faceva al marchese questa ambasciata, presentarsi a capo della scala il vecchio medesimo: era Matteo Arpione.
Respetti fren un movimento di lieta sorpresa, e con maniere asciutte e superbe accolse lusuraio e gli accord il colloquio che egli chiedeva. Matteo era agitato assai, il terreo della sua faccia era diventato giallastro, gli occhietti, affondati giravano smarriti, la voce era affannosa e tremante. La sorte voleva favorire, nellufficio che aveva assunto, il marchese: erano successi avvenimenti che, mentre lArpione credeva di poter venire a dettare la legge anche al marchese, lo conducevano a darglisi, contro la sua aspettazione, in piena bala.
Uscito dal colloquio colla contessina, Matteo Arpione sentiva una rabbia intensa contro il marchese Respetti. Era lui che aveva scovato fuori tutte quelle accuse contro Alfredo, nelle quali il fondamento che cera di verit dava credibilit anche alle parti false e calunniose; era lui che si dichiarava cos il pi aspro e potente nemico del giovane Camporolle e ne faceva pericolare la felicit e ne comprometteva lavvenire.
Io potrei pure imporgli silenzio, pensava il vecchio usuraio, io potrei averlo a mia discrezione e costringerlo a ci che voglio io... S, andr a comandargli cessi dallosteggiare Alfredo, dal muovere ostacoli al suo matrimonio, anzi lo favorisca ed aiuti; e mi obbedir, ne son certo.
Ma cambiava ben tosto davviso.
No, no, diceva, la contessina non pu mancare alla sua parola per quanto si faccia... Suscitare nuovi incidenti  pericoloso... Avr sempre tempo in un estremo bisogno di ricorrere a questo mezzo estremo.
E determinava cos di non tentar nulla per intanto col marchese Respetti; ma non era trascorsa unora che doveva cambiare totalmente davviso, e si persuadeva essere della maggior premura lagire e vigorosamente sul cugino dei Sangr.
Egli incontrava Tommaso, il quale tutto sconvolto gli apprendeva che poco prima, dietro un vivo alterco, avvenuto tra loro al Club del Whist, il conte di Camporolle ed il cavaliere Enrico si erano sfidati e dovevano battersi; egli non sapeva bene quando, ma certo quanto prima e probabilmente la mattina del giorno prossimo. Matteo, spaventato, smarrito, si metteva subito in traccia di informazioni ed apprendeva sollecito quella esser proprio la verit.
La disgrazia aveva voluto che i due giovani si trovassero faccia a faccia nel Club. Era lora in cui le sale avevano gente; ed era gremita addirittura la sala dove si leggevano i giornali, nella quale stava appunto Enrico di Valneve chiaccherando con un gruppo di giovani compagni, quando Alfredo di Camporolle sopraggiunse.
Comera naturale, il fidanzato dAlbina salutato qua e l alcuno dei presenti, appena Enrico si diresse alla volta di lui e accost quel gruppo con un amichevole sorriso sulle labbra e la destra tesa; gli altri corrisposero al famigliare saluto di Camporolle e gli strinsero la mano, Enrico ebbe una mossa fieramente disdegnosa del capo sviando gli occhi dal nuovo venuto, e, mentre questi gli porgeva la mano, volt bruscamente le spalle.
Alfredo rimase l intento un momento, mano tesa, le labbra aperte, un lieve pallore sulle guancie; tutti i presenti si guardarono stupiti, impacciati, con qualche rincrescimento; capivano che un deplorevole incidente stava per aver luogo, del quale sarebbero poco liete le conseguenze.
Enrico: disse dopo un poco il Camporolle, dominando la sua emozione: mi permetterai di farti osservare che io ti ho salutato e prta la mano.
Il fratello dAlbina volse cos un poco il capo verso chi gli aveva parlato, e senza guardarlo, di sopra la spalla gli gett queste parole di cui laccento era ancora pi disdegnoso della sostanza:
E io le far osservare che io non sono semplicemente Enrico, ma il cavaliere Sangr di Valneve, e che non uso dar la mano a qualunque persona mi venga innanzi.
Alfredo trasal; un vivo rossore gli corse al volto, fino alla radice de capelli; parve sul punto di prorompere in chi sa quali furibonde parole, ma si fren, si ritrasse dun passo, si pass una mano sulla fronte, si guard dattorno con aria attonita, come per chiedere testimonianza alle cose e alle persone presenti, se era proprio cosa reale quel che gli capitava.
Enrico aveva pronunziato forte queste parole, e tutti nella sala le avevano sentite; sera interrotta la lettura dei giornali, ogni sguardo sera rivolto a quel gruppo in cui i due giovani stavano in faccia; regn un perfetto silenzio pieno dinquieta aspettazione.
Signor cavaliere Enrico Sangr di Valneve, disse Alfredo con voce sicura, ma in cui vibrava pure unintima commozione: questo  un gratuito oltraggio chElla fa al conte Alfredo Corina di Camporolle; e questi ha il diritto di domandargliene spiegazione e ragione.
Un lieve mormorio dei presenti indic che gli uditori approvavano la risposta.
Enrico sent lo sdegno, lirritazione, il rancore che da due giorni si venivano rammontando in lui contro quel cotale, e che da poche ore erano diventati odio e disprezzo; si sent torgli affatto la mano alla ragione; si volse di pieno verso Alfredo, lo saett con uno sguardo ferocemente superbo e disse con accento compagno dello sguardo:
Io Lei non chiamer n conte... che non ... n Camporolle, che  un nome di fantasia... n Corina neppure, che  un nome preso ad imprestito.
Alfredo interruppe con unesclamazione che era un grido di indignata protesta; un pi forte susurro indic lo stupore e linteressamento dei nobili spettatori di quella scena, i quali vennero accostandosi ai due giovani. Enrico imperturbabile seguitava:
E ora, credo che n Lei n altri avranno pi bisogno di nessuna spiegazione della mia condotta.
Alfredo si riscosse come se un colpo di frusta lo avesse percosso sulla faccia, fece un balzo verso Enrico, ma si contenne.
Signor cavaliere! grid: codesta  uninfamia, codeste sono calunnie...
Disgraziato! interruppe con forza Enrico: un Sangr non calunnia... La donna che voi vi date per madre mor un anno prima che voi nasceste, come attestano i registri della parrocchia di San Giovanni in Macerata, e voi non siete che il bastardo... non si sa di chi.
Loltraggiato cacci un vero urlo: per un momento, sotto limpulso duno sdegno immenso, sent qualche cosa di feroce, di violento, di terribile venir su dallintimo della sua natura e scuoterlo e dominarlo; vide traverso una nebbia che pareva sanguigna la faccia insolente di quel giovanetto debole, quasi imberbe, cui la sua mano avrebbe potuto schiacciare, sfidarlo, ghignare, sputargli il pi villano e crudele insulto: si slanci sulloltraggiatore per ricacciargli in gola le parole. Un grido usc dalla bocca dei presenti; i pi vicini si frammisero. Enrico stette imperturbabile, serr le braccia al petto e attese, il capo levato, lo sguardo sicuro, un sogghigno di disprezzo sulle labbra. Alfredo fu trattenuto pur dalla vista di quelli che gli si posero davanti, ma meglio ancora da una soave e pure in quel momento dolorosa visione che gli parve aver dinanzi in tal punto: il volto leggiadro di Enrico glie ne aveva ricordato un altro pi leggiadro ancora al quale rassomigliava assai, ad Alfredo era sembrato vedersi comparire dinanzi in un baleno ladorata figura di Albina.
Lasciate, lasciate, disse Enrico a quelli che serano frapposti: non c pericolo deccessi; il signore, rientrando nella propria natura, non tarder a pentirsi di codestatto... incomposto, e saffretter a chiedermene perdono, anche in ginocchio, come gi gli avvenne per altri a Parma.
Alfredo mand un gemito di vero dolore; questo a un tratto sovrammont in lui ogni collera: cap che ledificio dogni sua felicit gli crollava intorno a quel punto senza possibilit di rifacimento; una gran desolazione, un gran vuoto, una terribile disperazione lo invase. Ebbe un momento lidea di fuggire. Si disse che sarebbe stata una vilt; gli parve dessere uno di quei gladiatori di Roma antica, che erano condannati a morire a ogni modo e che dovevano mettere un certo onore e un certo orgoglio a cadere con fermo viso. Si allontan di pochi passi da Enrico non gettando su di lui neppure pi uno sguardo, e disse a quelli che lo attorniavano:
Signori, credo che un simile disgustoso incidente abbia gi durato fin troppo... Mi ritiro; e prego voi due e nomin due giovani dei presenti a volermi fare lonore di assistermi nelle ulteriori conseguenze di questa deplorevole scena.
Le medesime simpatie che sera guadagnate presso Ernesto Sangr, e anche da prima presso Enrico, Alfredo si era pure acquistate dalla maggior parte dei giovani nobili torinesi; onde, bench le parole del cavaliere di Valneve, che si sapeva incapace di mentire, facessero non lieve impressione negli uditori, tuttavia i due interpellati non rifiutarono il geloso e delicato incarico e si dissero a disposizione dellamico, col quale si ritirarono per un momento in un appartato gabinetto.
Enrico da parte sua si rinchiudeva in un altro stanzino con due altri giovani da lui pregati di fargli da secondi; e questi per prima cosa gli domandavano se avesse davvero buono in mano da provare le gravissime accuse lanciate contro lavversario.
Enrico si pentiva bens gi un pochino della pubblicit a cui sera lasciato trascinare dal suo umore impetuoso; ma poich le cose erano venute a tal punto, egli non poteva pi indietreggiare e gli convenne dire come fosse venuto in chiaro di que fatti, citando a sostegno lautorit del marchese Respetti; conchiuse che per ad ogni modo egli era dispostissimo a battersi con quel signore, anzi lo desiderava assai, e pregava i suoi rappresentanti a sollecitare, ad accettare qualunque arma, qualunque pi seria condizione, pur di far presto e uscirne fuori, se fosse possibile, anche di quella sera.
I due padrini risposero che, poich egli aveva messa la cosa nelle loro mani, lasciasse far da loro, i quali poteva esser certo avrebbero scelti que partiti che pi si convenivano al decoro e allonore del loro mandante; e promisero di fargli sapere il risultato delle pratiche quanto prima potessero.
Il giovane Sangr, tutto ancora accaldato, corse a casa, dove aveva da aspettare la risposta, e ridottosi nelle sue camere, and senzaltro allarmadio in cui teneva le sue armi e ne trasse fuori due scatole di pistole e due o tre coppie di fioretti; esamin le armi da fuoco, ne fece scattare le molle, prese la mira, mise in disparte quelle che gli parvero le migliori, impugn i fioretti un per uno, li brand, si esercit a tirare due o tre bottate contro il muro.
 un po di tempo che non mi sono sgranchito alla scherma; non sarebbe forse male rifarmi un po locchio e la mano... Ah! non voglio che sia un duello da ridere, e lasciarmi bucare io da colui, no per bacco!...
Si slanci, colla concitazione del sangue che aveva ancora addosso, al cordone del campanello e diede una grande strappata: fu lesto ad accorrere lo stesso vecchio Tommaso.
Che cosa comanda signor cavaliere? disse laffezionato servitore guardando con occhio spaurito quelle armi sparse qua e l, il viso animato del padroncino e la bellica ferocia, per cos dire, con cui egli brandiva la flessibile lama.
Va subito dallo Speirani (che era il suo maestro di scherma) e digli che venga qui sul momento, se pu, e il pi presto che sia libero, se per caso  impegnato.
Tommaso non si mosse; esaminava tutto commosso laspetto del giovane e il guizzo del fioretto che questi maneggiava.
Ah, signor cavaliere! disse balbettando: lo Speirani?... Quelle armi?... Che cosa vuole?
E lacceso giovane collimpeto della sua indole avventata:
Voglio liberare e me, e mia sorella, e tutti noi di un mascalzone davventuriero che tent ficcarsi nella mia famiglia come un tarlo in una bella e buona stoffa.
Il conte di Camporolle? esclam Tommaso sbalordito.
S, colui; ma leva il conte e il Camporolle... Sono le penne del pavone: sotto cuna cornacchia e forse peggio.
Vuol battersi con quel giovane? Col fidanzato della contessina?
Enrico diede addirittura nei lumi.
Ma che fidanzato? Prima che sposi Albina colui, voglio che profondi il Palazzo Madama... Glie lho detto ci che gli conveniva or ora al Club e presto glie lo confermer con una palla di piombo o con due dita di lama...
Misericordia! esclam il povero vecchio, tremando e giungendo le mani. Per carit, che cosa vuol fare signor cavaliere? Rientri in s stesso, faccia a tranquillarsi... pensi un a quello che dir la signora contessa...
Il giovane si riscosse come se gli fosse stato gettato un bicchiere dacqua sul volto.
Ah! mia madre! disse, lasciando cadere il braccio che brandiva il fioretto. Tu non le dirai nulla, sai, n a lei, n ad altri qui dentro!... Guardati bene!... Ah che ragazzaccio son io a lasciarmi scappare di bocca ci che non dovrei dire ad anima viva!... Ricordati bene! Ti proibisco di parlare, e se mia madre viene ad apprendere qualche cosa, guai a te!
Io non parler, io non dir nulla; ma in nome del cielo, ci pensi bene signor cavaliere, non voglia dare un tal dispiacere alla signora contessa...
Enrico gli ruppe in bocca le parole.
Basta! grid collimperiosa imponenza dun Sangr. Quello che mi spetti di fare non tocca a te linsegnarmelo... Invece di perdere il tempo a star l a guardarmi a braccia larghe e bocca idem, va, affrettati e conducimi qui senza indugio lo Speirani...
Ma signor Enrico!... os ancora dire il vecchio domestico, le lagrime agli occhi.
Niente!... Non una parola di pi... va!...
Tommaso usc tremante, barcollante, domandando a s stesso quello che gli toccasse di fare. Lasciare che quel duello avesse luogo parevagli una colpa da averne eterno rimorso; e come tentare dimpedirlo senza palesarlo a qualcuno della famiglia, mentre il padroncino gli aveva imposto di tacere con tutti i suoi? Intanto cominci per obbedire al comando di correre dallo Speirani, e fu per istrada che la fortuna volle farlo imbattere in Matteo, il quale, vistolo cos conturbato, non ebbe molto da fare per cavargli di bocca tutta la verit.
Matteo si turb pi profondamente ancora di quello che si fosse turbato il devoto servitore. Anchegli si disse che bisognava ad ogni modo impedire che quel duello avesse luogo, e subito pens al marchese Respetti. Corse a casa sua, apr lo scrigno che sappiamo, frug per entro il cassettino dove si custodivano le carte e ci prese un foglio anzi la met dun foglio, quella che aveva separata da quellaltra recata alla contessina Albina, la scorse cogli occhi, fece un movimento di soddisfazione come per dirsi essere quello appunto che gli conveniva, e corse alla locanda doverano alloggiati i Respetti.
Come abbiamo visto, il marchese non cera, e nelle varie volte che Matteo ansioso ed impaziente ritorn, mai non ebbe la fortuna di trovarlo, finch alle sei precise, quando il Respetti veniva a pranzo, i due uomini si incontrarono fronte a fronte nel vestibolo in alto delle scale, al primo piano.
Si ridussero in un gabinetto, si richiusero dentro, e il marchese con quel tono di superbia con cui aveva accolto lusuraio, gli disse, senza accennargli neppure di sedere:
Che cos che voi potete volere da me?... Parlate.
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Capitolo 23.
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Matteo Arpione stette un momento prima di parlare, come si fa dopo una corsa per riavere il respiro che vi manca; voleva dominare il suo turbamento, riacquistare tutta la freddezza della sua mente, la furberia della sua indole e labilit della sua lunga esperienza di trattare cogli uomini e di giuocare colle varie passioni di essi, per cominciare quel colloquio, il quale doveva essere una lotta, in cui egli voleva riuscir vincitore. Giunse cos a comporre il suo aspetto, a ridonare alla sua fisonomia quellapatica indifferenza sotto cui nascondeva accuratamente ogni emozione, ogni sensazione, allo sguardo quella plumbea freddezza che era negativa dogni qualsiasi espressione.
Signor marchese, dissegli poi, umile e curvo comera sempre, con voce senzarmonia, fredda, sorda, sommessa, tranquilla, lenta, sono venuto da Lei per rendere un gran servizio alla nobile famiglia di Valneve, per la quale, malgrado il modo crudele con cui ne venni trattato, io ho sempre la medesima affettuosa e rispettosa devozione...
Il marchese fece un gesto di leggera impazienza; Matteo saffrett a soggiungere:
E per cercare di risparmiarle, col mezzo di Vossignoria, una gran disgrazia che la minaccia.
Respetti lo guard bene con diffidenza.
Quale disgrazia? domand con orgogliosa freddezza.
Poco fa, non saranno pi di due ore, rispose Matteo, pronunziando le parole ancora pi lente e spiccate, il signor cavaliere Enrico Sangr, al Club dei nobili ha insultato gravemente il conte di Camporolle e ne successe una sfida, la quale, e per la gravit dellinsulto, e per la qualit delle persone, non pu che avere le pi deplorevoli conseguenze.
Il marchese fece un atto di viva contrariet.
Ah! limprudente ragazzo! esclam con accento di rammarico. Ma gi quello l ha del liquido infiammabile nelle vene, alla menoma fregagione piglia fuoco come un razzo...
Ella capisce:riprese il vecchio, che codesto duello non deve aver luogo, non pu aver luogo, e che a Lei, signor marchese, incombe lobbligo dimpedirlo.
Respetti guard con altezzosa ironia quelluomo vecchio, umile in vista, mal vestito, che gli stava dinanzi.
 il signor Arpione che viene ad ammonirmi di quello che  mio obbligo?
Matteo, senza pur dipartirsi dalla solita umilt dellaspetto e del contegno, rispose con una certa fermezza:
S, signor marchese; nessuno meglio di Lei pu fare questa buona opera, pu rendere questo servizio ai signori Sangr, e la sua relazione, la sua parentela con essi, pare a me che glie ne facciano proprio un debito. Vossignoria perdoner la mia franchezza, perch mossa dal maggiore interessamento per quelle persone che a Lei sono carissime... Ed  perci che sono venuto confidente ad avvertir Lei del caso e a dirle di recarvi rimedio.
Sotto lancora apparente umilt dellusuraio, al marchese parve avvertire una certa intenzione di dettargli la legge, che suscit in lui unombra di risentimento; se non avesse avuto desiderio e bisogno egli stesso di ottenere da quelluomo importanti rivelazioni, lo avrebbe senzaltro licenziato dalla sua presenza con superbe parole; si limit a guardarlo alteramente, e rispose:
Dalla parte di mio cugino veggo molto difficile limpresa. Un Sangr non si ritira pi quando ha mandata ed accettata una sfida; e io non oserei nemmanco proporlo.
Non dico che il cavaliere faccia cosa alcuna men degna di lui, del suo nome... Ma Lei, marchese, colla sua autorit pu frapporsi fra i due giovani e ottenendo qualche cosa dalluno e qualche cosa dallaltro, giungere alla riconciliazione... Pensi alla contessa Adelaide!... Pensi che il conte di Camporolle  schernitore abilissimo,  pieno di coraggio e di forza...
Mio cugino Enrico, interruppe brusco il marchese, non  inferiore a nessuno per valore e nemmeno per abilit nel maneggio di qualunque arma: colla pistola su dieci colpi  sicuro dimbroccare il centro del bersaglio nove volte, e fra quanti frequentano la sala darmi dello Speirani, non c alcuno che possa stargli a paro sia col fioretto che colla sciabola.
Lo sguardo del vecchio ebbe un baleno come di spavento, e il color terreo della sua faccia si fece ancora pi giallastro.
Ah! in un duello, sul terreno, egli disse, Lei sa pure che non  pi come al bersaglio e nella sala darme...
Respetti interruppe con disdegnosa impazienza:
Ebbene s, tranquillatevi... Se vi preme cotanto il veder sottratto a tal pericolo il cavaliere Enrico, io mi ricordo ora che c un mezzo per far dichiarare da ogni persona donore impossibile questo duello; e un mezzo affatto decoroso per mio cugino.
Ah s! esclam Matteo con un sentimento non del tutto dissimulato di contentezza e di sollievo: e questo mezzo sarebbe?...
Comprendete pur bene anche voi, rispose il marchese, che un Sangr non pu battersi che con un avversario degno di lui, sullonore del quale, almanco, non siavi la pi piccola macchia.
Lo sguardo, la fisonomia del vecchio tornarono foschi.
Ebbene?... E con ci?... egli domand con voce sorda e, nellapparente indifferenza quasi minacciosa.
Ebbene, quel sedicente Camporolle non  avversario con cui si possa misurare mio cugino, perch non si sa chi sia, perch ci si  presentato con nome finto, con documenti falsificati, perch tutto fa sospettare una origine poco onorevole alle ricchezze di cui gode, perch lo si accusa perfino di aver fatto il denunziatore alla polizia di Parma.
Matteo smarr il suo sangue freddo: un rosso cupo gli venne ai pomelli delle guancie aggrinzate, le pupille in fondo alle occhiaie ebbero un bagliore viperino, la bocca si contrasse in una smorfia da far paura, la voce suon con una vibrazione maggiore e con tono pi alto.
Codeste sono tutte calunnie... Oh lo so bene che Lei stesso, signor marchese, le raccolse e le va spargendo; e sono venuto apposta da Lei, anche per ci, a dirle che il male fatto o voluto fare, Ella stesso lo deve distrurre e riparare; che Ella deve rivendicare e difendere lonore di colui che  lo sposo e sar il marito di sua cugina Albina; che deve impedire il duello minacciato per lunica ragione che  impossibile stiano colle armi alla mano, fronte a fronte, due che devono ripet la parola, pesandoci su con significazione che devono diventare cognati e amarsi come fratelli.
Respetti interruppe con disdegno.
Ol, sor Arpione, dove avete preso codesta sicurezza e codesto tono? Che voi ci teniate dimolto a fare sposare la contessina Sangr con quel signore, lo sapevo gi; so che avete impiegato certe arti per indurre quella giovinetta ad accettare tal partito; e mi piacerebbe pur sapere qual sia la ragione che in voi, solito a non far nulla per nulla, a non muovere pure un dito senza averci qualche buon guadagno, ispira tanto interessamento per quel giovanotto, sul quale avete vegliato fin da bambino, il quale avete fatto ricco merc il frutto delle vostre usure, e ora volete introdurre nella vera nobilt con un simile matrimonio.
Matteo Arpione avvis che il momento decisivo era venuto, che ora, per vincere la pugna, bisognava ferire il gran colpo, e ridrizzata la persona, levato fieramente il capo, con accento risoluto e quasi minaccioso, proruppe:
S, quel giovane lho voluto ricco, nobile e lo voglio ora felice; ma la ragione  inutile cercarla, e non le consiglio, marchese, di perdere in ci il suo tempo. Quel matrimonio deve farsi, lo voglio; e Lei deve aiutarmici, torre di mezzo tutte le cattive impressioni che ha suscitate, dichiarare insussistenti le mosse accuse, non lasciar avvenire il duello e far affrettare anzi le nozze...
Davvero? esclam con insolente ironia il marchese.
Sono venuto a pregarla di tutto ci... ed ella mi ubbidir...
Ah s! interruppe Respetti, nel cui accento cominciava a fremere la collera.
S, soggiunse affrettatamente e audacemente lArpione, perch io tengo in mia mano quanto pu offuscare lonore di suo padre, lonore del suo nome...
Il primo sentimento di Ernesto Respetti-Landeri alle parole di Matteo fu di stupore; credette aver male inteso: tese un poco il collo verso quelluomo e con quellaccento di finezza aristocratica, beffarda ed elegante, che hanno coloro che appartengono a famiglie nobili e primeggianti da secoli, disse:
Voi avete detto?... Non ho capito bene... Abbiate la compiacenza di ripetere.
Arpione, imperturbabile, risoluto, ripet esattamente le parole che aveva pronunziate. Allora una viva collera si accese nellanimo di quel discendente duna lunga sequela di nobili gentiluomini.
Miserabile! grid: tu osi parlare dellonore del mio nome, dellonore di mio padre, e dirmi che hai in mano di che offuscarlo?
La sua collera diede gi tutto a un tratto; guard il vecchio usuraio con una specie di compassione derisoria, come si fa ad un folle che commette qualche stranezza o ad un sciocco che inciampa in una grossa balordaggine, poi ruppe in una risata di scherno e di disprezzo.
Ah povero Arpione! disse crollando il capo, che infelice ispirazione avete avuta di venire da me a tentare qualche vostro scellerato ricatto con mezzi di codesto genere!... Perch non dubito punto che si tratti di un ricatto di vostra foggia. Mi conoscete ben poco, e smentite tutta la vostra accortezza a conoscermi cos poco, s avete pensato un solo momento che minaccie di tal fatta potessero fare il menomo effetto su di me, che so bene il mio onore, quello di mio padre, tanto sicuro, tanto in alto da non poterci arrivare a gettarvi pure uno spruzzo di fango la temeraria tristizie di nessuno, e tanto meno la vostra.
Matteo non si rifece umile come il Respetti credeva che avvenisse, rimase fermo a capo levato e insistette con parola risoluta.
Eppure creda, signor marchese...
Questi lo interruppe con impazienza in cui tornava a fremere la collera.
Ol! grid, posso non perdonare, ma dar passata con disprezzo a simili infamie uscenti dalla vostra bocca che suonino una volta; ma, seguitando a disprezzarle, pur le punir severamente se hanno lo scellerato coraggio dinsistere.
Lusuraio os alzare anchegli il tono della voce.
E sio, disse sfacciato, le mie parole vengo a provarle con documenti?
Documenti! ripet il marchese vieppi irritato da quellimpudente insistenza. Che documenti?
Una dichiarazione dellillustrissimo signor marchese, suo padre, proprio di lui medesimo.
Respetti venne rosso fino a capelli.
Uno scritto di mio padre, che compromette il suo onore, nelle vostre mani?... Voi mentite!
Queste ultime parole furono dette con tale scoppio di indignazione, con tale energia di sentimento, che lArpione indietr di due passi, quasi impaurito.
No signore, rispose pur tuttavia, e quel documento lho qui meco da poterglielo mostrare.
Il marchese ebbe un sussulto di tutta la persona, parve volersi gettare addosso a quelluomo dalle cui labbra uscivano parole che gli erano come colpi di flagello sul viso: si contenne, a forza, strinse le braccia al petto per frenare il pulsar del sangue concitato del cuore, per acchetare un poco il tumulto nel petto, e guardando il suo interlocutore con occhi di bragia, disse pacato, a voce sorda e labbra frementi:
Ebbene, mostratemelo.
Matteo lo guard un poco sospettoso e pauroso, poi sallontan ancora dun passo, fece un atto di consentimento senza parlare, depose per terra il cappello unto e frusto che aveva sinallora tenuto in mano, e, covando sempre con occhio diffidente il marchese, come se temesse chegli da un momento allaltro avesse da slanciarsi su di lui a fargli violenza, prese in tasca il portafogli e da questo trasse fuori un mezzo foglio di carta ingiallito dal tempo.
Ecco qui: disse.
Il Respetti sciolse le braccia, tese avidamente le mani e dun balzo fu presso allusuraio per afferrar quella carta; ma laltro, in sulle guardie, la ritrasse e la ripar dietro il suo corpo.
Un momento! esclam. Ella deve capire che questo  per me un tesoro preziosissimo, e chio non posso privarmene se non dopo avere ottenuto tutto quel compenso che desidero, che pretendo.
Lasciatemi vedere; proruppe il marchese, bollente dimpazienza.
Comincier per mostrarle la firma. Ella non potr, a meno di riconoscerla per genuina ed autentica del fu signor marchese, e cos non avr pi dubbio nessuno sulla importanza e veridicit del documento.
Pieg la carta in modo che si vedesse dello scritto niente pi della segnatura, e tenendo il foglio bene stretto in mano, lo pose cos sotto gli occhi del marchese.
La firma scritta con mano incerta, in modo stentato, diceva pur tuttavia chiaramente: Mese Leonzio Respetti-Landeri.
La riconosce? domand Matteo.
S, pare la scrittura di mio padre, rispose lentamente il marchese osservando bene, non gi inquieto, che in lui non poteva sorgere pure un dubbio sullincontaminatezza dellonore paterno, ma dispiacente di vedere un foglio colla firma del padre in mano di quellindividuo spregievole e disprezzato.
...  davvero: disse lusuraio con una specie di trionfo. Qualunque perito la riconoscerebbe, la proclamerebbe per vera; e poi ci sono, in questa carta medesima, come vedr, altre ragioni che lo provano. La mano che ha tracciato questi caratteri era mal ferma e stentata nel muoversi, ma ella sa che negli ultimi tempi della sua vita, il marchese Leonzio, ridotto quasi completamente paralitico, non poteva scrivere altro pi che la sua firma e ancora con difficolt, e questa carta egli lha sottoscritta, come lo dimostra la data che vedr, lultimo giorno in cui visse; anzi io so, essendo allora appunto presso di lui, che ebbe appena tempo di finire di scriverla, quando fu assalito da quellaccesso che gli fu mortale.
Le parole del vecchio, senza scuotere menomamente la fede nel marchese, lo turbarono assai, ricordandogli la morte paterna a cui egli lontano non aveva potuto assistere, ricordandogli che appunto negli ultimi mesi della grave infermit, quando il padre avrebbe avuto maggiormente bisogno delle cure figliali, egli se ne stava fin laggi a Pietroburgo, lieto, tranquillo, a godersela, e quelle cure amorose che erano sacro dovere di lui figliuolo, erano date allinfermo dallamico e cugino il conte-presidente, pietosissimo, amorevolissimo fino allultimo di lui respiro.
Si pass una mano sulla fronte e sugli occhi, poi sommesso, ma con una certa imponenza di comando:
Insomma volete lasciarmelo leggere quello scritto?
Lo leggeremo insieme, se non le dispiace: rispose Matteo, tornando a un tratto umile come il suo solito.
Spieg il foglio, e tenendolo bene colle due mani, per rendere impossibile che uno strappo glie lo levasse, lo pose innanzi agli occhi del marchese.
Questi, appena vi ebbe gettato uno sguardo esclam:
Ma quella  la scrittura del conte-presidente!
S signor marchese: soggiunse tutto dolcereccio lusuraio. E questa  appunto una delle ragioni che io diceva or ora provare sempre pi lautenticit della firma, perch lillustrissimo signor conte Sangr di Valneve non avrebbe scritto quanto qui si legge, se non per espressa volont del marchese, e se non approvato dalla segnatura del medesimo.
Ma vediamo... vediamo che cos disse impaziente il Respetti: e Matteo si mise a leggere piano, ma con voce chiara, mentre lo sguardo del marchese veniva seguendo la lettura sullo scritto, parola per parola.
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Capitolo 24.
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Quella carta diceva cos:
Ernesto, figliuol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre; morir pi tranquillo, pensando che tu te ne farai un sacro obbligo...
La colpa di mio padre! interruppe a questo punto il marchese tutto sconvolto. Ma che colpa, gran Dio?
E Matteo freddo freddo, con unumilt e sommessione che avevano ancora pi insolenza del piglio audace di pocanzi:
Ecco: la trova scritta qui subito.
E continu a leggere:
Tu non solo, appena ne sarai in grado, restituirai a Giulio le cinquanta mila lire affidatemi da suo padre, ma farai a quel fanciullo da fratello maggiore, da padre, ti adoprerai in ogni modo perch la sua vita sia felice. Ci ottenendo, forse lanimo di Armando mi perdoner del tutto il mio fallo.
Un tumulto doloroso, terribile invase la mente del marchese. Capiva e non voleva capire; gli pareva di sognare e sentiva che pur troppo era una realt che lopprimeva. Non poteva credere, e il tono affermativo e quasi solenne di quelle parole e la mano di scritto del fu conte-presidente e la firma di suo padre non glie ne lasciavano dubbio. Si cacci le mani nei capelli ed esclam come parlando a s stesso, con accento che rivelava la pi fiera angoscia:
Ma che vuol dir ci?... Come spiegare questo enimma?
E lusuraio con quella sua crudele freddezza vestita delle mostre pi umili del rispetto:
Avr lonore di spiegarglielo io, se la S. V si degna di permettermelo.
Ernesto Respetti fece una mossa del capo che laltro saffrett ad interpretare per un atto di consentimento, e subito continu:
Il fu illustrissimo signor marchese Leonzio, per varie cagioni che ora  inutile enumerare, si trov in un punto gravemente imbarazzato a far onore ai suoi impegni.
Lo so pur troppo, interruppe il marchese, e voi foste una delle cause dei suoi dissesti finanziari...
Mi scusi, io lo aiutai parecchie volte a trarsi fuori dalle peste...
Ma in che modo!... Via, ora non si tratta di ci. Continuate.
In quel momento terribile chio dico, se il marchese Leonzio non trovava cinquanta mila lire, gli piombavano addosso il sequestro, lasta pubblica e perfino larresto personale.
Oh! fece trasalendo Respetti.
Sissignore... Per evitare tanto danno e tanta vergogna, il marchese, che possedeva una somma affidatagli dal cavaliere Armando Sangr, prima di partire, appunto la somma che a lui occorreva per salvarsi, la prese...
Il figliuolo del marchese Leonzio saett uno sguardo incisivo, acuto, sulla faccia di cartapecora dellusuraio.
Ma come sapete voi tutto questo, sor Matteo?
Il colpo era buono e ben tirato; il vecchio, quasi urtato in pieno petto, ne vacill, confuso un momento, ma non tard a riprendere il suo equilibrio e la sua sicurezza.
ComElla sa, rispose, io era informato completamente degli affari e deglinteressi dellillustrissimo signor marchese, e sapevo forsanco meglio di lui in quali acque si trovava...
E sapevate pur anco che nostro cugino, il cavaliere Armando, aveva affidato a lui quella somma?
No signore, codesto non lo sapevo; ma lho indovinato benissimo quando, avendo visto che il marchese aveva pagato senza che mi constasse aver egli preso a imprestito denaro da nessuno, finalmente mi cadde tra mano questa sua dichiarazione.
Ah quella carta! esclam il Respetti, la cui mente cominciava a tornare in calma e a guardare con pi freddezza le cose. Anzi tutto, terminiamone la lettura, e poi ne discorreremo alcun poco.
Lo scritto si conchiudeva nel modo seguente:
Tutto quanto precede, pregato da me, scrisse, sotto mia dettatura, laffezionatissimo mio amico e congiunto il conte-presidente Ernesto Sangr di Valneve, e tu, figlio mio, la riterrai come scritto da me stesso, di mia propria mano.
E pi sotto la data e la firma.
Torino, 20 ottobre 1843.
Leonzio fu Respetti-Landeri.
Il marchese, poich Matteo ebbe finito di leggere, impugn il braccio di lui e lo tenne fermo per impedirgli di ripiegare la carta e riporla nel suo portafogli, come voleva fare, e scorse di nuovo da capo a fondo quello scritto con occhi intenti, quasi volendo stamparsi nella memoria parola per parola quella pagina.
Poi lasci andare il braccio dellusuraio, si freg la mano col fazzoletto profumato, come per ripulirla da un untume che le avesse lasciato il contatto del panno di quella manica, e si mise a passeggiare lentamente a capo chino su e gi dello stanzino, senza mostrare menomamente di badare alla presenza di Matteo.
Questi ripose accuratamente nel suo portafogli la carta preziosa, si chin, riprese per terra il cappello che vi aveva deposto e stette ritto, immobile, muto, ad aspettare, seguendo collo sguardo il marchese che andava e veniva.
In quel momento luscio si apr e comparve la faccia bella e sorridente della marchesa Sofia.
Vieni a pranzo, Ernesto, dissella,  gi servito in tavola.
Il marchese si ferm sui due piedi; ben fece tosto ogni sforzo per iscacciare dalla fisonomia ogni traccia di preoccupazione, ma il turbamento e la pena erano troppi in lui per poterci riuscire completamente, massime allo sguardo amoroso della sua compagna; abbozz un sorriso e rispose collindifferenza maggiore che seppe fingere:
Abbi pazienza, Sofia; anzi, senzaspettarmi, comincia pure a pranzare, che poi io ti raggiunger. Ho un certo affare... piuttosto di premura, da terminare qui... con Matteo.
La moglie savanz un po inquieta, guardando con occhio scrutatore in faccia un dopo laltro i due uomini.
Qualche contrariet?... Qualche dispiacere? domand.
No, no, saffrett a rispondere il marito, riuscendo questa volta a fare un sorriso affatto rassicurante. Non  che un piccolo conto... vecchio, molto vecchio... un arretrato delleredit di mio padre... che devo aggiustare con costui... Mi preme uscirne... e dopo tanti anni, capirai che ci vuole un po pi di tempo e di pazienza a venire a capo di definire a mutua soddisfazione la faccenda.
La marchesa gett uno sguardo un po sospettoso, un po di cattivo umore sullignobile figura dellusuraio, e disse con tono fra di rimprovero, fra di rincrescimento:
Se non si pu proprio rimandare a pi tardi; se duna cosa che  in pendenza da tanti anni, ora c proprio premura di venirne alla conclusione senza il menomo indugio, sia pure: aspetter anchio, ma guardare almeno di far presto.
Rivolse ancora uno sguardo a Matteo che sinchinava fino a terra senza parlare, al marito che colla solita galanteria laccompagnava fino fuor delluscio dicendole amorevoli parole, e si ritir persuasa che loggetto di cui si trattava era pi grave di quello che il marchese volesse farle credere.
Ma intanto questa venuta della moglie aveva suscitato nella mente di Ernesto Respetti un ricordo, che veniva a porgere nuovo elemento di congetture, per cui tentare di comprendere, di metter ordine, di veder lume in quel caos, in quel buio che gli avevan messo dinanzi la dolorosa rivelazione di quel fallo paterno e il modo con cui tal rivelazione gli era fatta. Era il ricordo di quelle cinquanta mila lire che Albina sera procurate da Sofia, e che poi egli aveva le prove aver essa mandate a Giulio. Evidentemente cera una connessione fra questi due fatti. Albina aveva ella saputo di quel danno fatto al cugino e aveva voluto ripararlo? Ma come? Ma da chi? E perch? Mille confusi pensieri saffollavano in capo al marchese. Aveva davanti Matteo; bisognava chegli non lo lasciasse partire senza averne tratta tutta la verit. Gett unocchiata su quella figura sorniona che lo guardava di sottecchi e si disse che bisognava usare tutta la maggior prudenza e accortezza. And a sedersi tranquillamente sopra un seggiolone e fece segno allusuraio che gli si avvicinasse.
Voi, Matteo, cominci egli affatto pacato in vista, siete dunque venuto qui da me, armato di quella carta, a propormi un contratto?  necessario, perchio possa decidermi, che mi sveliate tutte e chiaramente le vostre intenzioni e le vostre pretese.
Le ho gi detto tutto quel che desidero: impedisca il fatal duello, aiuti a compirsi ed affretti il matrimonio del conte di Camporolle colla contessina Albina, e questo pezzo di carta, la cui esistenza  ignorata da tutti, io lo consegno nelle sue mani.
Va benissimo: disse il marchese, dominando sempre a meraviglia le molteplici, varie, complesse emozioni che agitavano il suo cuore, e mostrandosi solamente grave e pensoso come chi riflette sopra un importante partito da prendersi. Ma voi ci dovete pure avere un interesse in tutto questo.
Matteo fece un movimento, e Respetti con vivacit, senza lasciarlo parlare:
Oh non vorrete, spero, neppur tentare di persuadermi che facciate cotanto per alcuno, senza che ci abbiate qualche utile vostro personale... Non cercher quale possa essere codesto utile; ma vi dir: se provassimo a ridurlo in cifra, qual somma vi parrebbe bastevole a rappresentarlo? Non avete che da dirmela, e io ve la far avere.
Il vecchio non si dimostr n stupito n offeso della proposta che contenevano tali parole; rispose tranquillo e serio:
Mi rincresce; ma non posso proprio davvero accettare transazione alcuna. Mi offrisse anche i milioni dei Rothschild, io risponderei sempre: quando Ella abbia impedito quel duello e fatto stringere quel matrimonio, ricever questa carta senza dover pagare manco un centesimo.
Ernesto Respetti guard un poco fisso fisso lusuraio senza parlare.
E sia! disse poi. Supponiamo che io accetti il vostro patto. Capirete che almeno io vorrei essere sicuro che le condizioni delle cose sono esattamente quali voi dite: per esempio che quella carta  proprio ignota a tutti e che una volta venuta in mio potere, niuna traccia pi potr rimanere di un momento di debolezza, quale confessa di aver avuto il mio povero padre.
Ah, signor marchese, le giuro...
Respetti interruppe seccamente:
Non dovreste credere neppure voi che un vostro giuramento mi possa bastare.
Matteo si curv sotto quellinsulto senza battere palpebra.
Quale assicurazione vorrebbe?...
Quella che mi dessero informazioni positive cui avessi campo di appurare esatte.
E come potrei io dargliele?
Rispondendo sinceramente e con veridicit alle domande che vi faccio. E per prima: come siete voi venuto in possesso di quel foglio?
Lusuraio stette un momento a pensarci su.
Ah! badate bene! soggiunse vivamente e imperioso il marchese, che voglio tali risposte che me ne possiate provare la esattezza.
Signor marchese, rispose Matteo dopo un altro poco di riflessione, potrei dirle recisamente che il modo per cui  venuto nelle mie mani questo documento non glielo voglio manifestare...
Ed io, interruppe asciutto il marchese, troncherei subito ogni discorso con voi e vi metterei fuori delluscio...
Anche sio minacciassi di far pubblica questa confessione del fu illustrissimo signor marchese Leonzio?
Un lampo dira, che per tosto si spense, balen nelle pupille del marchese.
S, rispose fermamente, anche con codesta vostra minaccia. Rimpianger certo amaramente che sia noto lunico fallo della vita di mio padre, al quale bisogna pure che creda ancor io, poich egli stesso lo confessa; ma nello stesso tempo che questo fallo sar conosciuto, verr a sapersi eziandio che egli ne affidava a me la riparazione, che io non seppi mai nulla fino ad ora, che quella restituzione al cavaliere Giulio sar tosto fatta: e io, per quanto dolente della debolezza paterna, ma persuaso che il pentimento cancella ogni colpa, e del suo pentimento mio padre diede prova, porter alta la fronte lo stesso e son certo che non perder un briciolo di affetto e di stima dai miei congiunti, n da verun altro al cui concetto io ci tenga. Voi vedete che se pu importarmi fino a un certo punto di tenere segreta ogni cosa, limportanza che ci metto non  tale da farmi acconsentire a cose chio non possa accettare.
Matteo si sent invadere da una gran paura. Cap che la sua sollecitudine, il suo sgomento per Alfredo lo avevano deciso un po imprudentemente a un passo assai pericoloso. Imporne al marchese era ben altra cosa che non il dettare il suo volere colla minaccia alla contessina Albina; era venuto a svelare il suo segreto, e correva rischio di vedere con ci fatta inutile la sua audace menzogna e rotta nelle sue mani larma terribile con cui aveva ottenuto la sommessione della nobile ragazza. Pure conserv fermo il contegno, e disse tranquillamente:
Ho creduto che Vossignoria, pur cos delicato in punto donore, appartenente a famiglie tanto scrupolose a questo riguardo, avrebbe accettato qualunque condizione... onorevole sintende, per ottenere che una macchia, mettiamo pur arco leggiera, del nome paterno, non comparisse mai agli occhi del pubblico.
Il marchese ebbe di nuovo un guizzo negli occhi, e parve sul punto di interrompere; ma si contenne, si morse il labbro, ed a Matteo, il quale si era taciuto, fe cenno di continuare.
E mi pare, seguit laltro, che quanto io son venuto a chiedere alla S. V. sia pur tale da accettarsi volonterosamente.
Ne giudicher meglio quando io sappia quello che desidero: disse allora con accento risoluto il marchese. Come avete voi quella carta?
Lusuraio si sentiva dominato; volle pure ancora tentare di resistere, ma quella paura, che gli era entrata nellanimo, veniva crescendo e levandogli della sua sicurezza, dellimpudenza.
Signor marchese, rispose volendo nascondere la sua esitazione, ma non riuscendoci bene: ci alla S. V. non deve importare...
Respetti si alz e con tono imponente interruppe:
Mimporta cotanto che senza questa spiegazione da voi, non consento pi ad ascoltarvi altrimenti. Avete capito?... O parlate, o partite dal mio cospetto.
Subito subito, Matteo pens partirsene davvero; ma non era un respingere cos ogni mezzo di salute? Chi sa se una completa sincerit non avesse pi effetto delle minaccie sullanimo del marchese; poteva anche presentare le cose in modo da acquistarsi un po di merito verso chi lascoltava.
Ebbene? domand il marchese, incalzante, imperioso, avvicinandoglisi dun passo. Il vecchio usuraio era vinto.
Le dir tutto, rispose inchinandosi pi basso che mai, facendosi pi umile, pi strisciante di prima.
Meno male: vi ascolto.
Il marchese si butt di nuovo a sedere, si nascose il volto, appoggiando la fronte alla palma della mano, il gomito sul bracciuolo del seggiolone e stette, in apparenza, impassibile ad ascoltare.
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Capitolo 25.
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Matteo fece la seguente narrazione:
Era dunque la sera del 20 ottobre 1843... quella appunto, come Lei sa, in cui mor il suo signor padre.
Ernesto Respetti fece silenziosamente un cenno grave e melanconico dei capo.
Da pi mesi il marchese Leonzio era ridotto immobile sopra una poltrona, e lo si trasportava a braccia qua e col, specialmente dalla sua camera da letto allo studiolo, dove il poveruomo si rompeva la testa e si amareggiava lanimo a cercar modo di mettere ordine a suoi affari. Io laiutava in codesta difficile impresa...
Il marchese fece una mossa quasi sdegnosa, quasi impaziente, che esprimeva la stima, poco lusinghiera per Matteo, chegli faceva di quellaiuto; ma non disse una parola.
Laltro continuava:
Quel giorno adunque, il 20 dottobre, lillustrissimo signor marchese Leonzio mi mand a chiamare e mi disse: Matteo, ecco qui tutti i miei titoli di possesso, di rendita e di crediti e tutti i miei obblighi e debiti, e mi additava un vero monte di carte che aveva davanti sul piano della scrivania a cui era seduto. Bisogna che da tutto questo voi cerchiate di tirar fuori una somma netta e liquida di cinquanta mila lire di attivo, da potersi aver subito in numerario... Bisogna, avete capito! insistette con forza: io  da tempo che mi ci provo e riprovo, ma ahim non ci riesco. Mi sedetti accanto a lui, esaminai un per uno tutti i documenti, e con suo gran dispiacere ed anche mio, gli dovetti far vedere che il conteggio di tutte quelle partite, non solo non lasciava avanzo attivo di sorta, ma chiudevasi con una non lieve eccedenza di passivit... Del resto, Vossignoria che esamin poi a sua volta tutte le carte della successione, lo sa meglio di me...
Ernesto Respetti, senza muoversi altrimenti, fece un cenno colla mano a significare che ci era vero e che il parlatore continuasse.
E Matteo continu.
Non le so dire quanto codesto risultato affliggesse il signor marchese; stette un poco accasciato, senza parlare, e un tremito gli agitava il capo chinato dolorosamente sul petto...
Povero padre mio! esclam il Respetti, quasi involontariamente, spinto dalla soverchia emozione; e la mano che gli sosteneva la fronte, discese sugli occhi a coprire e rasciugare le due lagrime che ne velavano le pupille.
Matteo fece una piccola pausa come per rispetto a quella commozione, e poi riprese:
Verso le otto di sera sopraggiunse il conte-presidente Sangr di Valneve. Tu mhai mandato a chiamare, Leonzio, disse al marchese ed eccomi qua per tutto quel tempo che vorrai. Io sorsi in piedi e presi congedo; ma il signor marchese mi ordin di non partire, di fermarmi nella stanza vicina. Avr ancora bisogno di voi, soggiunse, per aiutarmi, non fosse che col consiglio, a procurarmi quel che voi sapete. Capii che voleva dire la somma di cui mi aveva mostrato aver tanto a cuore di poter disporre; minchinai, rispondendo che sarei sempre stato pronto a servire il signor marchese e che avrei aspettato fin che a lui fosse piaciuto i suoi ordini. I due cugini si chiusero nello studilo e stettero lungo tempo, certo pi di due ore, quando a un tratto fu suonato con violenza e ripetutamente il campanello per chiamare la servit e da quel gabinetto io stesso udii la voce del conte-presidente che chiamava disperatamente aiuto. Accorsero il domestico e il cuoco e io pure con essi. Trovammo il marchese il capo abbandonato, un braccio penzoloni, laltro sul pian della scrivania, tenendo ancora fra le dita contratte una penna con cui vedevasi avere allorallora scritta la propria firma sopra un foglio che gli stava dinanzi, color di cera nel volto, la bocca storta da una convulsione, privo affatto di sensi. Il povero conte Sangr per laffanno, per lo sgomento, pareva aver perduta la testa. Presto, gridava tutto in lagrime, tutto tremante, il marchese a un tratto  svenuto... portiamolo sul suo letto... correte pel medico... c bene qualche cordiale... qualche farmaco... tentiamo di fargliene bere... fate scaldare dei panni... dellacqua da spruzzargli la fronte! E si agitava a sciogliergli i vestiti, a sollevargli il capo che ricadeva, chiamandolo per nome, baciandolo sulla fronte...
Buon cugino! esclam di nuovo il marchese mosso dallaffetto.
Io dissi al conte, continuava lArpione, che il pi pressante era davvero trasportare sul letto il marchese e correre pel medico: e cos fu fatto. I due servitori presero, come solevano fare, la poltrona per trasportare linfermo, e il conte-presidente li accompagn, sorreggendo amorosamente il capo cascante dello svenuto. Io rimasi solo un momento in quello studilo, innanzi a quella scrivania coperta di carte, sopra le quali eravi il foglio che un solo colpo docchio mi aveva fatto vedere scritto di recente dal conte e firmato dal marchese. Una gran curiosit mi pungeva; senza rifletterci, senza proprio pensarci davvero, davvero, presi in mano quel foglio e lo scorsi cogli occhi...
Ah! fece il marchese con un gesto di disgusto.
Mi scusi... ripigli il vecchio umiliandosi, vede che le dico proprio tutta la verit, che le apro la mia anima, i miei segreti come ad un confessore... Io conosceva daltronde tutti gli affari del marchese Leonzio... fuor quello che dovevo apprendere da questa carta... non mi pareva neppure indiscrezione la mia... Del resto queste cose me le dissi dopo, a spiegarmi il fatto, a scusarlo innanzi a me stesso, perch allora, in quel momento, le ripeto, fu unazione irriflessiva, subitanea... Quando gettatovi lo sguardo sopra, vidi le parole a mio figlio Ernesto... 
Il marchese lev vivamente la testa.
Come! esclam figgendo sul vecchio uno sguardo acuto, penetrante, con un guizzo di fiamma.
Matteo si morse le labbra.
Voglio dire, saffrett, a soggiungere, che maccorsi essere diretto a Lei figliuolo del marchese Leonzio, capii che si trattava forse di qualche cosa di particolare che aveva da rimaner segreto...
E vi affrettaste a impadronirvene: interruppe il marchese amaramente ironico.
No: rispose con forza lusuraio. Vero com vero che siamo qui tutte due, il mio subito pensiero fu di riporre l sopra quella carta, senza neppur leggerla; ma a quel punto udii un passo che tornava indietro, luscio che si riapriva, la voce del conte-presidente che mi chiamava. Io era andato per vedere lo scritto fin presso ad una mensola dove ardeva una lampada, mentre quella che stava sulla scrivania era stata presa da un domestico: ero quindi troppo lontano per rimettere il foglio al posto che aveva; non volendo assolutamente che il conte Sangr scoprisse quel mio atto, non ebbi altro scampo che ripiegare in fretta la carta e cacciarmela in tasca. Poi mi volsi e vidi il conte-presidente che mi veniva incontro, ancora pi affannato e sgomento di prima. Egli era troppo turbato per accorgersi di nulla, per pensar pure ad altra cosa qualunque che non fosse il malore del cugino che egli amava come un fratello. Matteo, mi disse, correte voi stesso dal medico, e fate di condurcene subito subito uno, a qualunque costo. Risposi di s, e mi avviai senzaltro; il conte lasci cadere lo sguardo su quel disordine di carte che cera sul piano della scrivania, pens che non bisognava lasciarlo cos al pericolo di essere manomesso forsanco dalla servit; corse alla scrivania, senza toccare altrimenti quei fogli, senzaccorgersi, agitato comera, della mancanza della carta scritta poco prima da lui stesso, abbass in fretta il coperchio a mezzo cilindro che serrava tutto, ne richiuse la serratura colla chiave che stava nella toppa, ritir la chiave, se la mise in tasca e corse di nuovo presso al letto dove frattanto era stato deposto il cugino. Io non tardai molto a ritornare col medico, il quale dichiar che il marchese era morto per un pi forte accesso di quel suo mal di cuore, da cui era da parecchi anni travagliato e da molti mesi ridotto a unassoluta impotenza. Quando a casa mia lessi quella dichiarazione, compresi che lemozione aveva dovuto in lui affrettare la disgraziata crisi.
Tacque; Ernesto Respetti era tornato a coprirsi colle mani il volto e gli occhi, e per un poco stette immobile e silenzioso; poi si scosse, alz il capo e domand con accento severo e pieno dun intimo dolore:
E perch non restituiste mai quella carta? Perch non ne parlaste mai n al conte di Valneve n a me?
Non osavo palesare quellazione, che ero certo il conte-presidente mavrebbe acerbamente rimproverata.
E come il conte non saccorse della sparizione di quella carta, o accortosene, non pensa a rintracciarla?
Il conte, che soffr immensamente della morte del cugino, non pose pi il piede nella casa del marchese Leonzio, e non apr pi quella scrivania che quando V. S. fu tornata, e, se non erro, and con Lei a esaminare tutte le cose della successione.
Ah s,  vero! esclam il marchese, cui assalirono in folla i penosi ricordi.
Salz, si diede a percorrere lo stanzino a lenti passi, il capo curvo, le sopracciglia aggrottate.
Ora capiva certe cose, certe parole, certi atti che non era riuscito prima a spiegarsi completamente del conte Sangr. Si ricordava che, appena giunto, insieme colle pi sincere e affettuose condoglianze, aveva ricevuto dal conte-presidente certi conforti o meglio ammonimenti che suonavano doversi essere generosi di piet e di perdono verso il defunto, perch non il malo animo, ma limprudenza e la sventura lo avevano indotto a cose chegli stesso deplorava col pi acerbo pentimento: egli allora aveva attribuito queste parole soltanto alla sconsigliata leggerezza con cui il marchese Leonzio aveva dilapidato il patrimonio, e ora ne scopriva finalmente il vero significato. Si ricordava che quando sera trattato di aprire quella scrivania, il conte-presidente gli aveva detto di volergli essere compagno per aiutarlo nello spoglio delle carte, per dargliene qualche spiegazione che credeva necessaria. Si ricordava come aprendo la scrivania avessero trovato tutte le carte alla rinfusa, e il conte avesse una gran sollecitudine a pigliarle tutte lui primo, una per una, e poi passargliele. Raccolte ed esaminate tutte le carte, il Sangr aveva mostrato un certo stupore come di chi non trova quello che saspettava, aveva frugato e rifrugato per tutto, in ogni cassettino, e quando il marchese suo figlioccio gli aveva domandato: che cosa cercasse, se credesse che vi mancasse qualche cosa, aveva risposto di no, ma in modo cos impacciato che al giovane aveva fatto impressione.
Di certo, ora pensava, egli non aveva il coraggio di esporre un fatto tanto grave a carico del cugino al figliuolo di costui, tanto pi che si trattava di cosa che riguardava il proprio fratello e il proprio nipote; e taciuto allora, aveva creduto dover tacere sempre di poi. Ricordava poscia la morte del conte-presidente. Questi aveva voluto rimaner solo con lui, suo figlioccio, e pareva aver qualche importante segreto da comunicargli; ma si limitava a raccomandargli specialmente il nipote Giulio. Aveva certo in animo di rivelargli tutto; e poi, anche in quel supremo momento, la bont del suo animo lo aveva trattenuto dal dare al cugino un s doloroso colpo ed aveva preferito morire portando seco il segreto della colpa del marchese Leonzio. Sent un nuovo intenerimento, uno slancio di gratitudine verso quellanima s squisitamente nobile.
Si ferm improvviso innanzi allusuraio, e lo interrog:
Il conte Sangr non vi domand mai nulla in proposito?
S signore, rispose Matteo, una volta, appunto subito dopo larrivo di V. S.; ma come Ella pu immaginare, non mi interrog gi esplicitamente: cominci per chiedermi se quella sera fatale in cui il marchese Leonzio era morto, io mi trovassi davvero in casa di lui e fossi di coloro che accorsero alla sua chiamata quando il marchese cadde in quella sincope fatale; egli, sconvolto cos profondamente in quel punto, non aveva pi esatta memoria di niente. Io maspettava qualche cosa di simile; ben supponevo che il conte-presidente, non trovando pi quella carta, qualche cosa avrebbe fatto per rintracciarla e facilmente si sarebbe rivolto a me, quindi mero preparato e contegno e risposte. Dissi di s, che anzi il conte medesimo maveva allora mandato a chiamare il medico e io mi ci era subito affrettato. Non avete osservato, mi domand allora il conte, che qualche carta fosse caduta per terra o si trovasse su qualche mobile abbandonata? Risposi francamente, semplicemente di non aver visto nulla. Il presidente non me ne parl pi; poco dopo, in grazia dellopera di Lei, il conte Sangr mi tolse in gran parte quella fiducia che aveva prima in me, cessai di servirlo e non ebbi pi che rare volte lonore di vederlo.
E come fu che non pensaste vendicarvi di me che avevo scoperto e rivelato al conte le vostre gesta facendo allora quello che venite a fare adesso?
Finch visse il conte-presidente non avrei fatto una cosa simile per tutto loro del mondo. Ci tenevo a conservarmi quel poco di stima che egli serbava ancora per me... Lui morto, non ci pensai pi... E ne avrei taciuto sempre, se non fosse nato ora un caso che mi spinse a servirmene.
Il marchese apr la bocca per parlare, ma poi tosto se ne astenne; torn a camminare un poco su e gi, e quindi and di nuovo a sedersi sul seggiolone.
Venite qui, Arpione, avvicinatevi e discorriamo un poco di quel documento.
Lusuraio si accost di mala voglia, sentendosi a crescere nellanimo quel disagio, quella paura che lo avvertivano aver egli posto il piede su terreno molto sdrucciolevole, e che bisognava camminare con molte cautele per non cadere.
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Capitolo 26.
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Quello scritto, cos cominci Ernesto Respetti, io lho qui tutto innanzi alla mente che non mi potrebbe essere di pi se lo avessi in effetto sotto gli occhi. Esso comincia cos: Ernesto, figliuol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre. Questa frase fa supporre che non cominciasse qui lo scritto, e siccome quello che avete voi non  che una met del foglio, c da credere come cosa sicura, che nellaltra met, in quella che manca, ci fosse pi diffusamente e con maggiori spiegazioni narrata la cosa. Voi stesso pocanzi vi siete lasciato sfuggire di aver letto in capo al foglio le parole:
A mio figlio Ernesto...
Matteo interruppe:
Scusi,  stato un modo di dire... la lingua che mi si  voltata. Ho voluto dire che le prime parole erano quelle che ha ripetuto Lei adesso: Ernesto, figliuol mio...
Il marchese non si diede per inteso di questa interruzione e continu col medesimo tono:
Or dunque codesta altra met del foglio dov andata? Dove lavete? Che cosa ne faceste?
Ma le assicuro, signor marchese, che non cera altro, che questo foglio era tal quale...
Respetti continuava sempre nello stesso modo:
Dietro la vostra medesima narrazione, niuno al mondo pu averlo preso fuori di voi; dacch ve ne impadroniste, questo documento non  mai pi uscito dalle vostre mani. Dunque?...
Che vuole chio le dica? Pi che assicurarla...
Una specie dispirazione balen alla mente del marchese. Il fatto delle cinquantamila lire mandate da Albina a Giulio, fatto che la comparsa della moglie era venuta a richiamargli, doveva fare supporre che la contessina conoscesse il segreto, e come lo avrebbe conosciuto se non per mezzo di Matteo? Il Respetti interruppe bruscamente le proteste dellusuraio e disse:
Dunque voi lavete sempre, e voi dellaltra met di questo foglio vi siete servito per minacciarne altri...
Matteo non fu tanto padrone di s che un leggero turbamento non comparisse sulla sua faccia; il marchese lo travide.
E questaltri  la stessa contessina Albina.
Il vecchio sera gi ricomposto.
Ella pu credere tutto quel che vuole, rispose freddamente, ma io le affermo e le posso giurare che questo segreto riguardante lillustrissimo fu signor marchese, suo signor padre, non  conosciuto che da me e ora da Lei.
E se io interrogassi mia cugina?
Un nuovo baleno di paura pass negli occhi dellusuraio; ma fu ratto, proprio come un lampo.
Faccia pure, rispose tranquillamente; ma non ne avr altro effetto che di far conoscere a persona che ignora ci che  meglio continui ad ignorare.
Il marchese fu sul punto di parlare del denaro inviato misteriosamente a Giulio; ma pens tosto essere miglior prudenza il tacerne. Era un bandolo per cui poteva riuscire a dipanar la matassa, e Matteo, se messo in sullavviso, poteva riuscire colle sue arti a farlo smarrire e a ingarbugliar peggio le fila. Appoggi di nuovo il gomito al bracciuolo del seggiolone; la fronte alla mano, e stette raccolto in s e pensieroso.
Matteo credette aver riguadagnato il terreno che aveva sentito perduto; gli disse sommesso, con voce lenta, quasi insinuante:
Creda a me, signor marchese,  proprio meglio che ce la intendiamo fra noi, cos alla buona. Lei che gode, e meritamente, di tanta autorit presso tutti i Sangr, pu senza molto contrasto ottenere quello che le domando... di cui la prego, la supplico. La contessina  gi dalla parte del conte di Camporolle; se ci si mette anche Vossignoria, la vittoria  certa, e il giorno in cui i due sposi partiranno pel viaggio di nozze io dar nelle stesse di lei mani questa carta, di cui nessuno fuori di noi due tra i vivi conoscer mai, n avr mai conosciuta lesistenza.
Respetti non si era mosso affatto mentre laltro parlava; quando il discorsetto fu finito, egli alz il capo e volse la faccia verso lusuraio, con unespressione, con uno sguardo di s beffardo disprezzo che il vecchio sent un freddo venirgli nelle ossa e si conobbe vinto. 
E cos, disse il marchese con accento eguale allespressione dello sguardo e del volto, voi per ammenda duno sventurato fallo di mio padre, venite a propormi di commettere io una vigliacca, colpevole, indegna azione: di tradire la fiducia de miei nobili parenti, di aiutare un miserabile ad ingannarli, di vendere la sorte, la felicit duna adorabile fanciulla! Ma che cosa vi credete? Ma per chi mi pigliate? Non sapete che motto della nostra famiglia e mio si : Fa quel che devi, avvenga che pu? Io soffrir, avr qualche onta nel confessare la debolezza di mio padre; ma avrei onta maggiore, ma soffrirei di pi nel macchiarmi dellignominia che mi proponete. Or dunque, fate pur voi tutto quel che vi pare di quella carta onde vi siete impadronito con una azione compagna delle tante vostre scellerate, io compir ad ogni modo il mio dovere.
Matteo fu invaso da un gran tremore interno; una vera disperazione gli occup lanimo; ma pure finse un contegno fermo e anzi fiero.
 questa lultima sua parola, signor marchese?
La .
Ci pensi bene... Deve sapere che io sono poi inesorabile.
Il marchese non rispose: Matteo cammin lentamente verso luscio.
Se mi lascia uscire da questa stanza, soggiunse, avr forse da pentirsene amaramente.
Metteva gi la mano, malvoglioso, sulla maniglia della serratura: il marchese sorse in piedi, scattando, superbo, imponente, minaccioso e con voce terribile gli disse:
Ebbene, no, non vi lascier uscire senza prima dirvi, che mentre voi credete poter dominare la mia volont perch possedete un mio segreto, sono io che ho in pugno voi conoscendo tal cosa che dareste le vostre ricchezze perch rimanesse celata, che pu perdere il conte di Camporolle.
Matteo impallid.
Come? balbett. Che vuol dire?
E il marchese sempre pi terribile:
Diceste di voler essere inesorabile?... Sar tale anchio: e pubblicher che Alfredo non  solamente usurpatore dun nome che non  il suo, non  solamente figliuolo di nessuno...  peggio:  figliuolo dun sordido usuraio, dun vile ricattatore, duna spia e dun falsario...  vostro figliuolo!
Il colpo fu s forte pel vecchio che, mandato un grido soffocato, egli barcoll e cadde mezzo svenuto sopra la sedia pi vicina.
Non  vero! Non  vero! balbett poi Matteo, facendosi forza per riaversi: sono menzogne, sono invenzioni, sono calunnie... Ci sono carte in regola... ci sono documenti...
Il marchese lo interruppe a ripetergli quanto aveva udito dal Pancrazi.
Arpione si copr colle mani la faccia. Luomo insensibile, apatico, inaccessibile ad ogni commozione, era questa volta colpito nella sua parte pi viva. Lopera della sua vita intiera, quella a cui aveva consacrato ogni sua forza, ogni sua intelligenza, ogni sacrifizio di s, a un tratto era minacciata di distruzione; quando egli aveva creduto di giungere al pi eccelso trionfo, a tale che non aveva neppure osato sognare, era appunto allora che ogni cosa stava per rovinare, senza possibile rimedio. Ogni sua audacia in quel momento fu persa; si sent impotente a lottare, un inesprimibile accasciamento lo prese; oh come avrebbe voluto potere colla sua morte distrurre quelle prove inesorabili che gli si drizzavan contro! Si umili fino alla vigliaccheria, preg, supplic in ginocchio; giur che Alfredo, lui, non sapeva nulla, era innocente di tutto era unanima nobile lui, era degno di ogni stima, dogni rispetto, dogni distinzione lui; perch punirlo cos crudelmente? Egli avrebbe trovato modo di farlo partire, di allontanarlo anche per sempre; ma per carit ignorasse il giovane, ignorasse sempre!... Il giovane, che pur era innocente, avrebbe sofferto troppo, si sarebbe ucciso... A lui, vecchio, tristo, reo, imponesse qualunque espiazione, qualunque maggior pena, ma salvasse il giovane... Confess quel che aveva fatto per imporre la sua volont ad Albina; diede al marchese la met del foglio che ancora riteneva, sottoscritta dal padre di lui; part avendone promessa che per fatto del Respetti nulla avrebbe trapelato di quanto egli aveva tanto desiderio e bisogno di tener nascosto.
Quando fu solo, il marchese Ernesto Respetti-Landeri si lasci andare abbandonatamente sul seggiolone, vinto da un grandissimo dolore. Fino allora, in presenza dellavversario, nella lotta, egli non aveva avuto neppur tempo a misurare, per cos dire, la propria ferita: ma ora, da solo, in faccia alla brutta realt che aveva appresa, fissando quella carta che teneva spiegata innanzi agli occhi con mano tremante, sentiva tutta la gravit e la profondit del colpo ricevuto. Suo padre aveva potuto commettere tal colpa! Non bastava adunque la nobilt dellambiente in cui si  nati, si  stati educati, si  vissuti, per salvare da simili cadute? Suo padre, chegli aveva creduto leggero, imprevidente, di poco senno, ma aveva stimato generoso, leale, di rettitudine inappuntabile, di delicatezza veramente aristocratica, suo padre aveva potuto scendere a tale bassezza! Sentiva un amaro sconforto, una specie di esautorazione di tutto quello che aveva pi rispettato fino allora, un doloroso scetticismo venirlo a far dubitare delle cose pi sante e perfino di s stesso. Unira intensa lo assalse; dubit della giustizia e della provvidenza; pens le pi sacrileghe imprecazioni e bestemmie; poi a un tratto una nobile figura gli sorse dinanzi, e il severo e sereno di lei sorriso lo tranquill, lo assenn, lo intener. Era la figura del conte-presidente, quale egli laveva vista in tutti gli avvenimenti pi gravi della vita, quale eragli stata impressa in quellultimo colloquio avuto con lui, quale aveva baciato religiosamente in fronte, pacata e sorridente sul letto di morte.
Questa figura pareva essergli stata evocata dalla scrittura franca, un po grossa, chiara, a lettere staccate, che aveva dinanzi in quella carta fatale; e gli sembrava udire amorevoli parole venirgli da quelle labbra sempre atteggiate a seriet, eppure con espressione benigna.
No, la nobilt del sangue non basta a difenderci dal male, a vincere le tentazioni; non dobbiamo mettere lorgoglio a ritenerci superiori alle fragilit dellumana natura, sibbene a conservarci, colla forza del volere, colla onest della coscienza, sempre al di sopra delle cedevolezze, che cominciano dallerrore e menano alla colpa. Leducazione deve afforzare la tradizione per uniformare la nostra vita alla vera nobilt dellanima, dei costumi e dellintelletto. Siamo orgogliosi del bene, superbi di rettitudine, rispettiamo in tutti il valore dellanimo e dellingegno, riconosciamo in tutti quella che  la vera nobilt del merito, e perdoniamo a chi cade.
Perdoniamo! Questa santa, mite parola del perdono suon proprio al suo orecchio, come pronunziata al di fuori di lui, da una voce che gli penetrava nel cuore, quella di suo padre che implorava, quella del conte-presidente che consigliava.
Ah prima di cedere alla tentazione, suo padre aveva pur sofferto molto di certo! E quanto non doveva avere sofferto di poi, malato, vedendo avvicinarglisi la morte, il pensiero del suo fallo davanti a s incessantemente e nellimpossibilit di ripararlo! Qual doveva essere stato il suo spasimo quella sera in cui aveva fatto la terribile confessione allonest e rettitudine incarnata del severo magistrato e aveva voluto che questi scrivesse la dichiarazione che trasmetteva al figliuolo il sacro legato di riparare al fallo paterno! Spasimo tale che sotto la stretta di esso linfelice era morto! Le lagrime vennero alle ciglia sino allora asciutte, anzi riarse del marchese, si serr con ambe le mani la testa, ed esclam fra s con accento pieno di pianto:
Povero padre mio!
Sent in quel punto due mani soavemente calde posarsi sulle sue, cingergli con amorosa pressione il capo, due labbra posarglisi sulla fronte, e una voce pi soave, pi amorevole di quellideale che aveva sognato di udire, susurrargli dolcemente:
Ernesto, tu hai un dispiacere: ti  piombato addosso un dolore? Oh dammene la mia parte.
Il marchese sollev il capo: gli stava dinnanzi la sua degna compagna, la marchesa Sofia.
A tutta prima, Ernesto Respetti pens dissimulare ogni suo turbamento, nascondere tutto alla moglie; ma ella gli vedeva pure ancora le lagrime negli occhi, aveva pure udito lesclamazione sfuggitagli dalle labbra; impossibile persistere nel semplice diniego. Dire a quellamorevole creatura, che fino allora aveva partecipato ogni cosa di lui, e avvenimenti e disegni e pensieri, a cui aveva sempre lasciato leggere nel cuore, nella mente e nelle vicende della sua esistenza; dirle:  un segreto che non ti voglio, che non ti posso comunicare, pareva anche a lui poco meno di una colpa. Ma suo padre che avrebbe detto se avesse saputo che il segreto confidato a suo figlio, questi avesse rivelato ad altri? Altri! Ma no che non era altri costei sempre al fianco di lui, vivente della medesima vita. Se il padre lavesse conosciuta, buona, savio, amorosa comera, se avesse saputo quanta virt, quanto affetto, quanta delicatezza era in lei, lavrebbe amata e ritenuta come una figlia anchessa; a lei pure, e forse ancora pi volonteroso, avrebbe aperto il suo animo.
Il marchese non esit pi, trasse a s la moglie, se la fece sedere presso presso, e poi tenendola abbracciata, la guancia appoggiata alla spalla di lei, le labbra che quasi ne toccavano lorecchio, le susurr tutta la storia dolorosa che aveva appreso pocanzi.
La marchesa Sofia lo ascolt attentamente, senza dir nulla, senza interrompere mai, neppure con un gesto; quando egli ebbe finito, essa lo abbracci stretto stretto e lo baci teneramente su quegli occhi, che da tanti anni certo non avevano pianto e ora avevano versata una lagrima sul fallo paterno.
Hai ragione, dissella; povero padre!... Povero nostro padre! Egli ha espiato col dolore... a noi ladempiere il suo mandato e restituire...
Decisero di comune accordo che si confiderebbe tutto ai Sangr, anche per levare dogni pena la povera Albina, e che insieme coi cugini si sarebbe provveduto ad aggiustare nel miglior modo le faccende.
Respetti voleva recarsi subito quella stessa sera nel palazzo dei Valneve, ad averci quella difficile e dolorosa spiegazione; ma la marchesa, che lo vedeva gi cos abbattuto, cos affranto per le troppo forti emozioni sostenute, ne lo dissuase amorevolmente, lo preg a differire fino al domani, quandegli avrebbe riavute le sue forze e avrebbe potuto affrontare la pena dun simile colloquio senza troppo soffrirne. E nel difendere tal partito, lamorosa donna seppe trovare un argomento che pi dogni altro valse a persuadere il marito. Per fatti cos importanti come quelli che stavano avvenendo, per una spiegazione cos grave qualera quella che doveva aver luogo, poteva dirsi una necessit che fosse presente il primogenito dei Sangr, il vero capo attuale della famiglia. La presenza di lui veniva richiesta eziandio dal minacciato duello fra Enrico e il Camporolle ed egli, Ernesto di Valneve, avrebbe avuto ogni ragione di dolersi che a lui non si fossero tosto annunziate cose s gravi e s urgenti. Il Respetti telegraf al Maggiore delle Guardie a Genova, e il conte Ernesto col primo treno del mattino successivo, inquieto e sollecito, vol a Torino, arrivando a quellora in cui quindici giorni prima era giunto per lanniversario della morte del padre.
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Capitolo 27.
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Per prima cosa Ernesto di Valneve apprese dal vecchio Tommaso la sfida corsa fra il conte Alfredo e il cavaliere Enrico; interrogato subito costui, nebbe tosto dalle risposte informazione compiuta del come era avvenuta la contesa fra di loro e di tutto quanto riguardava quel giovane, compresovi linflusso esercitato da Matteo Arpione in modo cos misterioso sullanimo dAlbina, da indurla a consentire a quel matrimonio ad ogni patto. Subito il Maggiore delle Guardie si occup del duello di Enrico: fu da coloro che avevano accettato di essergli padrini, e seppe che di comune accordo fra loro e i rappresentanti dellavversario sera stabilito che lo scontro non dovesse aver luogo prima che si fosse appurata nettamente la condizione del sedicente Camporolle perch era opinione di tutti e quattro quei gentiluomini, che se vere fossero le accuse lanciate a quel giovane dal cavaliere Enrico Sangr di Valneve, questi non doveva, non poteva accettare come suo avversario in quella che si dice quistione donore un uomo simile; che se invece le si scoprissero false, allora il cavaliere, mostrando la buona fede in cui era ammettendole per fondate, ne esprimesse alloltraggiato il suo rincrescimento e poi glie ne desse riparazione e soddisfazione col duello. Allora Ernesto, rassicurato a questo riguardo e promettendosi di entrarci anche lui nello svolgimento di tale quistione e nel determinarne le conseguenze, cerc di venire in chiaro del mistero che appariva aver legato la volont della sorella Albina a quelle del Camporolle e dellArpione. And dalla giovane e con ogni arte, con ogni amorevolezza, con ogni lusinghevole supplicazione la interrog; resistendo ella sempre, minacci di andar egli stesso dallArpione e colla violenza, se occorreva, strappargli quel segreto che la sorella non aveva tanta fiducia in lui da confidargli, come era pure di lei dovere.
Albina si spavent.
No, no, per carit, disse, non tentarlo... Quelluomo  tristissimo,  inesorabile; pu farci del male... ce lo far certo... Oh te ne prego in nome di nostra madre, a cui si darebbe un gran dolore!
Un male da quelluomo a noi! esclam Ernesto. Un gran dolore a nostra madre!... Ma come? Ma quale?... Non capisci, Albina, chio ho appunto il diritto di saper tutto per combattere... per impedire?... Tho pregata finora; ma adesso, collautorit del capo di famiglia, ti ordino di parlare, te lordino in nome di nostro padre, e devi far conto che sia egli stesso qui, ora, a comandartelo.
La povera fanciulla, agitatissima, turbata, smarrita, si copr colle mani la faccia.
Nostro padre! ripet con accento di angoscia infinita: ma  appunto per di lui...
Sinterruppe sgomenta e pentita di aver detto troppo.
Ernesto insist con ardore.
Si tratta di nostro padre?...
No, no: grid essa vieppi conturbata..
S, t sfuggita...  cosa che riguarda quella santa memoria: e tu taci?... Taci con me!...
Ma se non posso parlare!... Se ho giurato!
E io ti sciolgo da ogni giuramento, ne ho il diritto... Un giuramento a quello scellerato dArpione, non pu aver forza contro un sacro dovere che tincombe, contro una reale autorit che ti comanda.
O mio Dio! O mio Dio! gemette la fanciulla disperata.
Ma era al termine delle sue forze di resistenza: tanti giorni di segreto affanno, di lotta con s stessa, di violenza fatta ai suoi sentimenti, lavevano ornai sfinita; Ernesto insistendo sempre pi caldamente, ebbe alla fine ragione di quellultima resistenza e le strapp il segreto.
Fu dapprima in lui un violento scoppio di sdegno non contro la sorella debole per ingenua e inesperta giovinezza, ma contro Arpione e anche contro Alfredo che in quel subito impeto sospett complice della scellerata trama; poi, sedato un poco il primo ribollire del sangue, esaminate pi freddamente le cose, riconosciuta incontestabile in quella carta la mano di scritto del padre, Ernesto non dubit gi, neppure un momento, dellinnocenza paterna, ma si disse che il mistero cui proseguiva non era ancora penetrato e che conveniva assolutamente chiarirlo.
Nostro padre, Albina, mai non fu colpevole di simil cosa, disse, non pot esserlo; non lo crederei nemmanco segli stesso mi comparisse innanzi ad affermarmelo. Qui c qualche inganno, c qualche artifiziata combinazione... e bisogna sventarla. Per ci occorre mettere insieme gli ingegni e lazione di tutta la famiglia, e nostra madre e nostro fratello devono esserne informati anche loro...
Nostra madre! proruppe Albina, con un grido: pensa il colpo crudele che sar per essa...
Nostra madre, rispose Ernesto con un superbamente fiducioso sorriso, non creder, come non credo io...
Oh nemmeno io non ho creduto: aggiunse vivamente la fanciulla; ma la minaccia della pubblicit...
Bisogna bene armarsi contro questa minaccia, e potere opporre alle accusatrici apparenze il vero che assolve.
Tutta la famiglia, dietro preghiera del conte Ernesto, venne raccolta nel salone, innanzi al gran ritratto del padre defunto.
Ernesto brevemente, sobriamente, con voce ferma, espose la cosa. Quella del padre pareva davvero una lettera diretta a lui; in essa egli saccusava esplicitamente e recava particolari precisi del fatto; ma pure egli, il figliuolo primogenito, affermava ancora che non credeva a tal colpa, che era certo si sarebbe scoperto in qualche modo essere quella non altro che una brutta illusione. Non credettero neppure n la contessa Adelaide n il cavaliere Enrico, dalle cui labbra scoppiarono indignate proteste. La contessa rinforz le sue negazioni con parecchie affermazioni di fatti; prima di tutto, ella era sempre stata nella piena confidenza dogni cosa famigliare, e sapeva che mai non era avvenuto il caso di cui parlava quello scritto. Il conte-presidente aveva sempre amministrato il suo patrimonio con prudenza, parsimonia e previdenza, tanto che, pur non mancando mai a nulla che fosse voluto dal decoro, aveva trovato maniera di accrescere le sostanze famigliari, per lasciare ai suoi figli maggiore agiatezza. Era poco probabile che il padre di Giulio, partendo per lAmerica, avesse lasciato al conte quella somma, perch fra i due fratelli, pur troppo, da un po di tempo esisteva tale screzio che non si vedevano pi, appunto per la condotta che teneva e pel modo pazzo con cui dilapidava le sue sostanze il cavaliere Armando, al quale il primogenito aveva fatto inutili, severe rampogne. Anzi la contessa si ricordava che il fratello pi giovane era partito, non solamente senza consultare, ma senza neppur vedere il primogenito, la qual cosa, a costui, era riuscita di grave dolore.
Glimbarazzi finanziarii non avevano dunque mai potuto conturbare il conte-presidente, sibbene il fratello Armando, ed anche il cugino e amicissimo marchese Leonzio Respetti-Landeri, intorno al quale la contessa aveva udito pi volte il marito esprimere a questo riguardo rimpianti e paure.
Leonzio Respetti! Appena questo nome fu pronunziato trasalirono tutti e si guardarono in volto un po commossi. Nessuno os esprimere chiaro a parole quello che divenne pure di subito il pensiero di tutti, lopinione comune. Quel nome era stata la luce che aveva illuminato quel buio. Ricordarono ci che la contessa aveva visto coi propri occhi, che gli altri avevano udito le mille volte: il dissesto in cui aveva lasciato i suoi affari, la grande intimit che cera fra lui ed Armando, la malattia che negli ultimi tempi lo aveva reso inabile anche a scrivere, e per cui tante volte gli era stato necessario servirsi della mano del presidente. Ricordarono che il figliuolo del marchese, tenuto a battesimo dal Sangr, portava il medesimo nome dErnesto. Sentivano che erano presso alla verit, che la toccavano; il marito e padre loro pareva raggiare su di essi dalla gran tela dipinta il suo sorriso mesto e severo, lo sguardo serio eppur benigno; ma nessuno osava parlare... Quando luscio si apr e comparve sulla soglia Ernesto Respetti-Landeri medesimo.
Pallido, gli occhi affondati, quella notte trascorsa pareva averlo invecchiato e smagrito. Non salut, non fu salutato; si avanz lentamente, guardando in volto i congiunti, che chinarono gli sguardi con un imbarazzo cagionato da generosit danimo. Egli comprese tutto.
Cari miei, disse con voce affiochita ma tranquilla, voi possedete un grave documento che non  completo; vengo io a recarvi laltra met del foglio, in fondo al quale c la firma.
Le spiegazioni furono brevi. Cinque minuti dopo, il marchese baciava la mano della contessa e diceva con profonda commozione:
Le sue parole sono per me come unassoluzione di mio padre, ricevuta, per le sue labbra, dal padre di Giulio medesimo e da quella rettitudine incarnata che fu il conte-presidente. La ringrazio, la benedico...
Ed ora, interrompeva il primogenito dei Sangr, tornando alla sua allegra vivacit di maniere e di parola: ora, a terminare ogni vertenza a questo riguardo, andr io da quel signor Alfredo, conte o non conte, Camporolle o no.
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Capitolo 28.
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Secondo lintesa avuta co suoi padrini, Alfredo sera ritirato a casa e di l non uscito pi, per aspettare che venissero a comunicargli il risultato delle trattative coi rappresentanti dellavversario. Fossero anche stati solleciti a venire da lui colla risposta, il giovane avrebbe pur trovato lungo il tempo dellattesa: figuratevi ora che cosa dovesse provare, quando vide passare il pomeriggio, sopraggiungere la sera, inoltrarsi la notte e non comparire nessuno. La sua divenne impazienza dolorosa, irritazione nervosa, un malessere, una rabbia, unangoscia. Finalmente, verso mezzanotte i padrini da lui scelti si presentarono freddi, rigidi, rinchiusi nei pi stretti limiti della cortesia.
Dissero essere stati fino allora al club a discutere sul caso coi mandatarii del cavaliere Sangr e con parecchi gentiluomini de pi esperti e autorevoli in fatto di quistioni donore, de quali essi avevano per favore domandato lintervento e il consiglio, perch davvero il quesito che loro veniva a proporsi aveva assunto carattere di tal gravit, che si erano peritati a scioglierlo da soli.
La freddezza delle parole e del contegno, la seriet formalistica con cui ora gli parlavano que due, i quali prima erano usi a trattarlo con amichevole domestichezza, fecero penosa impressione in Alfredo; gli parve di vedere in coloro non pi due sostenitori, ma quasi nemici, o almeno giudici severi, mal disposti verso di lui. Si sent agghiacciare; guard come trasognato luno e laltro e balbett:
Dunque?... Che decisione?... Lo scontro?...
Per ora lo scontro non pu aver luogo, rispose il pi vecchio dei due padrini. cos fu deciso, dopo lunga discussione, allunanimit.
Come!... Perch?... susurr Alfredo impallidendo vieppi e guardando sempre pi smarrito.
E laltro con fredda e crudele franchezza:
La ragione  facile a capirsi. O le accuse fatte dal cavaliere Sangr sono vere; e allora ogni gentiluomo non pu a meno di riconoscere chegli non deve battersi con tale che le ha meritate...
Alfredo ebbe una scossa come preso da un subitaneo brivido, ma non apr bocca; il padrino continuava:
O sono false; e allora prima di acconsentire a battersi con lui, hai il diritto di esigere chegli esprima il suo rincrescimento per averle accolte.
Camporolle fece uno sforzo per superare uno scoramento, unamarezza, una disperazione di cui sentiva invadersi tutto.
Questo  un andar troppo per le lunghe disse, e io ho premura di vendicare il mio onore, di avere riparazione alloltraggio.
Qui ora non si tratta di far le cose presto, ma di farle bene, che se nesca dalle due parti senza equivoci, colle cose nette e chiare come la luce del sole. La riparazione che ne otterrai sar tanto pi bella e solenne. Appuriamo dunque ben bene ogni vicenda, e noi che abbiamo accettato di assisterti, siamo disposti a metterci tutta la nostra buona volont e saremo lietissimi di giungere a quella conclusione che tu pi desideri. Ma per questo bisogna che tu ci aiuti e ci dia tutti quegli schiarimenti e informazioni che ci possono occorrere.
La confusione, lo smarrimento e la scoraggiata amarezza crescevano nellanima dAlfredo; quel vedere posto in discussione e circondato di dubbi il suo essere medesimo, il suo nome, il suo onore, lui che nella vita breve, ma avvicendata fino allora trascorsa, credeva pure aver dato prove innegabili di valore, di generosit, di nobilt danimo, lo affliggeva e umiliava; si sentiva come preso da una rete sottile che lo venisse via via avvolgendo, e le assaliva la voglia di dare un grande strappo, rompere quelle maglie che si affittivano sempre pi di convenienze, di formalit, di quistioni quasi leguleie, e vendicarsi e farsi ragione da s colla violenza.
Che schiarimenti? Che informazioni? dissegli, quasi non sapendo che cosa veramente si dicesse.
Ecco, risposero gli altri: scorriamo una ad una tutte le accuse lanciate da Sangr e che i padrini di lui posatamente confermarono. Noi tinterrogheremo, e tu farai a distruggerle colle tue risposte, cui certo sosterrai con valide prove.
Sedettero, assunsero laria di inquisitori e cominciarono senzaltro. Alfredo credeva di stupidire.
Per prima cosa ci si presentava il fatto della falsificazione che ci sarebbe nel tuo atto di battesimo. La donna che in esso  scritta come tua madre, sarebbe morta fin da un anno prima. Sai tu dirci qualche cosa in proposito?
Io non so nulla... e credo quella una delle pi sciocche e pi inique menzogne del mondo.
Speriamo che sia; ma siccome questa allegazione  appoggiata dallaffermazione di un fatto positivo, cio dallesistenza dellatto mortuario di quella donna in Macerata, cos scriveremo col per averne esatte notizie.
Alfredo curv il capo e non parl.
Poi viene lorigine della tua fortuna...
Il giovane ebbe un fiero lampo di sdegno nello sguardo.
Perdonaci, saffrett ad aggiungere quellaltro.  nostro dovere, ed  anche tuo massimo interesse, dal momento che sono venuti a galla simili sospetti, il farli dileguare completamente. Senza questa condizione noi non potremmo continuare a rappresentare le tue parti. Si afferma adunque che i signori Corina di Lugo, tuo nonno e tuo padre, non avrebbero lasciate ricchezze di sorta, ma invece dei debiti. Col tuo nome furono ricomprati tutti gli antichi possessi della famiglia e ancora aumentato di molto il patrimonio. Come avvenne ci? Donde ti giunsero quei capitali?
Che so io? rispose Alfredo quasi sbalordito e potendo oramai frenare a stento limpazienza. Codeste sono domande da farsi, al mio intendente...
Che sarebbe?...
Chi ha sempre amministrate le mie sostanze, mentrio ero bambino e in et minore, fu Matteo Arpione.
I due gentiluomini si guardarono.
Ah! fece quel primo,  strano che di queste tue attinenze piuttosto intime con colui non se ne sia mai saputo nulla.
Alfredo arross.
O che lavevo da pubblicare su per i muricciuoli? proruppe con vivacit irritata.
Tu conoscevi qual uomo si fosse colui?
Fu servo e obbligato di mio padre; quando questi mor, lasci a lui lincarico di vegliare su me e sui miei interessi. Che cosa avevo da sapere io? Quando conobbi chi egli si fosse lo allontanai da me e cessai affatto di valermi de suoi servigi.
Linterrogatore tacque un momento: il suo volto prese una ancor maggiore seriet; si vedeva che stava per toccare di cose che gli parevano anche pi gravi.
Per, riprese poi, quando tu fosti a Parma nel 1854, tu non ti eri tuttavia liberato di lui...
A queste parole che gli destavano il ricordo ingratissimo delle vicende avvenutegli in quella citt e a quel tempo, Alfredo si turb.
No... cio s: rispose. Fu appunto allora che avendo appreso da Ernesto Sangr chi egli si fosse, lo scacciai.
Vi fu unaltra breve pausa.
A Parma, ricominci quellaltro, il quale, a seconda che progrediva nel suo interrogatorio, diventava sempre pi freddo e severo, tu diventasti uno degli intimi del duchino.
Il turbamento dAlfredo cresceva.
Intimo no, disse con evidente confusione, andavo a Corte qualche volta, di rado...
E una sera il duca sdegnatosi teco, non so perch, timpose di chiedergli perdono in ginocchio, e tu obbedisti.
Alfredo arross sino alla radice dei capelli poi subito divenne bianco pi dun cencio.
Ero giovanetto... ventanni appena, balbett, s, fu un momento di debolezza; ma chi non lavrebbe avuto? Lautorit del grado, la presenza di tutti i cortigiani... unemozione inevitabile... Una mano villana mi spinse... Cercai dopo in ogni modo di vendicarmene, di averne soddisfazione... Chiedetene a Ernesto Sangr, mi sono consigliato con lui, egli pu dirvi...
Per vendicarti tu sei entrato in una congiura contro la vita del duca?
Alfredo abbass il capo e rispose con un soffio di voce:
S.
E quando questa congiura doveva avere il suo effetto fu rivelata alla polizia... da Matteo Arpione.
Camporolle diede addietro dun passo.
Possibile! esclam. Chi lo disse?
Lo raccont, in presenza del marchese Respetti, quel poliziotto medesimo che ne aveva ricevuta la denuncia, la quale era stata fatta ad una condizione: quella di salvare uno fra i congiurati... te!...
Alfredo mand unesclamazione soffocata e si copr colle mani la faccia.
Per un momento si tacquero tutti: fu un silenzio grave, impacciato, pieno di malessere.
Ah, quellArpione! gemette poi Alfredo, col suo malaugurato interessamento per me, egli mi ha fatto pi male che non avrebbe saputo e potuto il pi accanito e il pi perfido dei nemici.
I due gentiluomini salzarono in piedi, freddi, severi, con una dignit quasi ostile.
LArpione disse lentamente, spiccatamente il principale de due non pare possa essere altro che uno stromento.
Alfredo sent insieme una fiamma e un brivido corrergli per tutta la persona; cap a un tratto, ma non volle capire, ma si rifiut ad ammetter possibile liniquo, incomportabile, scellerato oltraggio che si conteneva in quelle parole.
Come! esclam. Stromento!... Di chi?
E laltro sempre colla medesima voluta e misurata gravit:
Quelluomo, straniero al paese, non facendo parte egli stesso della congiura la quale naturalmente tutti coloro che ne facevan parte si erano impegnati con sacra promessa a tener segreta; quelluomo, dico, non poteva altrimenti sapere lesistenza, e glintendimenti e i modi della congiura medesima, e il nome dei cospiratori, se non apprendendo tutto ci da uno di essi; e consta che fra questi egli non conosceva altri che voi.
Rifiutarsi a capire ora era impossibile. Quel voi finale nella parlata del gentiluomo, quel voi, in cui aveva cambiato a un tratto il tu di prima, era suonato ad Alfredo come il fischio duno staffile che lo colpisse sul viso. Egli sent di nuovo, come aveva gi sentito altra volta, qualche cosa di violento, di rozzo, di terribile agitarsi nel fondo della sua natura e slanciarsi a galla. Lirritazione venuta crescendo e pur sempre frenata per tante ore, il rodimento fin allora provato e represso, proruppero in uno scoppio di furore.
Io! Io! grid egli colla voce, collo Sguardo, colla mossa dun pazzo. E voi osate venire a dirmi simili infamie!... Ve le ricaccier in gola, sciagurati!... Vi schiaccier, giuro al cielo, come si schiaccia col tallone una biscia.
E fuor di s afferr una seggiola e la sollev come una clava.
I due padrini si misero in difesa.
Signore: disse quegli che aveva sempre parlato,  altra azione indegna dun gentiluomo quella che voi state per fare. Laver accettato lincarico che voi ci deste ne impose lo spiacevole obbligo di venirvi a dire tutta la verit. Con questo il nostro mandato resta esaurito, e noi, a vostro riguardo, rientriamo nella condizione comune in cui si trova qualunque cittadino. Provate la falsit delle accuse che abbiamo dovuto specificarvi; e allora anche noi, se vi parr che abbiamo mancato verso di voi, saremo pronti a darvene soddisfazione, per ora, pronti a respingere colla violenza la violenza da qualunque parte ci venga, noi non vediamo pi in voi che un uomo, il quale non appartiene alla nostra societ.
Alfredo gi era riuscito a frenare quellimpeto; lasci andare a terra la seggiola che brandiva, chin il capo e il petto, abbandon lungo la persona le braccia, stette accasciato; come schiacciato, lui, sotto le fredde, crudeli parole del gentiluomo.
Quando questi ebbe finito, i due rimasero ancora l mezzo minuto, come ad aspettare risposta; poi vedendolo immobile, muto, non avendo pi nulla ad aggiungere, se ne partirono senza un saluto, senza pi una parola senza un cenno.
Il giovane si riscosse, si guard intorno, si vide solo ed ebbe quasi paura; volle correre presso que due, volle chiamarli; aveva da difendersi, gli pareva daver mille cose da dir loro, mille argomenti lampanti da dimostrar loro la sua innocenza. Difendersi da simile accusa, lui! Non era una bassezza, una vilt questa stessa? Ma pure... S, s; non poteva lasciarli partire cos quei due: rappresentavano tutta laristocrazia torinese che lo aveva accolto come uno de suoi, e che ora lavrebbe respinto con disprezzo; aveva fatto male a lasciarsi vincere dallira; doveva rispondere con calma; doveva persuaderli; oh li avrebbe persuasi... Corse alluscio; lapr e si slanci verso lanticamera; ud in quella il rumore della porta dellalloggio che si chiudeva alle spalle dei due partiti e vide il domestico che li aveva accompagnati tornare indietro col lume in mano.
Gi partiti? domand egli, quasi smarrito.
S, signor conte: rispose il domestico; e poi vedendolo cos turbato soggiunse: Vuole che li richiami?
No, no... Lasciate stare.
E si volse indietro per andare nella sua camera.
Non comanda pi nulla, signor conte?
No.
Riposi bene.
Grazie!
Alfredo si slanci nella sua camera e vi si chiuse dentro.
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Capitolo 29.
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Riposi bene, aveva detto il domestico ad Alfredo: e come riposare colla febbre nel sangue, colla pazzia nel cervello, collinferno nellanima? Fu una notte orribile, tremenda, uno spasimo senza tregua. Era dunque vero? Egli sentiva come una voce crudele nel cuore a dirgli di s. Egli era nessuno, non aveva nome, non aveva famiglia; quello era falso, questa glie lavevano supposta. E le sue ricchezze donde venivano? Da quale impura sorgente? Lui un trovatello, certo! Un bastardo!... E sera imbrancato coi nobili e aveva guardato dallalto al basso gli umili e i poveri! Ora capiva quei moti istintivi del suo animo, violenti, grossolani; se li esagerava; diceva che erano effetto del sangue ereditato... chi sa da chi! Era un turbino, un tumulto, una lotta confusa didee, dimmagini, di ipotesi, di risoluzioni nel suo cervello concitato, in cui batteva la febbre. Le memorie del suo passato, in una specie di rincorsa, si affollavano, si perseguivano, si accavallavano, si confondevano, quelle dellinfanzia con quelli dei giorni addietro, la figura voluttuosa e scellerata della cortigiana Zoe con quella purissima e nobile della vergine Albina.
A un punto, nel caos che gli mulinava in capo, vide delinearsi, venir fuori, occupare tutto il campo una scena. Si era in un palchetto di teatro: dallapertura scorgevasi lambiente infocato della sala piena di fiammelle, piena di sguardi, di susurri, di moto; nella penombra della loggia parecchi uomini in montura militare e in abiti cittadineschi, tutti dal sembiante orgoglioso, beffardo, insolente; al parapetto, disegnandosi nettamente sul chiaro dello sfondo, la figura esile, lunga, antipatica del fu duca di Parma, Carlo III Borbone. Vide s stesso l in mezzo, umile, fremente in segreto, avvilito, tener basso il capo sotto glinsulti ducali, barcollare, piegarsi, toccare col ginocchio la terra sotto la pressione duna mano, fra un grugnito di scherno dei testimoni insolentemente superbi. Cacci un grido, si strapp con una convulsione di furore i capelli, Era stato vile! Un vero nobile non avrebbe tollerato tanta ignominia: farsi ammazzare piuttosto. Era unonta cui nulla aveva potuto cancellare, cui nulla cancellerebbe pi: era quella che rendeva possibile, che rendeva credibile laltra pi scellerata accusa di aver rivelata la congiura!...
E questaccusa correva per Torino, si susurrava negli eleganti salotti della societ pi elevata, era giunta certamente anche agli orecchi di lei, di Albina!...
Gli altri lavevano creduta: e lei? Perch non crederebbe? Le avevan detto di certo che in lui tutto era finto, chegli era un avventuriero temerario e spregevole... Oh s, prima avrebbe voluto esser morto. E che tremendo mistero era per lui la vita! Che significato aveva? Quali ragioni, quale scopo? Perch a lui una sorte cos strana e crudele? Egli non aveva colpa nessuna da espiare, e si riversavano sul suo capo tutti i pi fieri dolori. Era il fallo di altri chegli doveva scontare? Di chi? E perch? Dovera la giustizia? Come veder chiaro nel suo destino? Come provare almanco al mondo che in lui non cera linfamia dun delatore?
Ah Matteo Arpione! Lui solo poteva qualche cosa: a lui non doveva egli domandar ragione dellesser suo, delle sue ricchezze, del suo nome, di tutto?
Unalba grigia di giornata piovosa del mese di marzo cominciava a rendere pi gialla la luce della lampada; alcuni rumori che salivano di strada annunziavano che la citt cominciava a destarsi. Alfredo, colle guancie pallide e scarne, gli occhi infossati, un solco nella fronte incavato dalla dolorosissima insonnia, suon pel suo cameriere, e appena questi si affacci, gli disse:
Correte a cercare di Matteo Arpione, e a qualunque costo conducetemelo qui subito.
Matteo aveva passata una notte uguale a quella dAlfredo. Sera affaticato a cercar modo di riparare alla rovina di tutta lopera sua; ma invano; in tutto larsenale delle sue arti, delle sue malizie, delle sue perfidie, non aveva trovato nulla che potesse giovare. Era disperato. Lunico scopo che gli pareva dover proseguire oramai e che forse non era ancora impossibile dottenersi, era quello di allontanare Alfredo, di farlo partire prima che a lui pure si rivelasse tutta la verit. Ma come? Con quale autorit o quale lusinga? E il duello che doveva aver luogo?
Il marchese Respetti gli aveva pur detto che un Sangr non si sarebbe battuto con tale su cui pesavano tali accuse. Potevasi approfittare di questa dilazione e spingerlo a recarsi, per esempio, a Genova dal nobile e generoso suo amico il conte Ernesto a domandargli patrocinio e difesa; egli frattanto sarebbe corso eziandio col di nascosto da Alfredo, avrebbe visto segretamente il maggiore, lo avrebbe pregato e supplicato, e ne conosceva abbastanza la generosa bont da poter sperare che lavrebbe aiutato nellopera pietosa di nascondere ad Alfredo una verit chegli troppo temeva lavrebbe ucciso. Luomo che sannega, dice il proverbio, safferra ai rasoi; e questo, che era pure un mezzo di poco probabile riuscita, parve al misero vecchio una trovata felice e aveva unansiosa impazienza di metterla in atto e il tempo gli pareva troppo lungo a passare, e appena venuto il giorno, spinto eziandio dal vivo, pungente desiderio di aver notizie dello stato in cui trovavasi quel giovane, che era lunico, potentissimo amor suo, mosse sollecito verso labitazione dAlfredo.
Ma vieppi si accostava a quella meta e pi sentiva sminuirsi il coraggio, la speranza, la confidenza. A un punto ebbe una vera paura a comparire innanzi al giovane. Limpudente audacia armata di menzogna e rincalzata di mala fede senza scrupoli, che aveva sempre pronta per qualunque pi rischiosa attinenza con ogni altro, ora lo aveva abbandonato del tutto e lo lasciava debole, incapace e tremante, mezzo stupidito. Aveva rallentato man mano il passo: ora si ferm; i piedi gli parevano essersi piantati in terra; lottava fiacco contro lo sgomento e la vergogna; sarebbe fuggito, se in quella il domestico, mandato da Alfredo in cerca appunto di lui, non lo avesse visto e con sollecitudine accostato.
Giusto Lei, gli disse; andavo appunto a casa sua. Il conte la vuole subito subito, e laspetta con grande impazienza.
Ah s? fece il vecchio senza muoversi Anchio era avviato da lui.
Benissimo! Dunque andiamo.
Matteo non si mosse ancora.
E il conte, disse, come cercando le parole, sta bene?
Poco bene, rispose il domestico; anzi direi addirittura che sta male.
Il vecchio si riscosse tutto; guard bene in faccia il domestico e ripet come uneco, ma uneco che ci mettesse di suo lespressione del dolore:
Male!
Eccome! Se avesse visto ieri con che faccia  rientrato! Pareva un morto disseppellito: e peggio! Io gi non ho mai veduta una faccia sconvolta a quel modo. Si rinchiuse in camera e si pose a dar le volte del leone su e gi, senza parlare, senza domandar nulla, senza nemmeno soffrire che gli si andasse a chiedere se aveva bisogno di qualche cosa. Di mangiare non se n discorso nemmanco. Verso mezzanotte vennero due signori che stettero con lui un bel pezzo, e quando se ne andarono, il conte era ancora pi sconvolto di prima. Tutta la notte non ha fatto altro che agitarsi come lungo il giorno, e questa mattina io dico che luomo che menano a morire ha una faccia pi allegra e pi prospera di lui.
Matteo ebbe un tremito per tutto il corpo.
Oh poveretto! esclam. Andiamo, andiamo subito... Non avete pensato a chiamare un medico? Sar bene che ne facciate venire uno ad esaminarlo il pi presto possibile... Ma guarder io... ora lo vedr... gli parler... Andr io stesso a prendere un dottore...
E riprese il cammino, di passo affrettato seguito dal domestico.
E frattanto pensava con quella confusione di mente, con quellillogico tumulto che dnno una paura disperata, limminenza di una sventura irrimediabile.
Chi sa?... Forse sarebbe una vicenda opportuna lassalto di una buona malattia... che non ne mettesse in pericolo la vita... oh no!... ma che lo isolasse per qualche tempo dalla societ, dal resto del mondo... Veglierei io perch questo isolamento fosse come si conviene... Parlerei al medico... so gi chi andare a cercare... con vistosi regali gli farei dire quello: che mi piacerebbe... S, s: e poi nella convalescenza, quando la volont resta pi debole, il carattere pi cedevole, lo indurrei a partire... E frattanto nel tempo della malattia potrei preparare... aggiustare le cose... Ricorrer certo al conte Ernesto: me gli getter ai piedi: egli  tanto generoso!... Avr compassione... mi assister!... E durante la malattia, Alfredo mi vedr cos devoto, cos amorevole che... forse... sintenerir... Se potesse nascergli in cuore un po daffezione per me!... Chi sa!... Potremo forse farlo decidere a partire per la Francia, per lInghilterra, per dove vuole... co suoi denari potr sempre vivere bene dappertutto... E se mi concedesse di seguitarlo, come suo intendente, come suo servo... e poterlo veder sempre!...
Mentre agitava turbinosamente nel suo cervello questi sconclusionati pensieri che dalleccesso della disperazione lo facevano passare allaudacia duna speranza poco meno che assurda, giunsero alla casa del conte.
Presto, presto, disse il servo che venne ad aprire alla loro scampanellata, vada avanti presto, sor Arpione, che il conte non fa che domandare se Lei non  ancora giunto.
Matteo corse verso la camera del giovane: e questi comparve sulla soglia con figura che faceva proprio leffetto duno spettro.
Ah siete qui! esclam con voce rauca e tremola per lemozione, ho gran bisogno di voi.
Rientr nella camera, il vecchio lo segu; e allora Alfredo, richiuso luscio, si piant in faccia allusuraio e gli disse:
A noi due ora!... E pensate che dal nostro colloquio la verit, tutta la verit ha da venir fuori. Lo voglio: lo voglio a qualunque costo!
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Capitolo 30.
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Soli nella camera di Alfredo, luno in faccia allaltro, que due uomini stettero un poco in silenzio guardandosi fissamente; ma con quanto diversi sentimenti e affetti si guardavano! Nel vecchio era un pietoso intenerimento, una compassione piena di amore, di rimpianto, di rimorso per quelle sofferenze di cui vedeva s evidenti e s crudeli impronte nelle sembianze del giovane: in costui, per contro, era unirritazione, una rabbia intensa, una malevolenza che toccava proprio le maggiori proporzioni dellodio. Di quelluomo che gli stava dinanzi, Alfredo aveva in quel momento obliato affatto tutti i servizi a lui fatti; erano servizi resi alla lontana, senza che vi fosse fra loro contatto, famigliare e affettuoso, non erano cure alla persona, in cui apparisce meglio lamorosa devozione; costituivano nel concetto del giovane un dovere adempito e nulla pi e anzi da ultimo, conoscendo le qualit delluomo che glieli aveva resi, il giovane aveva deplorato che la sorte e la volont di suo padre, come credeva, lavessero posto in tali attinenze con colui. Da due giorni poi, ogni disdetta, ogni sventura, ogni umiliazione, ogni scadimento parevano precipitarglisi addosso e tutti avere un nome e una persona soli, la persona e il nome di Matteo Arpione, lui, origine, causa e stromento di tutto. Gi lo aspettava perci coi pi ostili sentimenti dellanimo: e questi niquitosi sentimenti si adersero ancora con pi vigore, saccrebbero quando e si vide dinanzi la figura meschina ed ignobile, i lineamenti ipocriti, lo sguardo falso, lumilt vigliacca di quelluomo che aveva imparato da tanti anni a disprezzare profondamente. Anche la presente di lui commozione, che ad Alfredo parve una finta, concorse ad eccitare lo sdegno di quellinfelice, la cui ragione vacillava sotto il peso di quasi ventiquattro ore di spasimo indicibile, poco, meno che mortale. Svi lo sguardo dal volto scuro e rugoso di Matteo, per potersi mantenere in calma, e ruppe il silenzio.
 vero, cominci, e la voce gli tremava, come gli tremavano le labbra e le palpebre, per lo sdegno raffrenato, pel dolore compresso:  vero che il nome scritto nel mio atto di battesimo come quello di mia madre, non  il nome della donna che mha dato alla luce?
Matteo aveva avuto fin allora la speranza che voce di ci non fosse venuta ad Alfredo, e chegli avrebbe ancora potuto tenerglielo nascosto. Questa domanda fu un colpo dolorosissimo per lui, e la sua faccia non seppe nascondere limpressione terribile dellanima, mentre le labbra non seppero trovar subito risposta.
 dunque vero? grid Alfredo quasi minaccioso, facendo un passo verso di lui.
No, no! proruppe il vecchio arretrandosi come se avesse paura.
Alfredo si contenne.
Badate! disse, premendosi con ambe le mani il petto in cui sentiva uno strazio inesprimibile. Si  scritto a Macerata per avere latto mortuario di Giuseppina Ressi moglie Corina.
LArpione mand un gemito che pel giovane fu tutta una confessione. Egli si percot co pugni chiusi la fronte e cadde seduto esclamando con voce strozzata dallangoscia:
Sciagurato! Sciagurato!
Il vecchio riebbe a un tratto tutto il suo tristo coraggio di menzogna. Limportante per quel momento, il necessario per lui era di tranquillare Alfredo, di guadagnar tempo; in qualche maniera poi avrebbe provveduto.
Ma no, disse con forza, ma non  punto vero... Ma che Lei crede a codeste sciocche frottole?... Lasci che scrivano anche a casa del diavolo, e se troveranno qualche cosa che dia fondamento a tali stupide assurdit, voglio non esser pi io...
Queste parole non fecero effetto nessuno sul giovane; la prima impressione provata da Matteo aveva avuto un linguaggio troppo eloquente in quel turbamento che non aveva saputo nascondere, in quel gemito che si era lasciato sfuggire, perch le successive affermazioni valessero a smentirlo. Alfredo stette col volto nascosto fra le mani, il corpo scosso da brividi e sussulti che parevano scotimenti di febbre e singhiozzi.
LArpione fu preso di nuovo e pi forte dallidea di cominciare per mettere in cura da un medico, e di sua scelta, la salute fisica dAlfredo, per la quale in verit la sua amorosa sollecitudine verso di lui aveva proprio da inquietarsi. Gli si accost pianamente e gli disse con voce che osava essere pi affettuosa del solito:
Dia retta, signor conte; Lei ora non ist bene... ha bisogno di riposo... di qualche rimedio. Creda a me, si ponga a letto... ascolti qualche dottore... Questo discorso lo riprenderemo poi, in momento pi opportuno, quando si sentir meglio. E intanto non sinquieti, stia sicuro che io dileguer ogni nube, che confonderemo tutti i calunniatori... Su, da bravo, la prego, la scongiuro, si corichi, mi lasci andare pel medico... Non vede che ha una febbrona addosso?
E os mettere le dita della destra sul polso dAlfredo: le carni di lui veramente scottavano; la mano di Matteo invece era fredda, gelata, e parve al giovane come il tocco viscido e schifoso duna biscia. E scatt in piedi, pieno di sdegno, di ripugnanza.
Non toccatemi! grid: e non parlate che per rispondere, e con sincerit, alle mie domande. Chi sono io adunque? E se mentito  il nome di mia madre, non  forse mentito eziando quello del padre?
No, no: rispondeva Matteo, commosso allestremo.
Alfredo seguitava:
E chi fu quella donna sulla cui fossa mi avete condotto? Fu essa davvero mia madre?
Oh s! proruppe lArpione con un accento in cui si sentiva vibrare la verit.
Come si chiamava?... Di chi era moglie? Fu essa una tradita?... O una colpevole?
Non colpevole! grid di nuovo col medesimo accento il vecchio, a cui la crescente commozione toglieva la solita abilit di schermirsi.
Dunque tradita?
Neppure: fu donna virtuosissima e moglie legittima.
Ma di chi?... Del Corina? Sua seconda moglie?
Il vecchio, disperato di mezzi per uscire da quella rete che sentiva stringerglisi attorno, accett premurosamente questo.
S, s, rispose:  appunto cos.
E perch questa supposizione? se fu moglie legittima ci deve pur essere atto di matrimonio.
Non posso dirle nulla...  un segreto Ho giurato solennemente di non palesarlo.
E il nome di questa donna?
Si chiamava Giuseppina anche lei...
Ma la famiglia?
Ho giurato di tacere anche questo.
Ma nessun giuramento, disgraziato, pu esimervi ora dal parlare... Lo esigo, ne ho il diritto... Magito ciecamente in un mistero che il mondo mi appone ad infamia; voi potete arrecare la luce, potete provarmi se ho il diritto di stare a fronte dun uomo donore, e vorreste tacere? No, no per Dio! Ad ogni costo, per lanima mia, per tutto quello che ho sofferto e che soffro, voi parlerete.
Savanz di nuovo minaccioso verso lusuraio.
No... balbettava questi: senta... Sa che cos un giuramento... Non posso in coscienza... almeno adesso... qui... subito... Lasci che ci pensi su.
Per avvolgermi in nuovi inganni? No: parlerete subito.
Le ripeto che non posso... Mi creda... Lei deve pur sapere il grande interessamento che ho sempre avuto per Lei; ho fatto di tutto per accrescerne le fortune, per farle una condizione invidiabile... Se dunque non parlo, se non le obbedisco, Ella deve persuadersi...
Ma limprudente aveva toccato un tasto molto pericoloso, che ridest altri dolori, altre rabbie, altri sospetti in Alfredo.
Ah! il vostro interessamento! Ah le mie fortune! proruppe. Come le avete accresciute queste? Col vostro infame mestiere?...
No...
Mio padre mor povero...
No... cio con imbarazzi... io ho saputo...
E io non ho mai sospettato di nulla!... E io mi sono valso di ricchezze che erano frutto delle vostre rapine! Ricchezze scellerate, maledette, abbominevoli, che mavvilivano, che mi facevano vostro complice, s, che stampavano giustamente su me ignaro il marchio del disonore.
Si scaldava sempre pi; il sangue concitato dalla febbre dellinsonnia, dalla fatica, dalla mordente passione gli saliva al cervello e ne offuscava lo spirito; una specie di pazzia, di frenesia, di furore lo assaliva, lo scuoteva, lo dominava; le labbra gli si agitavano convulse, un color pavonazzo gli macchiava a chiazze le guancie, tutte le membra gli tremavano, come allappressarsi dun accesso di epilessia.
Per carit, Alfredo! esclam Matteo spaventato: si tranquilli... rientri in s...
Ma il giovane oramai non vedeva pi lume.
E non basta! continuava con voce arrangolata. Non mi avevate ancora infamata abbastanza... Unaltra nota pi scellerata, pi terribile dovevate stamparmi sulla fronte!... A Parma, mi spiaste, sorprendeste i miei segreti, e andando a rivelare la congiura, faceste credere me... me per Dio!... me traditore, me delatore, me vigliacco venditore dei compagni per esser salvo...
Gran Dio! Alfredo! esclam il vecchio che si smarr per lo spavento di quella cieca collera del giovane.
Ah! non lo puoi negare! rugg questi.
Volevo salvarla ad ogni costo!...
Alfredo gett un urlo. Il parossismo del suo furore raggiunse il colmo; non vide pi nulla, sent come una forza estranea alla sua volont che lo afferrasse e lo precipitasse su quelluomo ignobile, curvo, disprezzato, vigliacco, che aveva trovato modo di gettare su lui innocente parte della sua vilt, della sua bassezza, del disprezzo in cui lo teneva la gente. Come aveva fatto la sera innanzi coi due gentiluomini, abbranc una seggiola, la sollev...
Miserabile! grid; e la sedia minacciava il capo del vecchio...
Questi cadde a terra accasciato con un grido che pareva dagonia; ma prima che il colpo avesse tempo a scendere su di lui, scoppiarono dalle sue labbra, involontarie, rapide, terribili, queste parole:
Ah; non uccidere tuo padre!...
Penetrarono, malgrado leccitamento di quel morboso furore, nel cervello di Alfredo; vi fecero, per cos dire, il vuoto, distrussero tutto il precedente tumulto per lasciarvi unidea sola, orribile, spaventosa: quelluomo tristo, disprezzato, odiato, maledetto, era suo padre. Si arretr come respinto da un colpo nel petto, come chi rifugge da uno spettacolo dorrore a cui s affacciato; sent un freddo invadergli tutti i nervi, tutte le vene; lasci cadere la seggiola che aveva impugnata e le braccia; gli occhi balenarono e sestinsero; il pavonazzo delle guancie si estese fino alla fronte, poi lasci di colpo il posto ad un pallore di cadavere; barcoll, balbett:
Voi!... Voi mio padre!...
E and a cadere affranto, sfibrato, perduto sopra un sof allaltro capo della camera da quello dove il vecchio usuraio stava prostrato a terra, accasciato, perduto, soffrendo cos che poco  pi morte.
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Capitolo 31.
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Successe un grande silenzio, un silenzio che pareva proprio di morte. Quei due uomini, questo a uno, quello allaltro capo della camera, parevano davvero schiacciati ambedue dal medesimo colpo della sventura. Avevano paura lun dellaltro, non osavano guardarsi, non osavano muoversi, pareva non osassero nemmeno respirare.
Nella mente di Alfredo, al tumulto doloroso di poco prima era successo a un tratto un grande acchetamento, come un silenzio, ma non meno doloroso, qualche cosa di sconsolato e dinconsolabile, di deserto, di rovina, di sgomento senza misura. Strano a dirsi! Di quella esecrabile verit che gli si era rivelata cos di colpo, egli non aveva mai avuto il menomo sospetto; eppure ora che quelle sciagurate parole erano sfuggite dalle labbra di lui, strappategli a forza dalla paura dellorribile azione chegli stava per commettere, ora Alfredo sent di subito che quella era la verit, che tale era la sua crudele condanna, che non ci si poteva trovare riparo, n scampo, che bisognava curvare il capo sotto la umiliazione e la vergogna, che bisognava subire linfamia. 
Rapidamente, quasi come accade in sogno, in cui un attimo raccoglie avvenimenti di ore e di giorni, saffacciarono alla mente del giovane tutti i fatti, tutta la condotta di quelluomo, tutte le prove della verit di quellasserzione che improvviso veniva a porre lultimo suggello allopera del suo degradamento, a dargli lultima spinta per la sua terribile caduta. Quel taciturno abbattimento, quella morta calma del suo animo, continuava, anzi si faceva maggiore. Pareva rassegnazione, apatia: era profonda disperazione. Che cosa fare? Nulla; non cera nulla da fare. Era per lui come pellabitante delle falde dellEtna, cui improvviso sorprende una terribile eruzione: il fiume di lava gli  addosso, prima che abbia tempo ad accorgersene, prima che possa pur pensare a porre in salvo s e le cose sue; londa affuocata, precipitosa  l, gi ne sente la vampa soffocante, un minuto e tutto sar travolto nel suo vortice ardente: non c che incrociare le braccia e lasciarla venire. Ma almeno quellonda di fiamma sopraggiunge, passa, tutto distrugge; questonda dinfamia invece veniva, lo avvolgeva, gli distruggeva intorno ogni bene, ogni speranza, ogni dignit della vita, ma lo lasciava lui vivo, maledetto, bestemmiato, deriso, in mezzo alle sue spregievoli rovine, coperto di fango. Un gemito, un gemito in cui era concentrato un immenso dolore, usc dal suo petto, e le mani si contrassero in uno spasimo convulso intorno alla fronte ardente cui stringevano come se la volessero schiacciare.
Matteo, dopo un poco, sera levato su sulle ginocchia; aveva osato volgere lo sguardo verso il giovane, ne aveva osservato la immobilit, la calma apparente; trascinandosi cos ginocchioni era venuto ad accostarglisi piano piano, peritoso, palpitante, pentito, commosso da un tumulto di varii affetti. Quando gli fu giunto dappresso, ud quel gemito dolorosissimo che, rivelando linesprimibile strazio dellanima nel giovane, anche in lui veniva a suscitare il pi fiero dolore.
Alfredo! susurr egli quasi in un sospiro, timidamente, esitando, con labbra che tremavano.
Il giovane fece un moto quasi di ripugnanza, non lo guard, si volse anzi dallaltra parte, coprendosi sempre colle mani la faccia, poi disse lento, piano, con voce piena damara vergogna:
Voi dunque siete?...
Matteo non lo lasci terminare: il pentimento, che gi aveva nel cuore per la sua debolezza di quellistante, in cui aveva violata la promessa che sera fatta, la pi ferma risoluzione che aveva presa di non rivelar mai tal segreto ad anima viva, e tanto meno ad Alfredo: quel pentimento, dico, prese una subita violenza; egli scatt in piedi, interrompendo con vivacit, con forza:
No, no, grid, non  vero... Che cosa ho detto? Mi sono sfuggite delle parole senza senso in un momento di pazzo terrore... veramente pazzo... io non sono che un servo... un umile servo...
Alfredo alz vivamente la testa; guard bene quelluomo che gli parlava, e nel turbamento della faccia, nella sgomenta irrequietezza degli occhi, ci lesse la menzogna.
Sorse in piedi ancor egli, fece un gesto a imporre silenzio al vecchio, e con unapparente freddezza, in cui per si sentiva lo scoraggiato abbandono di qualunque speranza, disse:
Non mentite pi... La rivelazione ora sfuggita mi ha spiegato tutto... Sono stato io un insensato a non sospettarlo prima, a non indovinarlo dai mille indizi che pur ne avevo... Ora io sono finalmente davanti alla gran verit... Bisogna chio la conosca tutta. Ne ho il diritto, e lo voglio. Perchio sappia quel che mi tocca fare e se c qualche cosa da fare,  necessario che la rivelazione sia completa. Parlate. Voi vedete comio sono in perfetta calma. Perch mi avete avvolto in questo mistero? Come sono io nato? Qual segreto di vergogna e dignominia mi ha preso fin dalle fascie e mi accompagna nella vita? Voi mavete pur detto che mia madre... la mia vera madre, non fu colpevole, fu virtuosa... Anche allora avete mentito?
Oh no! grid Matteo con impeto, con islancio che proveniva proprio dallintimo del cuore, che rivelava lindignazione duna sublime fede oltraggiata con un dubbio. Oh no: questa  verit sacrosanta... Quella donna fu un angelo... Ve lo affermo, Alfredo, ve lo giuro!
Il giovane, in mezzo allangoscia che gli stringeva il cuore, che quasi ne intorpidiva la mente, prov a quelle parole un lieve senso di dolcezza.
Ditemi tutto: esclam. Oh ditemi tutto!
Matteo curv basso basso il capo e stette un momento immobile e muto, evidentemente perplesso. Unultima lotta aveva luogo in lui; no, non era neppure una lotta, era unincertezza, unesitazione, una confusa vacuit di pensiero.
Dunque? soggiunse il giovane con insistenza quasi impaziente, quasi irosa.
S, parler, rispose allora lArpione: dir tutto... Avete ragione:  necessario. Bisogna che sappiate ogni cosa, che impariate a conoscere colei che vi fu madre e luomo... che vi sta dinanzi.
Cominci la narrazione dei suoi casi: le vicende della sua giovinezza che gi conosciamo, la sua cupidigia di ricchezze, la sua invidia pei fortunati del mondo, lodio verso la societ e i suoi beniamini, le sue maledizioni contro la fortuna e i favoriti di lei; poi il suo amore per Giuseppina Landi, lonest di quella fanciulla bellissima, che in mezzo alla povert aveva saputo resistere alle seduzioni de pi ricchi e generosi vagheggini, come al trasporto del verace amore di lui Matteo, al quale pure ella non seppe celare di corrispondere. Mancandole qui a Torino ogni mezzo di guadagnarsi onoratamente la vita, la povera Giuseppina erane partita per tornare a Parma; da principio Matteo aveva creduto di poterla facilmente dimenticare e sera quasi rallegrato che ci ponesse termine ad una passione che sentiva egli stesso eccessiva; ma invece non era stato cos, e pi passavano i giorni, tanto maggiore si facevano in lui lamore per quella fanciulla lontana e il bisogno di vederla. A un punto non ci resistette pi; fece le sue valigie, prese con s tutto quel poco che possedeva e part per Parma, deciso a stabilirsi dovella fosse, dovella volesse, perch in altri luoghi lontano da lei, senza di lei, egli non sapeva, non poteva pi vivere.
Giunto a Parma, cos egli continu il suo racconto, trovai la mia Giuseppina accolta ospitalmente in casa di suo cognato Giovanni Carra.
Alfredo, che aveva sempre ascoltato in silenzio, il viso chiuso nelle mani, senza dare il menomo indizio di quel che provasse, a questo punto si riscosse.
Giovanni Carra! esclam.  il nome sottoscritto al mio atto di battesimo!
S.
Era cognato di mia madre?
Ne aveva sposata la sorella maggiore...
E Pietro Carra... quel sellaio che ho conosciuto a Parma, era figlio di lui?
S.
Dunque mio cugino?
Per lappunto.
Alfredo pens ratto a quel poco di attinenze che avevano avuto insieme, come il caso li aveva accostati.
E cos quella ballerina che fu cagione di tanto scandalo a Parma ed era cugina di Pietro,  pure mia parente?
Figliuola dellaltra sorella di vostra madre.
Il giovane chin il capo. Ricomparve nella sua mente la figura del duchino di Parma, intorno a cui saggruppavano per istrano capriccio della sorte i suoi cugini ed egli stesso; pens al delitto chegli aveva voluto compiere e che il figliuolo della sorella di sua madre aveva eseguito.
O destino! esclam.
Matteo continuava il suo racconto.
Il mio amore era ancora cresciuto. La indussi a sposarmi; ma la nostra felicit fu presto turbata da quella orribile divoratrice di vite, di coscienze, che  la miseria. Ella, appena se poteva aver pane sufficiente colle poche lezioni di musica che era riuscita a procacciarsi; io, per quanto mi fossi adoperato e mi adoperassi, non avevo potuto, non potevo trovare di che guadagnarmi onestamente un soldo. Me la presi con la societ, con gli uomini, coi ricchi sopratutto, con la sorte, con Dio. Invidiavo gi prima, ora odiai; mi parvero tutti intorno a me altrettanti nemici che mi opprimessero colla loro apatia, colla loro fortuna, perfino eziandio colla sterile loro compassione che mi tornava uno scherno su cui mi spettasse il diritto di rivalermi, di vendicarmi, di trarre dalla loro imbecillit, dai vizi, dalle passioni il mio utile, la mia parte di ben di Dio. E non tanto per me, ma era per lei che amavo sempre pi, che era degna dogni felicit, di ogni grandezza; era per lei che mi arrabbiavo, soffrivo, che mi sentivo capace di qualunque eccesso. Ah! sella non mi avesse chetato colla sua dolcezza, fatto rientrare in me tante volte colla sua assennata amorevolezza, chi sa fino a qual punto sarebbe andato il mio delirio, forsanco fino al delitto...
Alfredo raccapricci. Il vecchio riprese con vivacit:
Voi vedete che io vi dico tutto, vi apro affatto il mio cuore, la mia coscienza, perch vi possiate leggere fino al fondo, perch possiate conoscere qual uomo io mi sia e compiutamente giudicarmi.
Il giovane non pronunzi una parola, fece un atto colla mano perch laltro continuasse, e coprendosi di nuovo il viso, torn alla sua immobilit.
Un fatto, per me un gran fatto venne ad accrescermi i dolori, la rabbia per la mia impotenza, la smania dei guadagni, e insieme a innondarmi il cuore di tanta gioia, di tanta tenerezza che mai non me ne sarei prima creduto capace, che mai non avrei pensato potersene provare al mondo di tale... Giuseppina, la mia Giuseppina, mi annunzi che mi avrebbe fatto padre. Lamai ancora di pi! Oh come le fui riconoscente! Come avrei voluto circondarla di agi, di benessere, di tranquillit, dogni delizia! Ella era cos sofferente! Le privazioni, i patimenti danimo, le angoscie e gli affanni medesimi che le davo colle mie collere contro la societ, colle minaccie che facevo bestemmiando ai miei simili... s, s, me ne accuso... oh me ne sono pentito cotanto!... La mia follia diede pi volte cagioni di spavento e di tormento a quellanima santa, pietosa, mite, angelica... Tutto codesto laveva indebolita, affranta, stremata... Che compassione mi faceva a guardarla, pallida, pallida, le occhiaie illividite, le labbra assottigliate e bianche, lavorare con quelle mani affusolate, esili, che parevano di cera, lavorare a cucire pel nascituro quei panni che veniva procurandosi togliendosi a s stessa parte di alimento! Come mi rodevo, come soffrivo, come avrei dato volentieri il mio sangue!...
Un qualche cosa che sembrava singhiozzo lo interruppe. Alfredo lo guard di sottecchi. In quel vecchio ammencito, incartapecorito, che pareva a tutto chiuso e indifferente, la forza del ricordo era tale che una profonda commozione gli trasmutava la fisonomia di solito spiacevole e attestava la sincerit del sentimento.
Matteo riprese:
Per ottenere guadagni, mi umiliai, mi abbassai a qualunque servizio... Io, che ero cos orgoglioso... mi acconciai ai disprezzi, alle impertinenze, ai capricciosi scherni de ricchi... Non ci fu mestiere da cui rifuggissi...
Unaltra scossa, un altro raccapriccio dAlfredo; ma il vecchio, infervorato ora nel suo racconto, animato dal calore che gli metteva nel sangue il riviver quasi in quei tempi lontani, il provar di nuovo quelle emozioni e quelle passioni, questa volta non se ne accorse neppure.
E nulla, nulla mi giovava!... Finalmente un giorno la sorte accenn di volersi cambiare. Era capitato a Parma, tratto dal suo capriccio, dal caso, dal destino, un giovane signore di Lugo, chiamato Luigi Corina...
Ah! fece Alfredo, la cui attenzione e linteressamento, che pure erano gi grandissimi, furono a questo punto eccitati da nuovo impulso.
Viveva proprio da mezzo matto, profondeva il denaro da ogni parte nel pi stupido modo, cercava i suoi piaceri nelle orgie pi basse, negli eccessi pi perniciosi alla salute. Tutti gli mangiavano addosso; egli lasciava fare con una disdegnosa noncuranza; ma per un giorno che sorprese il suo servitore a rubargli tranquillamente nello scrigno, lo scacci a bastonate dalla sua presenza e dal suo servizio. Egli non poteva stare un pezzo senza un nuovo domestico, perch soleva non far nulla da s, n anco di quanto pi davvicino lo riguardasse, immerso sempre in una inerte malavoglia, in una impaziente uggia di tutto e di tutti, e si raccomand di qua e di l per avere sollecitamente un successore al congedato. Venne proposto anche a me di presentarmi a chiedere quellufficio... Ah! una volta non avrei neppure permesso che mi si parlasse di ci! allora accettai e fui sollecito a recarmi da quel signore, col cuore che mi batteva per la paura di arrivare troppo tardi, e di non piacere a quelluomo bizzarro e di non essere accettato; perch in quel posto la paga era discreta, e si offrivano molti e molti modi da fare altri guadagni e poter mettere qualche cosa in disparte.
I concorrenti furono molti; ma il signor Corina, che volle minutamente informarsi delle condizioni e della vita di tutti, quando ebbe udita la mia storia, mi prescelse, dicendomi: Anchio ho amato come amate voi una Giuseppina; per lei affrontai la collera di mio padre, le persecuzioni del mondo, le avversit della vita. La morte me lha crudelmente rapita e con lei mi tolse ogni bene, ogni voglia di vivere. Ora che sarei in grado di darle una esistenza agiata, perch mio padre  morto, essa non c pi, e io non so pi che cosa farne n del denaro, n della vita, e non ho pi altro desiderio che di gettarli ambedue. In causa del nome di vostra moglie, pel merito del vostro amore, prendo voi, e se non siete cos asino e cos impudente come colui che s fatto cacciare a forza, sarete voi che mi chiuderete gli occhi dopo il poco tempo che mi rimane ancora da trascinare sulla terra. Entrai cos al servizio di lui; era strambo, bizzarro, ma buono e generoso, e io gli posi presto affezione; da sua parte egli prov una certa simpatia per me, conobbe zelante e onesto il mio servizio e non and molto tempo che mi tratt con benevolenza e fiducia, di cui mi volle dar prova, narrandomi tutta la storia del suo passato. Se aveste la pazienza di sentirla, Alfredo...
S, s, interruppe vivamente questi: dite tutto, ho desiderio di saper tutto, bisogna bene chio sappia tutto.
Suo padre, signore non molto ricco, ma discretamente agiato, era uno di quegli uomini dellantico stampo, che come buon metodo di educazione de figli non vedono che il rigore, la severit pi spinta e il sistematico diniego dogni menomo piacere, dogni soddisfazione anche del pi innocente desiderio giovanile. La casa paterna era stata cos per Luigi, fanciullo e adulto, niente di meglio che una carcere con un severo carceriere in perenne cipiglio, non buono a parlargli altrimenti che rampognando.  difficile che gli eccessi non provochino una riazione, e quindi eccessi dalla parte contraria. Luigi, dindole vivace, dumore bizzoso e di sangue ardente, un bel giorno si ribell, il padre lo pun con severit crudele, e il giovane, appena diciottenne, fugg di casa. Suo padre giur che poich egli sera bandito dalle soglie de suoi maggiori, lui vivo, non ci sarebbe rientrato mai pi, che non lavrebbe mai pi voluto vedere, mai pi perdonato. Il povero Luigi visse per miracolo, conoscendo anchegli che cosa fosse la miseria, aggravandosi di debiti onerosissimi, come si suol dire, a babbo morto, precipitando sempre pi in errori, in male abitudini, in disordini, in guai. Sinnamor duna povera fanciulla del popolo e la spos; di che il padre, informatone, sal in collera ancora pi bestiale. Il bisogno lo fece ricorrere supplicando allinesorabile genitore; questi non gli rispose che colla sua maledizione. Si vide costretto a domandare i conti e la consegna delleredit di sua madre. Altro aumento dello sdegno paterno. Le sostanze poi di cui venne cos in possesso erano di non molto valore, e i debiti precedenti in breve le consumarono; onde fu costretto a ricorrere a nuovi imprestiti e sempre con pi gravose e anzi scellerate condizioni. Era al punto che quasi si rallegr... s, lo confessava: quando suo padre venne a mancare, ed egli pot diventare padrone delleredit. Ma di questa una bella parte gli aveva tolto il padre sempre implacato, lasciando tutto quello di cui poteva disporre ad opere pie e a chiese: unaltra gran porzione gli tolsero i creditori che subito gli saltarono addosso e che convenne pagare, cos che quanto glie ne rimase, si ridusse nemmeno a un quarto di ci che era stato posseduto dal padre. Luigi fu costretto a vendere il palazzo e i terreni, e siccome tanto e tanto il soggiorno di Lugo non aveva nulla che lo attraesse, fatto denaro liquido di tutto ci che gli restava, era andato a Macerata, il paese di sua moglie.
Pur tuttavia, con quanto ancora aveva salvato dalla successione paterna, egli avrebbe potuto vivere in una modesta agiatezza e gustare cos un poco di felicit terrena, se massima sventura non gli fosse capitata nella morte di quella donna che aveva tanto amata. Nulla pi gli rimaneva al mondo; disperato, aveva dapprima voluto ammazzarsi, poi si era deciso a stordirsi e consumarsi con ogni fatta deccessi. Abbandonati que luoghi, aveva girato qua e l per lItalia, finch era giunto a Parma, dove il destino dovea riunirci.
In breve io fui a regolare tutti i suoi interessi, a procurargli denari, ad acchetare i creditori; gli divenni quasi un amico, pi che un servitore di certo; lo consigliai, lo ammonii pi volte, volli ritrarlo da quella strada in cui non poteva che incontrare la rovina e la morte. Ma tutto fu inutile; ed era troppo tardi oramai. Sentendosi mancare la vita volle tornarsene al paese dove la sua diletta era morta. A me gravava pure assai abbandonare mia moglie la quale doveva fra non molto diventar madre; ma il povero etico mi preg tanto! Era daltronde un rinunciare a non piccolo e certo guadagno labbandonarlo; mia moglie stessa mi esort a seguirlo; insomma, dolentissimo, ma nascondendo il mio rincrescimento, mi decisi e partii col signor Luigi alla volta di Macerata e di Lugo. Ma prima raccomandai la mia Giuseppina ad una buona donna con cui avevamo avuto occasione di stringere attinenza perch vicina di casa e che appunto esercitava il mestiere di levatrice, quellAntonia che vi feci conoscere quando vi condussi alla tomba di vostra madre. Anchella era povera come noi; anchella viveva di stenti e di privazioni ed era fatta per capirci, per compassionarci, per aiutarci in tutto quello che potesse.
Luigi Corina stette poco a Lugo, solamente il tempo per terminare certi interessi che ancora erano pendenti in seguito alla vendita dei beni paterni: vide poca gente, non parl dei suoi casi, e quando part, di lui e di quanto gli fosse occorso durante lassenza, col sapevasi non molto pi di prima. Io invece avevo appreso tutto quello che riguardava lui, la sua famiglia e le vicende tutte di questa. Si rec a Macerata, deciso di morir col, e gli ultimi due mesi della sua vita, che furono tutta unagonia, io non mi mossi pi dal suo fianco e lo assistetti come un amico, come un parente, come un fratello. Di congiunti egli non ne aveva pi nessuno, di amici non se nera fatti; glindifferenti non voleva pi vederli: rimasi io solo al suo capezzale mentre soffriva, mentre veniva lentamente estinguendosi, mentre moriva.
Nelle lunghe notti vegliate, quanti pensieri, quante fantasticherie, quante pazze chimere non massalsero! La mia mente volava a quel luogo dove avevo lasciata la donna adorata: la vedevo soffrire e stentare, lei che avrei voluta circondata di ogni agiatezza, di ogni sfarzo: vedevo gi in anticipazione il bambino che ne sarebbe nato, che sarebbe mio!... Certo egli aveva da essere un maschio, nero sicuro, lo volevo, ci avrei scommessa la testa. Ma quel maschio, quel figliuolo mio, nato dal mio sangue, carne della mia carne, ossa delle mie ossa, come dice la Bibbia, che scorgevo, che vagheggiavo bello e aitante e pieno dingegno, lo volevo pure felice, ammirato, invidiato dal mondo. Che avesse la sorte di suo padre oh no! avrei dato tutto il sangue, lanima, perch non lavesse. Giuravo a me stesso che lavrei fatto ricco, potente, lavrei imbrancato nella schiera di coloro che godono e comandano nel mondo, gli avrei fatto una fortuna, un nome, un titolo, gli avrei dato tutto ci che abbaglia gli uomini e se ne fa ammirare.
Ma come?... Quante ne pensai per afferrare la ricchezza!... Feci scorrere tutti i mestieri, tutte le professioni, tutte le temerit che possono guadagnar denaro. Un lampo mi mostr a un tratto il cammino. Il mio povero padrone che languiva era stato vittima dellusura...
Qui Alfredo fece un moto di s viva ripugnanza che il vecchio sinterruppe.
Ah per arricchire mio figlio, riprese poi dopo con una specie di bravata, avrei scelto qualunque cosa; per torlo a quelle vergogne, a quelle umiliazioni, a quei disprezzi che io aveva sofferti, avrei commesso qualunque misfatto... Capivo che avrei trasmesso a mio figlio un nome disonorato; ma se avessi potuto acquistargli un altro nome, nascondere a lui e alla gente la sua origine, dargli un titolo, unaltra famiglia!... Il mio sguardo si fermava su quel misero che sonnecchiava nel languore della sua malattia mortale. Egli aveva un nome senza macchia: se glie lo avessi potuto prendere per mio figlio! Io, dopo, avrei senza riguardi potuto comprare dalla fortuna la ricchezza collinfamia del mio nome.
Quando questo matto pensiero mi venne la prima volta, lo respinsi come un assurdo impossibile, mi dissi che non ne avrei n anco avuto il coraggio se mi si fosse presentata la sicurezza di poterlo attuare. Rinunziare a mio figlio, io che lamavo gi tanto, prima ancora che fosse nato! Ma se uno fosse venuto da me a dirmi: dammi tuo figlio ed io lo far ricco, io gli avrei detto di no. Era per ben diversa cosa darlo ad altri; io sognava di allevarmelo io, ma come un essere a me superiore, come un mio padrone, e servirlo, e adorarlo, e vederlo, e sentirmi beato daverlo fatto io grande, ricco, felice. Tal pensiero come un chiodo mi si conficc nel cervello e non mi lasci pi.
In quella, contraddicendo alle informazioni di mia moglie, che, per non inquietarmi, mandava sempre buone novelle, Antonia mi scriveva che la povera Giuseppina soffriva e che quanto pi sappressava il termine della sua gravidanza, tanto maggiori se ne facevano le sofferenze. Volli a un punto abbandonare il povero sor Luigi; ma egli mi preg tanto che non ebbi il coraggio di lasciarlo solo in quegli ultimi pochi giorni che gli rimanevano.
Sarete presto liberato, mi disse con amara mestizia, e io, in compenso dei vostri servizi, vi lascier tutto quel poco che mi rimarr ancora al momento della mia morte.
Mor pochi giorni dopo; nessuno venne a pretender nulla della successione, io presi tutto, pagai gli ultimi debiti e mi trovai in possesso di una somma di denaro, e, quello che era pi importante pel disegno che sera venuto sempre pi maturando nel mio cervello, di tutte le carte della estinta famiglia Corina.
Maffrettai verso Parma. Lungo il viaggio determinai pi nettamente e con incrollabile risoluzione il mio disegno. Il figlio che aveva da nascermi avrebbe portato il nome incontaminato dei Corina. Segli nasceva a Parma ci era impossibile; bisognava dunque condurre la giovane madre in un altro luogo, dove poterla far credere la vedova di Luigi Corina. Trovai la povera mia moglie assai malazzata; ma il piacere di vedermi, lassicurazione datale che non ci saremmo pi separati, produssero in lei un tal miglioramento che fece meravigliare anche la levatrice Antonia.
Provai un giorno a comunicare il mio disegno a Giuseppina... Ella non ne volle sapere; rinnegare suo figlio, mai, diceva essa, non ci avrebbe acconsentito a niun patto; non mi comprese, e per acchetarla finsi di rinunziare anchio al mio disegno; ma speravo poterla convincere col tempo, e frattanto non cessavo dal pensare a preparare tutto quello che poteva conferire alla riuscita.
LAntonia mi veniva dicendo che mia moglie stava tanto meglio, che lepoca della sua liberazione non era ancor vicina, ed io, sempre fermo nella mia idea, pensai per prima cosa esser necessario condurla via dalla sua citt. Trovai il pretesto che gli affari lasciati dal signor Corina richiedevano ancora lopera, mia e la mia presenza a Lugo, e siccome io aveva trovato molto pi conveniente lo stabilirci col, pensavo miglior consiglio menarci subito anche la moglie per non dividerci pi.
Giuseppina, buona comera, acconsent. Avevo i denari del Corina da poterla far viaggiare come una signora; presi una carrozza di posta e partimmo.
Sciagurata risoluzione!... Forse senza ci ella avrebbe potuto sopravvivere...
Lemozione gli tronc le parole. Alfredo mormor con voce di pianto:
Povera madre mia!
Tutto quello che avete appreso al villaggio dove vi ho condotto, ripigli Matteo, tutto avvenne come vi fu detto... Ci fermammo in casa del Battistino; io corsi a prendere lAntonia... pagai tutto quello che volle perch dicesse e facesse a mio senno... presi meco il cognato Carra, dal quale con preghiere, regali e promesse ottenni pure che mi assecondasse, e... tutto riusc a seconda dei miei desiderii... Ma la mia Giuseppina mi mor!...
Qui un vero singhiozzo linterruppe; stette un momento e poi riprese con un accento dinfinito dolore, di cui non lo si sarebbe neppure creduto capace:
Ah! quello fu uno spasimo! Per un momento rimasi come stupidito: non vidi pi nulla, non pensai pi a nulla; nulla pi al mondo esisteva per me fuorch quel cadavere che mi stava rigido innanzi agli occhi. Che notte orribile, tremenda ho passata! Se mi fossero venuti ad offrire la morte, lavrei accolta come un regalo. Mi pareva non altro restarmi di meglio a fare che prendere meco il mio bambino e seguire al di l della tomba quella cara, quellunica donna che avessi amato, che abbia amato mai! Il mio bambino... Esso era l bello, roseo, cogli occhioni aperti che mi parevano gi intelligenti, che mi sembravano guardare nel mondo stupiti e sgomenti, che mi sentivo scendermi nellanima e ricercarmi il pi intimo sentimento quando si fissavano nei miei... Ella, Giuseppina, la povera madre, me lo raccomand quel bambino con tutta la forza, tutta lefficacia duna madre che muore. Parve avere accettato la mia idea... essa moriva, non poteva pi gloriarsi daverlo per figlio, che cosa le importava pi chegli portasse questo o quel nome? Mi disse: Fa di nostro figlio quello che ti pare; ma fallo onesto, buono e felice! Lo giurai. S, lo volevo anchio onesto e felice: ma per essere tutto questo, per fuggire le tentazioni del male e godere le gioie del mondo bisognava farlo ricco... Lasciane la cura a me, dissi: e sar invidiato dal mondo. Tu avevi le pupille volte al cielo, e gemicolavi sommesso!... Ah! la notte chio passai fra lei morta, a cui avevo giurato far felice la tua vita, e te neonato a cui rimanevo solo nel mondo; quella notte eterna, terribile e santa fece di me un altruomo... Me votai a ogni tormento, a ogni vergogna, ma per te volli ogni distinzione sociale... Tu non avevi a nessun patto da arrossire dun padre plebeo, volgare, forse odiato e disprezzato... Nascondere la mia paternit era un gran sacrificio... Ti feci crescere, educare lontano da me... e lavorai, mi frustai lanima, il corpo, la mente a raccogliere denaro. Sono riuscito!... Che mimportava la mia umiliazione? Essa serviva ad esaltare te... che meco stesso, in silenzio, chiamavo, con orgoglio indicibile, mio figlio! mio unico figlio! mio dilettissimo figlio!
Matteo sera taciuto come aspettando risposta, e stava col capo basso, gli occhi rivolti a terra, tremante, timoroso delle parole che sarebbero uscite dalle labbra di suo figlio.
Questi, per un poco, per un tempo che al disgraziato parve lungo come unora di dolore, non parl, non si mosse. Teneva sempre il viso chiuso, il corpo curvo in una postura di abbandono quasi disperato: lo avreste detto insensibile. E frattanto la mente stanca del corrodente pensiero, pareva a lui stesso venirgli meno, assopirsi nellidiotismo. Era di lui che si trattava? Erano casi suoi quelli intorno a cui si travagliava impotente il suo spirito? Erano sogni, tormenti dincubo, follie di cervello malato o realt tremende? Farlo felice! Quelluomo che diceva di essere suo padre, gli giurava di aver voluto farlo felice!... Felice!... E a qual punto lo aveva ridotto! Non aveva pi forza a sdegnarsi, a ribellarsi, sentiva un generale esaurimento di tutto lesser suo.
Che faceste voi? disse poi lento, voce fioca, stentata, senza alzare il capo, senza muoversi, senza guardare colui al quale parlava. Il primo bisogno a noi, la prima felicit  la famiglia; cominciaste per torgliermela... Avessi avuto alcuno da amare!... A me la morte rap dunque la fortuna di avere una madre; e anche un padre mi  sempre mancato!... Voleste farmi ricco e nobile; non v nobilt che non poggi sul valore e sullonore; non v ricchezza che valga, se non acquistata onestamente... Voi ci dovevate pensarlo... Mi cacciaste in unesistenza falsa e fittizia, dove non ho mai sentito un affetto... Ah mi aveste lasciato povero... ma orgoglioso di poter nominare mio padre!
LArpione rispose con un gemito: laltro continuava sempre con quel tno abbattuto, dolorosissimo per disperata rassegnazione.
E ora, al punto in cui mavete ridotto, che faccio pi di me, della mia vita? Mavete condotto fin dentro al tempio della grandezza e della felicit umana, ma per farmene ignominiosamente scacciare quando appunto il pi acceso desiderio me ne strugge: avete, per innalzarmi, accumulato un piedestallo dinganni, di frodi, di infamie, perch a un tratto mi crollasse sotto, e io, ignaro, innocente, pure precipitassi nel fango e mi vi lordassi tutto e ne fossi perduto per sempre. Oh! il pi accanito nemico non avrebbe potuto, collardente e tenace volont della vendetta, prepararmi una sorte peggiore!...
Il vecchio si torceva le mani in un accesso di furioso dolore.
Ah non dire cos!... esclamava ansante. Questo  per me troppo supplizio... Non avrei mai creduto di venire a questa... Son tanti anni che lavoro e che stento. Ogni privazione, ogni umiliazione, ogni vergogna quasi mi tornava una gioia.  per mio figlio! mi dicevo: e bastava. E ora tutto rovinerebbe? Tutto si rovescierebbe sul capo a me... e a te!... Pazienza a me! Ci conto, laspetto, mi piace. Chio rimanga pure schiacciato: ma tu!... O che non c rimedio? Non c qualche modo da uscirne tu, puro, nobile, grande qual sei?
Alfredo scosse il capo e disse fermamente con quel medesimo tno di abbattimento mortale:
No, non ce n... bisogna ingoiar tutto lamaro calice, fino a morirne...
Matteo interruppe con un grido:
Per amore di Dio! disse disperatamente: per la memoria di tua madre, non parlar di morire. Tu sei mio: la tua vita  mia, ogni goccia del tuo sangue la devi a me, ed  mio tesoro. Tho data la ricchezza, io a te; ma la mia ricchezza sei tu, la mia felicit sei tu... e non puoi privarmene... Calpestami, maledicimi anche, ma conservami la tua vita... Chio possa vederti, contemplarti, ammirarti!
Alfredo non si mosse, non fe cenno, come se non avesse neppure inteso; e laltro pi ansioso e spasimante:
Piuttosto, se alcuno ha da morire; se la giustizia umana, crudele e cieca qual, o anche la divina, che non si manifesta molto migliore; se una barbara necessit vuole il sacrificio di una vita, ecco qui la mia. Son pronto, Alfredo, te lo giuro. Tho dato tutto di me: la quiete, lonore, la coscienza; dar volentieri anche il sangue. Ma tu, no; tu no!... A te la giovent sorride... sorrider ancora la vita... S, s, sta certo... Persuaditi: al mondo chi fa tutto, chi pu tutto,  la ricchezza. Tu lhai... Vedi: io ho ancora pi denari di quello che crede il mondo.
Il giovane fece un atto di ripugnanza.
Andremo via di qua, soggiunse vivacemente Matteo. Ci recheremo tanto lontano che non il menomo rumore giunger fino a noi di questo paese, di questa gente, di questa ridicola, corrotta ed ipocrita societ... troverai amori quanti ne vuoi... e adulatori e omaggi quanti se ne possa desiderare...
Alfredo interruppe alzandosi con atto di impazienza dolorosa.
Basta!... Voi non mi capite... Noi non parliamo il medesimo linguaggio... e non ci potremo intender mai. Quello che sia da farsi, non lo so ancora; bisogna che ci pensi, seriamente, a lungo, chiamando a raccolta tutte le forze del mio animo, tutte quelle della mia intelligenza. Lasciatemi solo.
Il vecchio fece un gesto, ma Alfredo non lo lasci parlare.
 necessario! soggiunse con forza; lo voglio... Quello che avr deciso, lo far sapere anche a voi... A voi prima di tutti.
Ma voi mi promettete, Alfredo...
Non vi prometto nulla: interruppe violentemente il giovane.
Matteo si butt in ginocchio e giunse le mani.
Per piet! Per carit! grid. Non scacciatemi con uno spavento s terribile in cuore... Voi non pensate a morire?
Alfredo stette un momento prima di rispondere: un momento che per Matteo fu unagonia; si pass la mano sulla fronte lentamente; poi disse a voce bassa:
Ci penso... ma non lo far...
Oh ve ne supplico... non per me... in nome di quellangelo della fu vostra madre.
Alzatevi... S, per mia madre... Sar una espiazione la vita... unespiazione di falli non miei... unespiazione necessaria... Ah! credendo fare la mia felicit, voi mi avete fatto molto male... Dio ve lo perdoni!
Il vecchio si trascin in ginocchio fin presso di lui e tent di prendergli una mano.
E tu? disse ansioso. E tu? Non mi perdoni tu?
Prima che Alfredo avesse tempo a rispondere, sud presso alluscio il rumore dun passo duomo che saccostava e quello duna mano che si posava sulla serratura e stava per aprirla.
Alzatevi! grid con accento imperioso Alfredo, e preso alle braccia il vecchio lo fece drizzare in piedi.
Luscio si apr: padre e figlio si volsero ambedue a vedere chi entrava.
Sulla soglia, fermandosi un momento a guardare chi cera in quella stanza, prima di inoltrarsi, stava con aria pi seria del solito, quasi solenne, sempre colla sua solita agiata eleganza, il Maggiore delle Guardie, conte Ernesto Sangr di Valneve.
...
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Capitolo 32.
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Il primogenito dei fratelli Sangr, presentatosi alluscio del quartiere occupato da Alfredo, non era stato respinto dai domestici che conoscevano lamichevole famigliarit che esisteva fra quel visitatore e il loro padrone; daltra parte Alfredo non avea neppur pensato di dare lordine che non si lasciasse entrare nessuno, onde appena fu se osarono dire al conte Ernesto che in quel momento il giovine era chiuso in camera con un tale cui aveva mandato a chiamare per cose, pareva, di molta premura.
Chi ? domand il Maggiore con quellaltezzosa noncuranza che a quella fatta di gente, impone rispetto e obbedienza. 
Il signor Arpione, risposero senza esitare.
Ah! esclam il conte, a cui la presenza dellusuraio in quella casa fece per una parte cattiva impressione e per altra parve proprio opportuna a quanto voleva ed era venuto per fare. Benissimo. Sono appunto venuto a tempo. Ci ho da entrare ancor io nei discorsi che si tengono fra que due.
E senzaltro cammin verso la camera di Alfredo, col passo sicuro duno in casa sua.
Apr luscio e si present dicendo con accento nella cui usata cortesia cera insieme un po di scherno, un po di amarezza e una ferma risoluzione:
Disturbo forse?... Me ne rincresce; ma credo che la mia venuta sia a tempo e necessaria.
Alfredo e Matteo serano vivamente allontanati lun dallaltro, tenevano ambedue il volto basso e gli occhi a terra; sulle guancie smorte del giovine corse ratta, per isvanir tosto, una lieve fiamma di rossore. La vergogna lo possedeva. In quel piccolo uomo, dallaspetto orgoglioso e gentile, dalle forme fini ed eleganti, dal contegno agiato e pieno di garbo, dalla pronunzia graziosamente un po blesa, dalle maniere aggraziate che pur lasciavano trapelare il sentimento duna superiorit, egli vedeva stargli innanzi quella sfera di elevatezza e di splendore in cui egli era pur vissuto, a cui aveva pensato fin allora di appartenere, ed a cui doveva rinunciare colle beffe e colla vergogna. Nella bellezza di quella fronte, nella delicatezza di quei lineamenti, accompagnate e temperate dallespressione virile dun coraggio e duna coscienza di soldato valoroso, egli travide limmagine di quella bellezza, di quella grazia che gli erano state come una rivelazione della sublimit ideale, delleterno femmineo incarnato nella perfezione delle forme, chegli aveva adorato e adorava tuttora. E l in presenza, come a far contrapposto, ombra da produrre maggiore spicco alla luce, stava nellusuraio, Matteo Arpione, quanto si poteva vedere di pi volgare, di pi basso, di pi spregevole. E questa era per Alfredo la realt. Nellaltra il sogno, la illusione ora scomparsa: lignobile usuraio era suo padre. Da questo ratto pensiero in lui il rossore, la confusione, cui Ernesto diede interpretazione assai pi, assai troppo avversa ad Alfredo.
Nessuno rispose al conte Sangr, il quale, squadrato ben bene i due uomini che si trovavano nella camera, con accresciuta lespressione dellamarezza, del disgusto, della severit, sinoltr.
Forse capirai subito, Alfredo, la cagione della mia venuta: soggiunge rivolgendosi al giovine. Gli parlava ancora colla seconda persona come ad amico e famigliare, ma pure laccento con cui le parole erano pronunciate levava ogni affettuosit a quella forma e metteva fra i due una gran distanza. E mi risparmierai la pena di doverlo dire espressamente. Ci far che potremo entrar subito nelle viscere dellargomento e sbrigarci con sollecitudine di cosa che  certo ingrata a tutti.
Fece una pausa; nessuno rispose, nessuno parl. Matteo stava curvo, quasi direi rannicchiato, raggomitolato nella sua vergogna; Alfredo avrebbe voluto dir qualche cosa e non sapeva, e si sentiva sempre maggiore, sempre pi dolorosa la confusione, e rimaneva immobile, manifestando il suo turbamento soltanto collansare del respiro.
Ernesto volse di traverso uno sguardo allusuraio.
E tanto meglio che sia appunto presente qui... anche costui.
 indescrivibile a parole laccento di profondo disprezzo, quasi di schifo con cui fu pronunciato quel costui. Alfredo se ne sent correre un brivido pei nervi e un calore alla faccia.
Signor conte, dissegli reprimendo la sua emozione, e cominciando lui a lasciare le forme dellamichevole domestichezza, come credeva che, per ogni riguardo, fosse dover suo di fare: credo che Lei sia in errore. Sar molto meglio che qualunque spiegazione debba aver luogo tra noi, avvenga senza che alcuno vi assista.
E fece un cenno a Matteo perch si allontanasse; il vecchio si curv e savvi con passo sollecito verso luscio.
No, signore: rispose vivamente il Sangr, passando subito anchegli con tutta naturalezza alle maniere cerimoniose di due che non sono amici: mi rincresce contraddirla e manifestare in casa sua un desiderio, a cui insisto perch Ella si arrenda. Questuomo deve udire le mie parole.
Matteo guard con espressione di umile richiesta Alfredo, il quale, perplesso, chin il capo. Al vecchio, in verit, piaceva pi il rimanere, perch paventava triste conseguenze da quel colloquio e parevagli che, lui presente, si sarebbero potute scongiurare. Si ritrasse mogio mogio in un canto e rimase.
Ernesto di Valneve riprese allora a parlare pacato, fermo, con autorevolezza e severit.
Dopo quello che  avvenuto, signor... (egli esit un momentino, come cercando il nome che avea da dare a chi lo ascoltava, e poi non trovandone altri soggiunse) signor Alfredo, Lei sar persuasa che non occorre pi ombra di dichiarazione da parte sua perch noi ci riteniamo sciolti da un impegno che solo uno scellerato inganno ci aveva indotti a contrarre.
Alfredo non si mosse, non rispose che con un sospiro che poteva dirsi un singulto:
Lei capir pure che il duello fra mio fratello e Lei non pu pi aver luogo...
Alfredo curv il capo pi basso.
Ma ammetter eziandio come a me, il quale ho dato a Lei confidenza e amicizia, che lho introdotto nella mia famiglia, a me che non posso credere ancora a tanto rea condotta, Ella deve dare una spiegazione, Ella deve dire come ha fatto suo protettore, suo complice un uomo cos vile, come ha accettato di servirsi di mezzi tanto ignobili e scellerati...
LArpione non si pot contenere; si fece innanzi agitato e interruppe:
Scusi, signor conte Ernesto... Qui il signor... (neppur egli non os pi dire ne conte, n chiamarlo Camporolle) non ha saputo nulla... non sa nulla ancora, glie lo giuro e...
Il conte Sangr gli ruppe le parole in bocca con una sola occhiata, ma una occhiata da far desiderare di sparire sotto terra chi la riceve, per poco abbia ancora di amor proprio e dignit personale.
Nessuno vinterroga voi, ora, disse con quellaccento di oltraggiosa superbia che sanno usare i nobili piemontesi: e un vostro pari, in mezzo a gente onorata, non deve aprir bocca che interrogato.
Matteo si ricantucci spaurito; Alfredo fremente si morse le labbra.
Gran Dio! pensava il primo: innanzi a lui essere trattato in questo modo!
E questuomo che cos impunemente sinsulta  mio padre! diceva a s stesso il secondo con inenarrabile angoscia.
Che ella dunque non sappia quanto quel miserabile ha fatto in nome di Lei? riprese il conte Ernesto parlando ad Alfredo con un piglio scettico insieme e scrutatore. Vorrei crederlo... lo desidero ardentemente per la memoria di quei giorni che abbiamo passati insieme in Crimea.
Ma che cosa?... Parli chiaro: disse con isforzo Alfredo, che sentiva, per segreto presentimento, di essere sul punto di apprendere qualche nuova e forse peggiore infamia.
No: grid Matteo slanciandosi di nuovo innanzi come spinto da terrore. Davvero che il signor Alfredo non sa nulla... e mi pare inutile...
Il conte Ernesto questa volta non parl neppure; volse uno sguardo di sdegnosa fierezza olimpica al vecchio, e fece un gesto: il gesto con cui si manda a rintanarsi un botolo che vinfastidisce.
Alfredo, da parte sua, disse con impazienza:
Lasciate... lasciate parlare il conte... Non  inutile...  necessario, vi ripeto, che io sappia tutto.
Matteo indietr soffocando un gemito.
Parli, soggiunse il giovine, volgendosi al conte: e vediamo se Lei possa apprendermi cosa che io ancora non sappia.
Sangr sinchin leggermente, e riprese a dire:
Ella dunque deve sapere che quel cotale ha tentato in favore di Lei un ricatto, non so se pi impudente o pi scellerato, osando minacciare duno scandalo intorno al nostro casato, dun disdoro al nostro nome, dunonta alla memoria sacra di nostro padre; minacciandone, dico, una debole, inesperta fanciulla, per farla acconsentire alle nozze con Lei.
Alfredo si volse con impeto verso il vecchio.
Voi avete fatto codesto? domand arrossato in volto e cogli occhi che luciccavano fieramente.
LArpione curv il capo senza rispondere.
Il giovine mand unesclamazione che era un grido di nuovo e pi fiero dolore e si nascose tra le mani il volto.
Ernesto, freddamente, brevemente, narr tutto il fatto con ogni suo particolare: quando egli ebbe finito, Alfredo sollev il viso pi pallido e disfatto di prima e disse con una disperazione in cui cera qualche cosa di nobile e di dignitoso:
Ho io conservato ancora il diritto di essere creduto da Lei, se le giuro che io ignorava affatto codesta... deplorabile azione?
Il conte Sangr stette un momento; guard bene entro gli occhi il suo interlocutore, e poi rispose con quella sua voce franca e leale:
S, lo credo.
La ringrazio; rispose commosso Alfredo. Sono innocente... di questa come di qualunque altra colpa che mi viene apposta... Fui lo zimbello di uno strano, maledetto destino; ma pure comprendo che di tutto quel male che venne fatto di me e per me, io debbo portarne la responsabilit, lo comprendo, e mi vi acconcio, e sono pronto a tutto. Mi dica Lei, signor conte, quello che mi tocca.
Ernesto esit un momento.
Il mio cmpito dovrebbe essere finito, disse poi. Poste in netto le reciproche nostre condizioni, appurato che nessun rapporto pi pu esservi fra Lei e noi, nessuno, di nessun genere, (pos bene sulle parole cos dicendo), io non avrei altro che da ritirarmi e lasciare a Lei il pensare se pu trovar modo di provare quanto annulla o scema la sua colpevolezza, di riparare e di espiare; lantica amicizia, per, mi fa non essere alieno dal darle qualche consiglio se Lei lo desidera.
Alfredo fece un cenno dassentimento col capo.
E le dir per prima cosa, continu Ernesto, che Lei deve scacciare ignominiosamente da s e non lasciarsi pi venire tra piedi colui, e accenn Matteo con un gesto di supremo disprezzo, colui, che  il pi scellerato, il pi miserabile, il pi vile degli uomini.
Alfredo ebbe un sussulto, come se toccato al petto da una punta di ferro arroventato.
Lusuraio curvo, strisciante, rattrappito nella sua vergogna, si diresse verso luscio senza parlare.
Ernesto lo perseguitava con queste fiere parole:
S, partite, sottraetevi alla mia vista, incarnazione che siete della codardia, della calunnia, della rapina e dogni turpitudine, ch quando penso come voi abbiate osato tentare di lanciare uno sprazzo del fango in cui vi crogiolate sulla sacra memoria di quel giusto che a me fu padre, a voi benefattore, temo la mia collera sia tanta da farmi superare la ripugnanza che devo avere di sporcare i miei stivali nella vostra sozza persona.
Matteo aveva una mano sulla gruccia della serratura e tremava, Alfredo pure tremava tutto ed era verde nel viso.
Andate! conchiuse il conte con una imperiosit insolente.
Un momento! grid Alfredo: e questa parola gli scoppi dalle labbra come lo sparo dunarma.
Ernesto e Matteo si volsero a lui, il primo con aria di stupore e curiosit, il secondo con sorpresa piena di timore.
Ella dimentica, signor conte, disse Alfredo coi denti stretti, facendo forza a frenarsi, che qui  in casa mia, e non ha diritto di scacciare nessuno.
Il conte prese il suo tono pi altezzoso e petulante.
In casa di qualunque io mi trovi, ho il diritto di fare spazzar fuori un rettile velenoso.
Matteo fece alcuni passi affrettati verso Alfredo, e giunse le mani, come per supplicarlo a tacere, a lasciarlo partire; ma il giovane, con gesto violento, glimpose di tacere e di stare.
Ella dimentica ancora unaltra cosa, soggiunse il giovane, dominandosi sempre, ma pure lasciando scorgere che in lui il furore veniva crescendo e togliendogli la mano.
Che cosa? domand Sangr aggiungendo allaccento di prima una tinta di beffa.
E Alfredo, sempre pi concitato, fremente:
Che non  azione da gentiluomo linveire contro un vecchio, debole, che non ha difesa...
Oh! interruppe il conte con accento di massimo disprezzo: quella gente l senza difesa? Mi burla. Ha una corazza impenetrabile nella sua infamia, che  superiore ad ogni oltraggio.
Alfredo fu dun balzo presso Matteo e lo prese per mano.
Questo vecchio, ora ha unaltra difesa...
E Matteo sottovoce, supplichevole, spaventato:
Che volete fare?... Lasciatemi... State zitto... Lasciatemi andare.
Ma il giovane continuava con forza, con uno scoppio di voce, quasi con rabbia:
Ne ha una in me... che sono suo figlio!
...
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...
Capitolo 33.
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...
Lusuraio mand un gemito.
Il conte si strinse nelle spalle con un moto che aveva insieme del rincrescimento e dellironia.
Me ne dispiace, disse, ma io non ci posso nulla.
Alfredo era affatto dominato dal furore; si post in faccia al Maggiore delle Guardie e gli disse:
Ci pu... ci pu... perch non sinsulta impunemente un padre innanzi a suo figlio... ed io... io figliuolo delloltraggiato, ne voglio una terribile soddisfazione.
Matteo si cacci trammezzo.
No, Alfredo: grid: per carit... ti prego... ti scongiuro.
Il giovane lo allontan con una mano e fece ancora un passo per accostarsi al conte.
Avete inteso? rugg.
Ho inteso benissimo: rispose il Valneve senza scomporsi menomamente, sempre con quella sua aristocratica freddezza. E sarei disposto a dargliene soddisfazione quando le cose che ho detto non fossero vere; ma siccome pur troppo n Lei, n alcuno al mondo pu fare che non sieno tali, Ella vede che a me non resta nulla da aggiungere... E cos, siccome qui capisco naturale la presenza dun essere con cui non voglio avere comune neppure laria che si respira, non mi resta che ritirarmi.
Savvi con passo tranquillo verso luscio; Alfredo saffrett a porglisi dinanzi per impedirgli il cammino. Aveva turgide le vene della fronte, gli occhi lampeggianti, le labbra frementi, ansante il respiro.
E Lei crede, disse con voce mozzata dal furore, aver potuto coprirci dobbrobrio, lanciarci sul viso le pi sanguinose ingiurie e poi lasciarci tranquillamente e non averci pi nulla da fare e non pensarci pi?... No per Dio!...
Eppure sar cos: rispose freddamente il Sangr. La esorto a tranquillarsi, a rientrare in s stesso, e a vedere, se le rimane un po di ragione, che devessere cos, e che non sar altrimenti.
Alfredo scuoteva il capo con atto da impazzito: le mani gli tremavano.
No per Dio! No per Dio! ripeteva. Avr soddisfazione... mi domander perdono...
Il conte interruppe con un moto vivace del capo.
Io?
S, Lei! insistette Alfredo, accostandosi ancora allufficiale: oppure mi dar il suo sangue.
N luna cosa n laltra, rispose Ernesto freddo, superbo, senza muoversi, incrociando le braccia al petto, Quello che ho detto  il vero e son pronto a ripeterlo: il mio sangue lo devo a qualche cosa di pi degno e di pi importante che la collera dun figliuolo dusuraio.
Alfredo rugg unimprecazione; Matteo spaventato gli si pose davanti; Ernesto non si mosse.
Per carit! per carit! supplicava il vecchio.
Ah dunque perch Lei  gentiluomo e io sono plebeo gridava il giovane facendo a liberarsi dalle braccia di Matteo che lo tenevano, a Lei sar lecito calpestarmi e io dovr tacere?... S, plebeo!... Sono plebeo... e user anche modi e vendetta da plebeo... e poich Lei mi rifiuta ogni riparazione, le strapper di dosso quelle spalline...
Con un moto da furibondo, ratto come un fulmine, allontan da s il vecchio, si precipit sul conte e la sua mano diede uno strappo alla spallina sinistra. Il maggiore impallid, una fiamma terribile balen nei suoi occhi, in un attimo balz indietro, e gli lampeggi tra mano la sciabola nuda.
Disgraziato! grid fuori di s anchegli, menando un colpo alla cieca.
La sciabola non colp Alfredo; una mano, un capo si frapposero, e la lama intagli quella mano e scivol a disegnare una lunga riga rossa dal fronte alla guancia di quella testa; la mano e la testa dellusuraio Arpione. Alfredo mand un grido, fece un atto come per islanciarsi in soccorso del vecchio, ma parve che le forze glie ne mancassero, divenne pallido, pallido, quasi stesse per isvenire, e disse con voce appena intelligibile:
Voi siete ferito... padre mio?
Un lampo di gioia a queste parole corse negli occhi di Matteo.
Non  nulla, non  nulla: rispose avviluppandosi nel suo povero sporco fazzoletto la mano lacerata, sanguinante; e intanto non badava che dal volto gli colava fin sul collo una filza di perline rosse che erano goccie di sangue.
Alfredo riacquist la freddezza della sua ragione e le forze dellanimo e del corpo; corse a un cassettone, vi prese pannilini e sadoper frettolosamente a rasciugare il sangue, a fasciare le ferite del vecchio, poi si slanci verso il cordone del campanello per suonare. Vide il conte Ernesto Sangr di Valneve, la cui presenza pareva aver affatto dimenticata. Il Maggiore, pallido ancora per lira suprema che lo aveva invaso, le sopracciglia corrugate, le labbra fortemente strette e le guancie contratte, una spallina mezzo strappata, pendente sul petto, aveva chinato verso terra la sciabola sulla cui punta tremolava una stilla di sangue e guardava fieramente innanzi a s, pronto alla difesa, voglioso alloffendere.
Signore! gli disse Alfredo fremendo, che cosa aspetta ancora Ella qui? Che cosa pretende?
Lufficiale rimise tranquillamente la sciabola nel fodero e rispose pacato ma fiero:
Attendo che la sua emozione... la sua giusta emozione sia un po data gi, per dirle queste ultime mie parole. Mi rincresce di quanto ora  avvenuto; ma se la mia sciabola si  macchiata di quel sangue, non  mia la colpa e ne respingo ogni risponsabilit. Assalito in quel modo indegno, tale che un militare deve a ogni costo istantaneamente, non solo ripulsare, ma vendicare e punire, lira mi ha fatto usare quellarma che, se ci fu data per difendere il re e la patria, portiamo a fianco eziandio per far rispettare la nostra divisa e il nostro onore. Il mio abbandono alla collera, per, parmi abbia modificato alquanto i nostri reciproci rapporti e quindi muta eziandio le mie risoluzioni. La mia sciabola macchiata di tal sangue, credo non debba pi rifiutarsi a incrociare la sua...
Ah s?... interruppe Alfredo, con unesclamazione di gioia selvaggia. Finalmente!... Quando, come, dove?
Tutto come piacer a Lei... Io da questo momento sono pronto ad assecondare in ci qualunque suo desiderio; e per facilitargliene leffettuazione, la quale altrimenti incontrerebbe forse gravi ostacoli, come pu esserne persuaso da quanto  avvenuto dopo la sfida scambiata con mio fratello, io, invocandolo come prova damicizia, otterr da due ufficiali della guarigione che, senza investigar nulla, senza cercar altro, consentano ad assisterla come testimoni. Fra unora al pi tardi Ella avr qui la visita di quei signori.
Va bene: rispose Alfredo, il quale avea riacquistato anche lui tutta la garbata freddezza del gentiluomo.
Il Maggiore sinchin leggermente ed usc come sarebbe uscito dal salotto di una signora dopo un ben composto complimento di congedo.
Ah finalmente! esclam di nuovo il giovine quandebbe visto il battente delluscio rinchiuso dietro le spalle dellavversario.
Era da tante ore che egli soffriva maledettamente; a lui pareva oramai da un tempo infinito. Da ogni parte erano venute al suo cuore, come un bersaglio ai colpi di tutti, offese tremende, orribili, insopportabili, delle quali una sola bastava a mandare in furore e in disperazione un uomo: e contro nessuno gli era concesso fino allora sfogare la sua rabbia, il suo crudele tormento. Ora ecco che tutti quelli oltraggi, tutte quelle ferite pigliavano corpo in una persona, venivano a stargli innanzi in un individuo, su cui tutto poteva riversare quel tumulto di fiera passione, di odio, che ribolliva nel suo seno. Dimentic ogni benigno affetto, ogni generoso sentimento, ogni precedente mitezza dellanimo. Potesse uccidere! potesse sbranare! potesse far piangere! tutti, chiunque! Che importava se colui sul quale sarebbe disceso il suo furore fosse un uomo chegli aveva amato e che lo aveva amato, che avesse stimato di pi, del sangue del quale fosse il suo pi santo, il suo unico amore? Afferrava ora la sua vendetta, lavrebbe fatta compiuta; la voleva, si sentiva la forza e la fortuna di ottenerla.
Ah finalmente! gridava con enfasi di volutt feroce.
Ma sent due braccia tremanti che gli cingevano pianamente il collo, una guancia umida che veniva a toccare lieve lieve la sua, e una voce soffocata, lagrimosa, piena di terrore e di dolore, sussurrargli allorecchio:
No, no, Alfredo, per piet! Tu non ti batterai, tu non mi vorrai far morire di spavento, di angoscia e di dolore... Io sono pur tuo padre... indegno, indegnissimo, ma ti ho data la vita... me la devi...  roba mia... ma non puoi, sacrificando la tua, distruggere anche la mia vita.
Il giovane di subito prov una viva ripugnanza a quel contatto, a quellamplesso, e fece un brusco movimento per liberarsene, ma poi si contenne tosto; stacc lentamente da s le braccia del vecchio e se lo allontan con tranquilla fermezza.
Lasciatemi... disse con accento di risoluzione irremovibile: non domandatemi limpossibile. Chio rinunzi a vendicarmi su qualcuno di tutto quello che ho sofferto e che soffro, chio perdoni, dimentichi e mumilii per evitare uno scontro che desidero ardentemente, (poich voi mi domandate tutto codesto)...  cosa impossibile, assurda, richiederebbe una virt di cristiano, di santo, che io non mi sento davere, che non posso, che non voglio avere... Questa tremenda condizione in cui mi trovo, da cui non posso uscire, che solamente posso temperare uccidendo o facendomi uccidere...
Il vecchio vacill e colla mano fasciata di pannilini sanguinosi si appoggi ad un mobile per non cadere.
In questa sciagurata condizione, chi mi ci ha posto?...  ben giusto che colui al quale spetta la prima, la maggiore, lunica colpa, ne soffra le conseguenze.
Per Matteo le dolorose emozioni avevano raggiunto il colmo di quella misura chegli poteva sopportare. Lo spavento forsanco della ferita, da cui si sentiva scorrere ancora caldo il sangue sulla faccia, la debolezza da ci cagionatagli, concorsero eziandio ad abbatterne ogni vigore anche dellanimo; si mise a tremare a tremare, le gambe gli si piegarono sotto, gli occhi gli girarono nellorbita, le terree guancie gli diventarono gialle, e bench si tenesse al mobile abbrancato, diede gi, fu per cadere in terra. Ma non cadde; Alfredo, che aveva lo sguardo rivolto in lui, lo vide: fu sollecito a corrergli presso, ad afferrarlo, a sostenerlo; lo tenne su stretto al suo seno.
Che cosavete? gli disse: padre!... Padre mio!...
Bench mezzo fuor de sensi, quella dolce e soave parola di padre che per la seconda volta usciva dalle labbra del giovane, il vecchio maledetto e disprezzato tuttavia lud, la bevve direi quasi avidamente, ringrazi con uno sguardo di tenerezza ineffabile, di riconoscenza che colla voce pi non poteva, e svenne sul seno del figlio adoratissimo e gli parve cos dolcissimamente morire. Ah! ma sarebbe stata troppo felice sorte per lui; avrebbe sofferto troppo poco, e ben maggiore espiazione lo attendeva in quello scorcio di vita che ancor gli restava.
Alfredo in due passi trasport sul proprio letto il vecchio svenuto, poi salt al cordone del campanello e diede una grande strappata.
Presto! comand al domestico accorso, un medico, il primo che si possa avere... ma sollecito... ma subito!... correte.
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Capitolo 34.
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Alfredo sta seduto al capezzale di Matteo Arpione, il padre suo, che giace assopito. Il medico  venuto, e ha detto le ferite essere leggerissime, lo svenimento cagionato da patema danimo e non da nessuna grave infermit fisica, non occorrere altro che riposo, quiete dello spirito e qualche cordiale per ottenere un compiuto ritorno alla perfetta salute.
Alfredo siede col, presso al letto, in quella camera semibuia, e contempla fisso il volto delluomo che dorme innanzi a suoi occhi. La quiete del sonno ha disteso le fattezze di lui, sembra che gli abbia tolta via la maschera che usa tenerci sempre di nullit, di apatia, di umilt sottomessa; la gioia provata dalludirsi detta quella parola cui aveva fatto il sacrificio di non udir mai sulle labbra di suo figlio, ha lasciato anchessa sui lineamenti delladdormentato una espressione nuova, di intimo orgoglio, di qualche cosa insieme, che potrebbe quasi dirsi bont; si direbbe che essa ha rievocato su quel volto alcuno dei tratti della sua giovinezza, gli ha ritornato alle sembianze alcun che di generoso che sera ritirato in fondo alla sua anima e vi si era tenuto accuratamente nascosto.
Quelluomo era suo padre! pensava Alfredo; quelluomo aveva lavorato e sofferto per lui, per fare a lui, suo figlio, una sorte invidiata. Sera per ci gravato le spalle e aveva portato pazientemente, quasi lieto, il pesante fardello del pubblico disprezzo, quello pi pesante ancora della propria disistima, sera fatto volontariamente vile e cattivo. Quale disgraziata e maledetta illusione era stata la sua! Avrebbe bisognato che riducesse eziandio cattivo e vile suo figlio perch potesse approfittare quietamente dei frutti sciagurati di quellopera deplorevole; invece no; egli, suo figlio, laveva voluto buono e generoso e aveva fatto di tutto per ci. Vile e cattivo! Avrebbe forse potuto diventar tale, egli, Alfredo? Faceva a s stesso questa domanda e raccapricciava dal terrore; gli pareva di s. Non era figliuolo di colui? Non aveva sangue di lui nelle vene? Lira, il desiderio della vendetta non gli avevano forse posto o per dir meglio suscitato nellanima istinti feroci, crudeli, gli pareva anche bassi e scellerati. Non aveva egli pensato persino un giorno a farsi assassino? Suo padre pure un giorno era stato buono, valente: se sua madre laveva amato, bisognava bene che fosse tale.
Sua madre! Questo pensiero simpadron di subito nella mente di lui, la padroneggi, la volse ad un altro ordine di idee. Essa era un angelo di donna: il padre glie laveva detto; egli lo aveva sentito sin dal primo svolgersi della ragione, per istinto, per intuito indovinatore; lo credeva fermamente. Gli sembr vederla: una figura sottile, delicata, dal mesto sorriso, degli occhi pieni di bont e di luce. Gli sembr che saccostasse a quel letto e guardasse con amorosa compassione lui e il giacente e questultimo gli raccomandasse.
Non farlo morire, pareva udirsi dire nel fondo dellanima, abbine piet, perdonalo, perdona!
Questa parola di perdono se la sentiva ripetere nel capo, nel petto, come di eco in eco, come pronunziata da tutte le parti, ma sempre con una voce dolcissima, una voce femminea, la voce che credeva di sua madre.
Perdonare! S, a quelluomo che aveva grandemente errato,  vero, ma per troppo amore di lui: a quelluomo che involontariamente gli aveva cagionato tanto male, mentre il suo scopo era pur quello di dargli ogni bene; a lui s, ma agli altri? Agli altri che gli avevano fatto provare tante angoscie, che gli avevano fatto sibilare, prorompere, fremere intorno la condanna, la maledizione, il disprezzo del mondo: agli altri, perch avrebbe perdonato? Oh li odiava, li odiava troppo, gli pareva di odiare tutto il genere umano; avrebbe voluto averlo tutto dinanzi rappresentato in un individuo per poterlo assalire, ferire, distruggere. E questo individuo contro cui rivalersi, in cui vendicarsi, nel cui sangue sfogare la sua rabbia, egli lo avrebbe pure avuto a fronte tra poco, e sarebbe stato Ernesto Sangr di Valneve. Lo avrebbe dunque assalito colui, lo avrebbe trafitto, lo avrebbe ucciso. Nella scherma egli non temeva rivali: lo sdegno e la giusta smania di vendetta gli avrebbero accresciuto ancora labilit e le forze. S, lavrebbe ucciso! Chi? Ernesto di Valneve? Colui che gli era comparso, che gli compariva ancora come lincarnazione della vera gentilezza, del vero sentimento di correttezza morale e sociale dellaristocrazia; colui che gli aveva dimostrato stima ed affetto, che egli aveva davvero ammirato ed amato, che aveva desiderato di poter chiamare fratello, e aveva creduto un momento di avere tal fortuna, che era fratello di Albina! Ah! il suo amore per costei non era spento, n manco scemato. Lo sdegno, il riagire contro lonta che lo aveva assalito, il ribollire del sangue sotto il moltiplicare degli oltraggi lavevano attutito un istante, ma ora, a un tratto, si rimetteva a parlare pi forte che mai, e ridivampava colla solita energia, pareva anzi accresciuto dalleccesso della disperazione. Ed egli le avrebbe ucciso il fratello? Avrebbe fatto piangere quegli occhi entro i quali egli aveva traveduta tanta parte di cielo! Essa lo avrebbe odiato, maledetto!... Essa! Ma questo sarebbe stata nuova e ancora peggiore sventura per lui! Ma non avrebbe egli dato qualunque cosa solamente per avere di lei un compianto, un sentimento di stima, un briciolo di lode? Forse anche lei ora lo credeva colpevole del tentativo di ricatto messo in pratica da Matteo Arpione, forse lo odiava di gi, lo disprezzava del pari e anche di pi. Con ci, uccidendogli il fratello, immergendo nel lutto tutta la famiglia di lei, rimediava egli a qualche cosa, riacquistava qualche merito agli occhi della nobile fanciulla, la faceva ricredersi del tristissimo giudizio che aveva dovuto recare di lui?
No certo; no certo. Una nobile azione avrebbe pi facilmente potuto ottenere codesto da lei. Il fratello, il conte Ernesto le avrebbe detto allora comegli fosse persuaso dellinnocenza di lui nel tentativo dellArpione, ed essa gli avrebbe creduto. Ma quale nobile azione? Che cosa poteva egli compiere che meritasse tal titolo nelle condizioni in cui si trovava? Il pensiero della madre, forse lanima di lei gli ridestava nellintimo lidea, la parola di perdono... Era quella una nobile azione? Curvarsi sotto allonda dinfamia che lo sovraccoglieva, non renderne alcuno responsabile, rassegnarsi come a dire lho meritato! Ma il mondo lavrebbe invece chiamata vilt questa e fattone per lui un nuovo argomento di condanna e di disprezzo. E forsanche lei avrebbe partecipato ai giudizi del mondo!... No, sapeva che Ernesto medesimo lavrebbe difeso: era certo che il fratello dAlbina avrebbe saputo apprezzare al giusto la magnanimit dellatto, che egli, il quale lo aveva visto al fuoco delle battaglie, non avrebbe accagionato il procedere di lui a codardia. Ed ella pure, ella lincarnazione dogni bellezza morale come fisica, dogni sublimit dellanima come dellintelligenza, ella lo avrebbe capito.
Perdonare! Perdonare! Rassegnarsi, soffrire ed espiare colpe non sue!... Oh dolorosa, crudele sorte e immeritata! Ben poteva forse subire lignominia, ma viverci, ma portarla pel mondo?... Chi, qual dovere, qual cosa glie lo poteva imporre? Nulla e nessuno. Che cosa avrebbe fatto della vita, di s? Perch avrebbe trascinato unesistenza disonorata per acconciarvisi forse un tempo e fare il callo allinfamia?... Meglio morire: cos tutto sarebbe finito.
Era egli certo che sarebbe finito? Aveva creduto sempre fino allora a unaltra vita, da cui aveva sognato che gli sorridesse lo spirito di sua madre. Gli era sembrato sentire la realt di quel mondo sovraterreno, gli sembrava sentirla ancora. Sua madre lo avrebbe incontrato in quel mondo; che gli avrebbe detto? Invece di abbracciarlo e baciarlo, non lavrebbe forse condannato essa pure? La testa gli ardeva: i polsi gli battevano come martelli. Gli parve scorgere il fantasma della madre guardarlo con corruccio e dirgli: non morire, non bisogna morire! Poi questo fantasma cambiare di fattezze, prendere uno splendore ben noto di cerulee pupille, la seriet, dun sorriso pensoso e dignitoso, le sembianze di Albina, per ripetergli ancora: non morire, non bisogna morire.
Sorse in piedi con impeto, come un uomo che risponde a una chiamata. Un domestico entr in quel punto e gli annunzi sottovoce che due ufficiali chiedevano di parlargli: erano i testimoni procuratigli dal conte Sangr medesimo.
Alfredo gett uno sguardo su Matteo che dormiva sempre tranquillo e poi in punta di piedi usc per andare a raggiungere i due ufficiali nel salotto.
Ai due ufficiali, i quali lo accolsero con una fredda cortesia, Alfredo disse subito, freddamente cortese anche lui:
Mi duole, signori, che si sieno presi il disturbo di venire sin qui. E me ne duole tanto pi, in quanto che nuove considerazioni da me fatte, nuove vicende appurate, mi hanno fatto compiutamente rinunciare al mio primo proposito, per cui avrei avuto bisogno del generoso loro aiuto, del quale ci nulla meno li ringrazio vivamente e di gran cuore.
I due ufficiali si guardarono lun laltro, poi guardarono il giovane che, pallido comera, rimase freddo e senza commuoversi sotto al loro sguardo, poi fecero spallucce e dissero con piglio di indifferenza poco lusinghiera:
Vuol dire che la nostra opera  affatto inutile?
Sissignori.
Tanto meglio!... E ai padrini del conte Sangr, coi quali dobbiamo ora accontarci, che cosa diremo?
Che io spiegher la mia condotta al conte di Valneve medesimo, in una lettera che non tarder a mandargli.
Nientaltro?
Nientaltro.
Va bene.
Fecero un legger saluto del capo con freddezza ancora maggiore e partirono.
Alfredo torn presso Matteo Arpione, che dormiva sempre di quel medesimo sonno placido e riparatore. Lo guard di nuovo a lungo, immobile, pensoso. Il giorno cadeva: la camera era diventata quasi buia del tutto; quella poca luce che era col, in quel vespro di primavera, colle imposte delle finestre socchiuse, dava allambiente una tinta dineffabile tristezza, da illanguidire qualunque anima, anche la meno accessibile alla melanconia. Il nostro giovane cos disgraziato sent intenerirsi; lasprezza dellira, la ferocia dellodio lasciarono luogo a una commozione pietosa; gli occhi infuocati furono inumiditi da lagrime che ne temperarono lardore. Quelluomo chegli aveva l dinanzi suo padre era ora il solo vincolo che lo legasse alla terra, il solo che lo potesse amare oramai, il solo cui egli dovesse amare. E amarlo egli non poteva. Sentiva anche in questo momento, in cui una maggior mitezza di sentimenti lo possedeva, come perdonarlo, compatirlo, s, gli sarebbe stato fattibile, gi quasi lo faceva, ma amarlo non mai. Anzi sentiva che affine di perseverare in quei sentimenti verso quelluomo, gli sarebbe stato necessario di viverne lontano, di non averne presenti la figura, i modi, di non udirne la voce, che troppo gli ricordavano le ragioni per cui egli avrebbe pure il diritto di odiarlo e maledirlo. Quali dunque sarebbero stati in avvenire i rapporti suoi con colui... con suo padre? Che avrebbe fatto di s stesso, dove, come vissuto?
Matteo in quella sagit, le sue labbra mormorarono alcune parole, fra cui il giovane afferr il suo nome, e gli occhi del giacente si aprirono lenti e quasi con fatica.
Alfredo per primo impulso si trasse vivamente indietro come per sottrarsi alla vista di quelle pupille che saprivano nelle occhiaie affondate; ma poi tosto si accorse che questo moto di ripugnanza era avvertito dallinfermo e unespressione di pena grandissima gli si dipingeva nel volto; si fece forza e si riaccost con aspetto se non affettuoso, se non benigno, di grave interessamento.
Come state?...
Laccento era tale da fare accorgere che una parola doveva ancora venire a chiudere la interrogazione; ma come se un ostacolo fosse venuto ad impedirla, quella parola non pot essere pronunziata dalle labbra.
Il vecchio ebbe uno stringimento alla gola come per un singulto, che riusc a reprimere.
Meglio, rispose con voce piena di dolore e di mortificazione: meglio, grazie... E... voi?
Anche nella sua bocca era un altro, di pi affettuosa espressione, il pronome che avrebbe voluto suonare, ma poi non aveva osato venire.
Oh! io sto benissimo: disse Alfredo sforzandosi a dare alla voce un po di tenerezza, ma riuscendoci malamente.
Matteo si sollev a sedere puntandosi col gomito sui cuscini.
Che cosa fate? gli domand il giovane.
Bisogna pure che malzi, rispose. Me ne andr a casa mia... Credo di essere forte abbastanza... vi ho gi dato troppo incomodo...
E butt le gambe gi dalla sponda delle materasse per scendere di letto: ma in quel movimento sent una debolezza maggiore di quel che avrebbe creduto, vide gli oggetti intorno vacillare e girare, e gli parve dessere sul punto di cadere di nuovo in isvenimento.
Restate, restate, gli disse Alfredo che se ne accorse: rimettetevi a giacere... Perch volete alzarvi?... Perch parlate di andarvene di qui?... Non  questa eziandio casa vostra?
Queste parole fecero bene al vecchio: casa sua la casa di suo figlio, era pur vero; e il figlio lo riconosceva, glie lo diceva! Si ridistese nel letto con un sentimento di maggior benessere nella profonda lassitudine da cui era pur preso, le sue labbra abbozzarono un sorriso, gli occhi stavano fissi sul giovane con un luciore di tenerezza, dorgoglio e di riconoscenza.
In Alfredo invece le parole medesime avevano ridestato un nuovo accesso di idee penose, mordenti, crudeli. S, quella era pi casa dellusuraio che sua, poich tutto ci che vera in essa, tutto quello sfarzo e quelle agiatezze che vi si ammiravano, di cui egli aveva goduto fino allora, tutto era frutto dello scellerato denaro guadagnato, raccolto, fatto moltiplicare da quelluomo.
Questa  casa vostra, ripet, tutto quello chio ho creduto di possedere finora  vostro. Non siete voi il mio ospite, ma io lo sono stato sempre di voi.
Ma no, ma no: diceva Matteo con premura quasi affannosa. Io non ho nulla, non voglio aver nulla... Io non so nulla... Che volete che mi faccia io della roba?... Io non ho bisogno che di un cantuccio e duno stramazzo per andarvi a morire.
Non parlate cos, ve ne prego, tranquillatevi... Ora non  momento di parlare di codeste cose... Il nostro avvenire lo regoleremo di poi... Ora badate soltanto a ristabilirvi presto... Bevete questa cucchiaiata del cordiale che vha ordinato il medico:  tempo, e da qui una mezzora vi sar portata una minestrina, come consigli anche il dottore.
E voi? domand il giacente, il cui sguardo rivel tutta linquietudine che si nascondeva dietro questa semplice domanda.
Io uscir un momentino per prendere un po daria: rispose freddamente Alfredo, ch me ne sento davvero il bisogno.
Matteo lasci sfuggire un grido.
Ah mio Dio!... Tu vai a batterti?
No, rispose con forza il giovane: non mi batter.
Tacque un istante, e poi con voce grave, quasi solenne, come di chi pronuncia un giuramento, soggiunse:
Tranquillatevi, padre mio; ho pensato, ho riflettuto, mi sono travagliato collanimo e colla mente. Ora la mia decisione  presa, ferma, irrevocabile. Non voglio n uccidere, n morire.
Usc lasciando in maggior pace il cuore del padre, il quale ebbe fede assoluta in queste di lui parole.
La notte era discesa del tutto; i lampioni venivano accendendosi man mano, e in quellora, in cui quasi tutti si trovavano ritirati nel seno della famiglia, pochi erano i passeggeri per la strada.  ci che piaceva ad Alfredo; egli anzi prese le vie meno frequentate, quelle dei rioni pi poveri, dove era meno facile incontrare persone di sua conoscenza; aveva vergogna di s, gli pareva di portare sul capo un peso dignominia che tutti gli vedessero, che lobbligava a camminare curvo, schiacciato.
Ma mentre camminavano le gambe anche la mente si pose in moto, e prese presto il galoppo addirittura. Riand tutto il passato, per deplorarne ogni fase, ogni vicenda: lui fanciullo senza carezze materne, giovane senza affetti domestici. Quanto sarebbe stato pi felice, se una madre lavesse amato, se un padre lo avesse protetto e onorato colla sua virt, anche nella mediocrit delle fortune, anche nella povert! E lavvenire? Nessun amore per lui, nessuna gioia!
Si riscosse a un bagliore di maggior luce che gli colp lo sguardo venendo da un palazzo. Da quanto tempo camminasse non sapeva pi, per dove fosse passato nemmeno; ci di cui saccorse a quel punto fu che le gambe, a insaputa della sua volont, lavevano portato in faccia al palazzo Sangr di Valneve, sotto le finestre delle stanze abitate da Albina. Sollev lo sguardo: quelle stanze erano oscure; ma pi in l splendevano di viva luce le finestre che egli sapeva esser quelle del gran salone. Si capiva facilmente che l vi era adunanza, forse qualche festosa solennit; un presentimento lo avvis che vi doveva aver luogo tal cosa che era nuova affermazione, nuova consecrazione per cos dire della sua sciagura. Al presentimento venne a dare conferma un fatto. Il portone era aperto; il custode in gran livrea, col cappello a due becchi gallonato e la gran mazza del pomo dargento, stava pronto ad aprire lo sportello alle carrozze che sarebbero arrivate. E una sopraggiunse appunto in quel momento, forse la prima: Alfredo pot scorgere in essa la faccia trionfalmente felice del cavaliere Giulio Sangr in cravatta bianca. Quella gioia, quella superba contentezza che raggiava dai lineamenti, dagli sguardi del giovane, era tutta una rivelazione. Alfredo soffoc un grido, curv pi basso il capo, timoroso di essere visto, e fugg perdutamente.
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Capitolo 35.
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Albina, arrossendo leggermente, aveva detto alla madre e ai fratelli:
Sono stata io a dare a Giulio lannunzio per lui doloroso; lasciate a me pure in compenso di quella pena, il piacere di dirgli ci che penso debba essere anche per lui una gioia.
Acconsentirono sorridendo al desiderio della giovanetta, ed ella mand al cugino queste sole parole scritte:
Vieni; ogni tempesta  passata, dileguata ogni nube: sorride di nuovo e pi lieto il sole nel nostro cielo.
Giulio, tratto di colpo da morte a vita, non istette a indugiarsi per nulla a fantasiare sugli avvenimenti che gli capitavano e di cui non comprendeva la ragione. Albina gli aveva annunziata la sventura dicendogli non dovesse cercare nemmanco il perch, ed egli sera curvato con muta disperazione di dolore; ora gli scriveva che la sventura era vinta, che faceva ritorno per loro la felicit ed egli sabbandonava senzaltro allimpeto della gioia e sollecito accorreva alla chiamata di lei.
Si riabboccarono nel gran salone, di nuovo sotto lo sguardo serio e benigno, innanzi al sorriso severo e gentile del ritratto del padre di Albina.
 dunque vero?  proprio vero? disse Giulio, prendendo le due mani della cugina, guardandola fiso con occhi che scintillavano un po umidi, le labbra agitate, un legger tremito di commozione in tutta la persona, una soave vibrazione di profonda tenerezza nella voce. Questa volta la felicit la tengo per davvero! La tengo per le mani e non mi sfugge pi?
E stringeva con dolce pressione le mani sottili, morbide, tepide, frementi anchesse, della fanciulla, e la divorava cogli occhi.
S,  vero, Giulio; com vero che siamo qui ambedue fronte a fronte, come credo vero il tuo amore per me.
Oh questo! grid il giovane con espressione che fece sorridere la fanciulla.
Il cielo ha avuto compassione di noi, continuava essa, non ha voluto che si compisse il sacrificio che io imponeva a te e a me stessa; dilegu a un tratto un crudele inganno che ci faceva credere alla necessit dessere disuniti.
Ah! un inganno crudele davvero! interruppe Giulio. E posso io ora conoscerlo?
No: rispose Albina con amorevole seriet. Il segreto non  mio, non posso quindi comunicartelo. Bisogna che tu abbi pazienza.
Pazienza facile ad aversi! esclam il giovane. Ottengo soddisfatto il mio pi ardente desiderio: che mimporta il resto?
E la ragazza scherzosa:
Non timporta forse neppure il sapere quando e come si compiranno le solennit per cui rimarranno uniti i nostri destini?
Oh questo s! proruppe vivacemente Giulio, mentre saccresceva nelle sue pupille il lieto scintillo. Quando? quando?
Non so se a te piacer quello che piacerebbe a me ed anche ai miei...
Tutto, tutto...
E allora, senza perder pi tempo, si farebbe la scrittura di nozze questa sera medesima.
Giulio impallid per lemozione; le sue mani, che tenevano sempre quelle di Albina, si strinsero per moto di contrazione nervosa.
Questa sera medesima! ripet egli, quasi balbettando.
O che ti par troppo presto? disse vivamente la fanciulla con ischerzosa malizietta.
No... Oh no!... No di certo! grid Giulio, il cui pallore di pocanzi lasciava il posto ora ad un lieve rossore. E poi? E poi?
E poi... se a Lei signor cavaliere sar di aggradimento... la settimana ventura il matrimonio.
La settimana ventura!... E perch non subito?
Questo lo domanderai a mia madre e ad Ernesto che sono stati loro a dire cos, e te ne sapranno spiegare la ragione... Ho voluto essere io ad intender teco la cerimonia di questa sera. Non ti dispiace?
S, questa sera... Corro ad avvertire il notaio... Ad invitare quelli che possiamo desiderare presenti, ci penseranno tua madre e i tuoi fratelli; non  vero?
E saranno pochi. Desidero che vi sia il minor numero possibile di testimoni...
Anchio, anchio... glindifferenti guastano.
E dopo la parola che ci siamo data, che ci avvince per tutta la vita, avr acquistata nuova irrevocabilit.
Per me, non ha bisogno di nessunaltra funzione per essere irrevocabile fin dora. Non sai che perdendo te la mia vita era terminata? 
E riacquistandomi?
Ricomincia pi splendida e pi bella.
S, splendida e bella per ambedue... Pensare che saremo sempre insieme, sempre luno per laltro, un sol cuore, una sola anima, una sola esistenza! Il tuo pensiero sar il mio, e i miei desideri saranno i tuoi; non  vero? Sentiremo insieme: tutto quello che commuover te si ripercoter nella tua compagna: sar una vita addoppiata, doppia ogni gioia, e il dolore, invece, non doppio ma condiviso...
Dolore! interruppe Giulio, colla baldanza dun giovane che vede sorridergli il destino e gli pare impossibile che esso si muti. Ma ne avremo noi di dolori?... Sapremo pur che cosa sia il dolore? Come potr questo penetrare nella cerchia fatata della nostra felicit, in cui sar mantenuto eterno lincanto, il sorriso, la luce, dalla forza del nostro amore?
Albina sorrise caramente, ma pure prese un aspetto di gravit gentile.
Oh! il dolore in questo mondo entra dappertutto: disse con accento serio; ma  pur vero che lamore lo combatter efficacemente. E io nella durata dellamor nostro ho piena fede, Giulio.
Abbila: esclam con forza il giovane. Lho anchio. Il nostro amore, vedi, cresciuto con noi nellinfanzia, nelladolescenza, s fatto sangue nostro, nostra natura, parte essenziale del nostro essere pi intimo. Io non posso neppur pensare pi di vivere senza di esso.
Parlarono ancora a lungo del loro avvenire, fecero disegni, fantasticarono vicende, gioirono in anticipazione col pensiero le pi care e modeste consolazioni della famiglia; separandosi Giulio sfior colle labbra la fronte alabastrina, purissima della fanciulla. Poi colla contessa Adelaide e con Ernesto si determin ogni particolare degli sponsali e della celebrazione del matrimonio. Dopo questo, invece del viaggio solito a farsi dal maggior numero, gli sposi sarebbero partiti per la villa dei Sangr.
Quel segreto che Albina non aveva voluto comunicare al suo sposo, perch non se ne credeva in diritto, appartenendo agli altri, Giulio venne a conoscerlo quel giorno medesimo per opera del marchese Respetti. Questi pens debito di delicatezza il rivelar tutto al figliuolo del cavaliere Armando; e poich i denari. mandati al giovane erano usciti dallo scrigno di lui Respetti, egli si trovava appunto aver gi pagato, senza saperlo, il debito che gli incombeva. Giulio aveva fatto molte difficolt per decidersi a ritenere quella somma: e vi si era acconciato solamente quando la zia e il cugino Ernesto, alla parola dei quali egli dava un reverente ossequio, gli ebbero affermato che cos doveva fare.
Venne intanto quella sera ben augurata, a cui anelavano con tanto desiderio i cuori leali dei due nobili giovani. Bench pochissimi fossero gli inviti, il salone era illuminato come nelle maggiori occasioni delle pi importanti solennit. Albina abbigliata con ricca semplicit di una veste di seta color grigio perla, con una collana a pi giri di perle, con perle ai polsi e nei capelli, la cui abbondante massa di un bel biondo cinerino, sotto a quel piovere di calda luce aveva riflessi miti e tinte soavi, era in tutto lo sfoggio della sua eletta, nobile, pura bellezza. Modesta la gioia nel raggio degli occhi cilestrini e profondi, nel sorriso delle labbra piccole e rosate: dignit graziosa, semplice, elegante, piena di naturalezza nellaspetto, nel contegno, nelle parole, con cui rispondeva ai complimenti, con cui accoglieva regali ed amplessi dei congiunti invitati. Giulio aveva il pallore delle grandi emozioni; si conteneva di tal guisa, ricacciava cos nellintimo la sua gioia, che sembrava quasi freddo e indifferente; ma i suoi occhi non si staccavano dalla leggiadra figura della sposa; la guardava e guardava, le sue pupille balenavano, parevano tremolare per soverchio commovimento.
Quando il notaio ebbe finito di leggere la scritta, Albina, a cui fu presentata la penna, firm con mano ferma, e poi si volse allo sposo e gli porse a sua volta quella penna medesima con cui essa aveva scritto, accompagnando latto con un sorriso lieve, ma in cui Giulio credette in quel punto scorgere a balenare una visione di paradiso. Le due destre dei giovani, sguantate, sincontrarono, al tocco di quelle fine epidermidi si riscossero ambedue; si sorrisero, arrossirono, e il giovine saffrett a sottoscrivere ancor egli. Allora la fanciulla, che aveva seguitato collo sguardo ogni movimento di Giulio, fece un passo verso di lui, e con atto di franca, nobile risolutezza gli tese quella sua mano che era ancor nuda del guanto. Egli la prese colla destra nuda altres, la strinse, poi la port alle labbra e vi depose un bacio caldo e rispettoso; poi pass il braccio, di lei nella piegatura del suo, e cos uniti camminarono in mezzo ai gruppi deglinvitati, ricevendo congratulazioni e complimenti.
Era una bella serata della fine di marzo, e allaere tepente primaverile si erano aperti il balcone e le finestre che guardavano verso il giardino, perch quel vasto salone, posto nel centro del palazzo, si estendeva per tutta la larghezza delledificio, e aveva da una parte finestre e balconi sulla strada, e dallaltra un lungo balcone e finestre sul giardino. I due sposi, mentre i domestici in gran livrea servivano su vassoi dargento confetti e gelati, mentre i pochi accolti a testimoniare gli sponsali stavano divisi a gruppi chiaccherando; i due sposi, dico, tenendosi cos a braccio, con una ineffabile, dolcissima volutt, savviarono verso il balcone dalla parte del giardino, vi andarono e appoggiatisi alla ringhiera, vicini vicini, stretti lun allaltro, il cuore innondato di delizia, separati cos dalladunanza, lasciati liberi con affettuosa compiacenza, stettero l, rapiti, a gustare la immensa loro felicit, senza trovar nemmeno parola da dirsela, ma pure manifestandosela reciprocamente con cara eloquenza, merc rotte, bisbigliate paroline indifferenti, merc i sospiri, gli sguardi. La luce rossigna che usciva a onde dal salone, prima di perdersi nelle masse oscure degli alberi fatti neri dalla notte, contornava dunaureola infuocata quelle due teste bionde, chinate una verso laltra, con espressione di infinito amore, di infinita dolcezza, di felicit infinita.
E mentre essi trovavansi sollevati in tanto paradiso, di sotto, quasi ai loro piedi, si rodeva, si tormentava, soffriva orribilmente un infelice piombato a dirittura nellinferno pi crudele del dolore, della disperazione.
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Capitolo 36.
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Alfredo era fuggito da quel palazzo in festa, nel quale aveva visto entrare con gioia s trionfante il suo rivale, ora al colmo di quella felicit che egli aveva tanto desiderata e che gi si credeva di avere raggiunta. Ma non erasi di molto allontanato, prima che una forza invisibile lo arrestasse e, riluttante, dopo una breve resistenza, lo trascinasse di bel nuovo alla luce per lui beffarda, oltraggiosa, che raggiava dagli alti finestroni della casa dei Sangr. Una voglia dissennata, una vera smania da mente impazzita lo assal: vederla, vedere quella donzella cui da tanti anni egli pure adorava, vedere Albina nello splendore della sua bellezza, nellirraggiamento della sua gioia, stamparsene ancora una volta nella memoria limmagine, che pure aveva s profondo impressa nella mente e nel cuore, per poterla portar seco, lontano, per sempre, l dove sarebbe andato a lasciare estinguere la sua vita di venticinque anni, senza poterla, cogli occhi del corpo, quella cara fanciulla, rivedere pi mai.
Stette un poco sulla strada, lo sguardo fisso sulle finestre illuminate, come sbalordito, come in un dolente torpore di cervello; gli sembr vedere ne passeggeri volti di conoscenza che lo guardassero con istupore; trasal, si lev di l, svolt la cantonata, simmerse nellombra della strada vicina, in cui radi i lampioni e quasi deserta. And, senza proposito determinato, senza quasi accorgersene, lungo le mura del palazzo, poi lungo quello che cingeva lannesso giardino. Col era silenzio e tenebre: sola luce quella delle scarse e poche fiammelle di gaz nei lampioni municipali e quella delle stelle nel cielo, solo rumore lo stormire del venticello primaverile in mezzo alle prime fogliuzze e ai fiori degli alberi del giardino. Nelloscurit della notte, al di sopra delle piante, vedeva per laria un rossigno chiarore: era il riflettersi della luce del gran salone. Camminava senza volont determinata, senza meta, lungo quel muro, e cercava e aspettava, e non sapeva neppur egli che cosa aspettasse e cercasse. Il caso sembr venire in aiuto alla sua incertezza; trov a un punto nel muro di cinta una porticina colluscio aperto, forse per oblo del giardiniere, non esit neppur un momentino, entr, e a passi sospesi e guardinghi si avvi verso il palazzo, da cui veniva, a guidarlo, quel bagliore di luce.
Giunse cos, inavvertito, fin dinanzi al lungo balcone della gran sala, e l, dietro una macchia piuttosto folta di piante sempre verdi, sappost, sappiatt, gli sguardi sempre fissi a quelle ampie aperture, traverso cui vedeva lo splendore de candelabri, la seta degli arazzi, le frange e i ricami delle tende, le ombre dei raccolti andare e venire. Trasal pi volte, scorgendo passare una figura alta e sottile di donna, vedendo disegnarsi sul fondo chiaro e sparire le linee flessuose dun bel corpo femminile, udendo il fruscio duna veste di seta. Finalmente due figure si staccarono in nero dallambiente infuocato del salone e savanzarono nella penombra del poggiolo sulla cui ringhiera vennero ad appoggiarsi. Alfredo sent un freddo di terzana corrergli per le vene, e poi subito una vampa di fuoco salirgli alla testa. Erano essi, gli sposi: era lei, colla sua grazia, colla mala del suo portamento, collo splendore divino de suoi occhi cilestri. Come gli parve ancor pi bella, ancora pi nobile, ancora pi sublime, di quanto lavesse vista mai, egli che pure aveva sempre visto in quella leggiadria di fanciulla tutto quanto vi poteva essere di pi bello, di pi nobile, di pi sublime al mondo! Vedendole al fianco lo sposo, a cui essa sorrideva, che raggiava da tutto laspetto la gioia superba, ineffabile dun supremo trionfo, s, linvidia lo morse, ma pi ancora il dolore. Eccogli dinanzi la meta pi alta e pi cara a cui egli aveva agognato: grandezza, elevatezza, felicit umana erano per lui tutte incarnate in quella dominatrice, virtuosa, intelligente bellezza di vergine. Era stata una temerit in lui lo aspirarvi; lui nato nel fango, cos lontano da quella stella del cielo. Un altro la otteneva, un altro la doveva possedere, ed egli sparire dalla sfera in cui ella splendeva, sparire nelloscurit, nella bassezza del volgo, onde non avrebbe dovuto uscir mai.
La guardava e soffriva; la guardava, guardava, e lagrime silenziose gli colavano gi per le guancie. Era certo lultima volta che la vedeva. Addio, con quella bella persona, addio sogni di grandezza e di onore, addio febbri di entusiasmo, addio per sempre o amore! E tuttavia nella dolorosa stretta di quei momenti, pur sotto il morso della gelosia, dellinvidia, dellacre passione, egli sentiva che nel suo petto cera valore, nel suo cervello pensieri, nel cuore ispirazioni, e ispirazioni non indegne di lei. Era nato di plebe, era sangue dun abbietto, eppure osava dire a s stesso lanima sua non impari a qualunque di pi titolato. Ma che giovava ci? Albina Sangr di Valneve mai non avrebbe amato il figliuolo dellusuraio!
Gli sposi, chinati sempre pi luno verso laltro, le braccia intrecciate, i capelli biondi che si toccavano, che si frammischiavano, che si accarezzavano quasi, gli occhi negli occhi, si sussurravano parolette, si sorridevano seriamente. Qualcheduno degli invitati era andato al pianoforte e suonava con maestria e sentimento la romanza del tenore nella Contessa dAmalfi del Petrella; quelle note di melodia amorosa e soave si diffondevano dolcemente per la notte, parevano avvolgere come una carezza le teste dei due sposi, farci intorno unaureola di tenerezza e di volutt e andare a morire, come un sospiro amoroso nei recessi, del giardino. Alfredo sentiva ancora egli invadersi da un languore, da una specie di dolcezza che pur gli era un tormento. Il corpo debole per le veglie, pel digiuno, lo spirito affranto dalle torture e dagli spasimi sofferti lo facevano acconcio alle allucinazioni: sotto limpressione di quella musica ebbe come un vaneggiamento, come un sogno da sveglio. Era lui lo sposo, era lui che doveva essere l su quel balcone al fianco di quella bella visione dangelo, era lui che quella fanciulla splendente di perle credeva daver vicino ed a cui voleva sorridere. Una mala lo teneva l inchiodato e aveva dato ad un altro il posto che a lui spettava; ma a momenti quellincanto sarebbe stato rotto, al seno di lui fremente si sarebbe slanciata la amorosa fanciulla, intorno al suo capo avrebbe spirato quellalito damore. La musica si faceva sempre pi dolce, sempre pi appassionata; egli tese le braccia verso quellapparizione, volle mandare un grido di richiamo, di protesta, damore, dirle: son qui io; sono io il tuo sposo; ma per fortuna le fauci contratte non lasciarono uscire la voce.
Anche i due amanti, anche i due felici fidanzati, vinceva il languore della tenerezza tramandato da quella soavit di suoni; le ciocche dei capelli della fronte si confusero vieppi insieme, un pi vivo baleno corse nelle pupille e due labbra tremanti si posarono sopra una guancia morbida come il velluto.
Allora un rantolo pot uscire dalla gola di Alfredo e i cespugli sagitarono sotto la stretta delle sue mani contratte. I due giovani sul balcone si riscossero al rumore, interrogarono collo sguardo loscurit del giardino, nulla videro n avvertirono, ma tuttavia entrarono solleciti nel salone.
Quando Alfredo si ridusse a casa, era gi verso il mattino: dove avesse girato fino a quellora, dopo uscito di furia dal giardino Sangr, egli non lo avrebbe saputo dire a niun modo. Aveva la sembianza duno spettro pi che dun uomo. Suo padre, che lo aveva aspettato con unansia che  pi facile immaginare che descrivere, ne fu spaventato. Ma egli non toller domande, n preghiere, n consigli, n le pi semplici osservazioni. Disse a Matteo che avrebbegli parlato fra poco per definire i loro reciproci rapporti, e si chiuse in camera, dove stette parecchie ore. Finalmente chiam a s il padre e per prima cosa gli domand:
Voi avete continuato ad avere relazioni o almeno corrispondenza con vostro nipote e mio cugino Pietro?
Pietro?... Che Pietro? interrog di rimando lArpione, che non saspettava simile richiesta.
Pietro Carra, rispose freddamente Alfredo, il figliuolo della sorella di mia madre, quello che comp il delitto che avevo pensato io pure...
Eh via! interruppe il vecchio: colui non  pi nulla n per me, n tanto meno per te...
Voi potete pensarla cos... e la pensate male: disse il figliuolo con una certa severit: io la penso diversamente. Quelluomo che fu lassassino del duca, e quella disgraziata ballerina che fu la ganza del duca medesimo, sono... dopo di voi... i soli parenti che mi rimangono.  naturale,  mio dovere che io mi interessi delle cose loro.
Matteo curv il capo e non rispose: non trovava parole da dire. Alfredo continuava:
Della ballerina mimporta poco; ma le venture del cugino Pietro mi piacerebbe conoscerle. Egli  partito per lAmerica, non  vero?
S.
E di l scrisse al governo di Parma, rivelandosi reo, perch si cessasse dal tormentare degli innocenti per iscoprire il colpevole?
S.
E voi, suo zio, lo lasciaste partire senzaiuto, e non gli veniste mai in soccorso colaggi?
Io ho fatto per lui quel che dovevo, e pi di quel che dovevo: rispose vivamente il vecchio. A me egli raccomand la sua famiglia prima di partire, io ho provveduto ad ogni bisogno di essa... Quando poi Pietro si fu trovato col non solamente di che vivere, ma di che mantenere con onore tutti i suoi, sono i stato io che ho fatto partire moglie e figliuoli per andarlo a raggiungere...
Dunque ne riceveste delle lettere?
Sicuro!
E ne avete il ricapito.
Lavevo: ma dopo che la famiglia fu arrivata sana e salva ad unirsi con lui, ed egli me ne scrisse lannunzio, n egli si fece mai pi vivo, n io ebbi occasione di scrivergli, e non so pi che sia di lui, n se continui a trovarsi dovera.
Voi le avete ancora le lettere che egli vi ha scritte?
S.
Me le lascierete vedere.
Volentieri... Ma che vuoi farne? Qual proposito  il tuo?... Sarebbe forse quello di andartene anche tu in quei lontani paesi?
Chi sa!... Forse!...
Ma tu non hai per nessun modo bisogno di colui. Te lho gi detto anchio. S, sar buon partito lo andarsene: e non occorrerebbe neppure correre tanto lontano. Io ti aveva suggerito la Francia, lInghilterra, la Germania... Ma se ti piace di pi lo allontanarti fino nel nuovo mondo, sia pure: gi colle tue ricchezze potrai vivere bene in qualunque paese.
Alfredo ebbe un leggero sussulto.
Le mie ricchezze: interruppe con accento brusco. Io non ho ricchezze. Tutte quelle che avete raccolte sono vostre, di voi solo...
Ma no! ma no! grid il padre, quasi spaventato. Te lho detto: io ho fatto tutto per te...
Mi lasciereste dunque disporre liberamente di quelle sostanze che ora figurano di appartenere ad Alfredo Corina?
Ma s: Ma s!
In qualunque modo che a me piacesse?
Affatto, affatto.
Ebbene, sentite quello che ho determinato di farne.
...
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Capitolo 37.
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Quella mattina, verso le dieci, il conte Ernesto Sangr di Valneve riceveva la lettera seguente
Signore,
Ho pensato maturamente: una veglia angosciosa ha portato consiglio alla mia ragione fieramente turbata. E che avesse da turbarsi la pi solida ragione per laccavallarsi di sventure e dolori che mi precipitarono addosso ad un tratto, Vossignoria lo vorr, spero, riconoscere. Il mio sdegno, anche contro il destino che mi percosse innocente, anche contro di Lei, che dopo flagellata colle parole lanima mia, macchi la sua arma dun sangue che per me, ad ogni modo, devessere sacro e prezioso; il mio sdegno  passato; non rimane che lamarezza... e lonta.
Confesso che Ella ebbe impulso quasi irresistibile alla violenza collarmi, dalla violenza cieca del mio atto da dissennato; riconosco che fu involontario il suo ferire un vecchio inerme; e riconosco pure che fu atto di generosit in Lei il dimenticare a un tratto chi sono e qual sono per innalzarmi fino a suo uguale un momento e giuocar meco la partita della morte; riconosca e confessi Lei pure che le sue oltraggiose parole non potevano a meno di far ribollire il sangue dun figlio.
Ora, la ringrazio di codesto suo atto di generosit, ma, come ho gi dichiarato a quei signori ufficiali, che dietro sua intromissione vennero gentilmente da me per assumere lufficio di padrini, non intendo approfittarne.
Che si sparga il mio od il sangue di Lei, a che cosa ci rimedierebbe? Non aggiungeremmo che una sventura di pi e un rimorso per uno di noi. Ho finito per accorgermi che v un altro e miglior divisamento da scegliere per me. Parto... sparisco dalla sua citt, signor conte, dal suo mondo, e cos lo possa io pure dalla sua memoria, per sempre. Dove io vada, che cosa sar di me, a Lei non importa saperlo e non lo so nemmeno io stesso.
Una cosa ancora ci tengo soltanto ad affermarle, ed affermarle con giuramento solenne, come farebbe un moribondo allagonia, quando si sente gi premere sullanima il peso enorme dellinfinito e non si pu e non si sa mentire.
Di tutto il male che si fece per me, in mio vantaggio, io non ne ho saputo nulla mai. Della ridicola, assurda, ingannevole commedia che mi si fece rappresentare, io non ebbi pur mai il menomo sospetto; recitai in buona fede la parte e mi pensai sempre nel vero. Ahim, codesto male, per quanto io lo deplori, non posso ripararlo; ma posso e debbo espiare falli non miei, ma per me compiti. Al vecchio che riman solo, il non rivedere mai pi il figliuolo per cui ha errato cos sventuratamente, sar espiazione eziandio. Parto, non mi maledicano, mi dimentichino.
Alfredo.
Il conte Sangr lesse questa lettera non senza qualche commozione. Allinnocenza del giovane egli credeva gi, ora ne fu certo. Lesse in famiglia quellultimo addio dellinfelice e fu in tutti per esso un pietoso compianto.
Da quel giorno diffatti quegli che tutti avevano conosciuto pel conte Alfredo di Camporolle spar da Torino e non fu pi visto da nessuno. Si seppe chegli era partito per Lugo. Un gran discorrere si fece per alcuni giorni di lui, delle sue avventure, della sua partenza, per tutti i salotti anche della societ pi elegante, per tutti i caff di Torino, nei clubs e in ogni adunanza di sfaccendati. Si cercava, per ispirito di curiosit punto benevola, dellArpione: e lodio che questi aveva ammucchiato su di s scoppiava violento nei commenti maligni e nelloltraggiosa esultanza della gente che diceva scoperta finalmente e svergognata limpostura. Si parl perfino di processo; ma il fisco non credette averci gli elementi, e il conte Ernesto Sangr si adoper molto perch non si facesse, in considerazione non del vecchio usuraio, ma del figliuolo innocente. Del resto il misero Matteo non aveva bisogno dellazione della giustizia umana per essere severamente punito; il destino, la Provvidenza laveva percosso col maggior rigore possibile.
Chi vedeva allora il padre dAlfredo non poteva a meno di sentirne compassione. La sua aria di apatica durezza, quellindifferenza incommovibile, di cui egli si era fatta unarma e una maschera, quella chegli era riuscito a imporsi e che poteva proprio dirsi faccia di bronzo, non esisteva pi affatto, come caduta a pezzi, per lasciare scorgere di dietro la vera faccia, quella dun uomo colpito da un inconsolabile dolore, improntata dai segni pi profondi dello spasimo e della disperazione. Se prima egli aveva tale aspetto che qualunque sarebbe stato imbarazzato a dirne let, ora appariva decrepito: il corpo gli si era incurvato, gli occhi vieppi infossati e circondati di quel rosso che lasciano le lagrime dopo che sono state tutte spremute, le labbra divenute floscie, pendenti, livide; dalle guancie avvizzite erano saltati fuori vieppi gli sporgenti zigomi; avresti detto che toccava i centanni.
Quanto aveva pianto! Egli che da tanti, tanti anni non aveva pi versato una lagrima, da quando aveva visto calar nella fossa la salma dellunica donna che avesse amata. Chi lavesse visto quella sera in cui Alfredo era partito! Per decidersi a lasciarlo, per acconsentire a quanto il figliuolo aveva determinato, egli aveva dovuto rinnegare tutto il suo passato, veder distrutta interamente la sua opera, fatti inutili tutti i suoi travagli, tutti i sacrifizi. Aveva supplicato Alfredo di lasciarsi seguitare da lui, come da un cane fedele; ma il giovane non aveva ceduto per nessuna preghiera. Non aveva manco voluto che lo accompagnasse alla stazione della via ferrata donde egli part per un treno notturno, miseramente vestito, celandosi il viso, con un biglietto di terza classe. Nelladdio, il vecchio, a manifestare la sua disperazione, non pot nemmeno trovare parola; balbett, fin per gettarsi in ginocchio ai piedi del figlio, e scoppi in pianto, gridando in mezza ai singhiozzi con voce strozzata:
Perdono!... Perdono!
Alfredo stette un istante come incerto di quel che dovesse fare, come assorto in chi sa quali lontani pensamenti, poi si riscosse, abbass una mano sulle chiome scarmigliate di quel capo brizzolato, oppresso dalla vergogna, dal pentimento, dal disprezzo del mondo, che era il capo di suo padre, e disse grave e quasi solenne:
Vi perdono, e prego da Dio che il dolore che io sono costretto a darvi, sia per voi sufficiente espiazione ad ogni cosa.
Le ciarle della cittadinanza torinese avevano gi cessato di occuparsi di Alfredo, tanto pi che le gravi novelle politiche onde si preludiava alla guerra che doveva scoppiare in sul finire di aprile, tutta chiamavano a s la pubblica attenzione, quando giunse notizia che per un poco rimise di nuovo quellargomento nei discorsi della gente. La notizia era venuta con una lettera di Ernesto Sangr alla famiglia. Al maggiore delle Guardie, Alfredo aveva scritto cos:
Cedo a una tentazione damor proprio a cui dovrei resistere; ma non ho saputo ancora cotanto straniarmi dalle vanit mondane, per non tenerci a farmi un po meno ostilmente apprezzare da quelluomo che ho stimato e che continuo a stimare pi di tutti. Faccio dunque uneccezione alla regola che mi son fatta di non fare pi sapere nulla di me, per apprenderle che dogni possedimento, dogni ricchezza di cui ho goduto finora, mi sono spogliato, istituendo col ricavo della vendita opere di beneficenza in quei paesi dove esistono quei tenimenti e quelle ricchezze. Ora sono povero affatto, e sono assai pi libero e leggero per ricominciare il corso della mia esistenza, in mezzo alla plebe, di cui sono e a cui appartengo.
Ernesto scrisse alla madre e al fratello che in Torino, dove tanto sera pure inveito contro il misero tacciato davventuriero, facessero conoscere questatto, che egli non esitava a proclamare de pi nobili.
Si seppe poi diffatti per altre parti che dal Corina (egli legalmente non aveva altro nome da portare) erano stati fondati un ospedale, un asilo infantile e una cassa di pensioni pei vecchi operai, impiegando in ci tutto il vistoso, suo patrimonio. Nella societ che Alfredo aveva frequentata, alcuni lo lodarono, parecchi dissero con indifferenza che non aveva fatto pi del suo dovere, non pochi eziandio lo derisero e giudicarono la sua una sciocchezza: tutti poi, dopo un poco, lobliarono.
Non era scorsa una settimana, quando Matteo Arpione, a cui il figliuolo non aveva mai scritto, ricevette una lettera da Cuneo, in cui lesse tremante per emozione, avendone subito riconosciuta la calligrafia:
Se volete vedermi, trovatevi marted sera sul viale di Piazza dArmi verso la Crocetta, alle ore otto; avr dieci minuti da darvi. Alfredo.
Matteo sussult di gioia, e nella grandissima sorpresa che questo biglietto gli produsse, fecero capolino alcune speranze lusinghiere al suo cuore di padre. Alfredo gli aveva detto che presso di lui non sarebbe tornato mai e che quindi in terra non si sarebbero pi visti, che sarebbe partito per lAmerica a raggiungere il cugino Pietro, al quale anzi aveva scritto subito per rivelare il suo essere, notificare la sua determinazione e domandare informazioni e consigli; e ora scriveva da Cuneo, annunziava il suo ritorno a Torino, senza dire alcuna ragione, senza accennare per quanto tempo, e gli scriveva, a lui, suo padre, per dargli un convegno. Avesse cambiato avviso! Si fosse pentito della sua crudelt verso il vecchio, avesse compreso che lo aveva condannato a una pena soverchia e venisse per dirgli che lo prendeva seco! E se anco non fosse cos, rinasceva nellanimo del povero padre la speranza di ottenere ancora questa sorte benedetta, scongiurandolo di nuovo, movendone la compassione.
A ogni modo, la sera indicata, col cuore che gli batteva, il vecchio era fin dalle sette ore sul viale designato, guardando con tanto docchi, fin dal pi lontano che gli apparivano tutte le figure di giovani, per poter scorgere pi presto le dilette, desiate sembianze del figliuolo.
Erano incominciati i movimenti di truppa, perch il Piemonte prendeva le necessarie disposizioni difensive contro lAustria le cui armi rumoreggiavano minacciose al confine. Quel pomeriggio un corpo di volontari passava da Torino per andare ad accantonarsi a Brandizzo; e tutta la popolazione era alla stazione di Porta Nuova, dove giungevano col treno della ferrata, per salutarli, acclamarli e accompagnarli fino fuori Porta Milano, ch dovevano poi recarsi a piedi al luogo loro prescritto. Appena fuori della stazione, mentre i giovani volontari applauditi, circondati, abbracciati, oppressi dai cittadini, stentavano a mettersi in ordine e formare le file, si sarebbe potuto osservare uno di quei militi sgusciar lesto dalle righe, dire alcune parole al capitano, il quale si affannava a raccogliere la compagnia, e avutone in risposta un gesto dassenso, correre presso i carri dei bagagli, deporvi lesto lo zaino e il fucile, raccomandandoli ad uno dei compagni fra quelli che erano di scorta, e poi torsi sollecito di mezzo ai soldati e alla folla, e sparire.
Tutta la calca aveva accompagnato i volontari allaltra parte della citt, precisamente a quella opposta a piazza darmi, cos che quando Matteo venne al luogo del convegno, quel viale in tal epoca dellanno gi sempre scarso di passeggieri quando il giorno  caduto, quella sera era quasi affatto deserto.
Le tenebre scendevano, e Matteo impaziente, ansioso, tormentato, non vedeva giungere colui che attendeva con tanto ardore di desiderio. Che non venisse? Certo bisognava che per ci gli fosse capitata disgrazia, giacch non avrebbe avuta la barbarie di scrivergli cos, di fargli nascere quella speranza per poi dargli il doloroso colpo della delusione. E se una sventura lo avesse colpito, come fare a chiarirsene? Pensava correre a Cuneo donde il bollo postale gli aveva appreso che la lettera era partita, e l mettere sossopra la citt finch avesse trovato il figliuolo, quando ad un tratto vide, saltato il fosso di fianco del viale, piantarglisi innanzi un volontario dei garibaldini e dirgli con voce ben nota, perch gli era impressa nel cuore.
Non mi riconoscete pi?... Sono io.
Matteo stette l, stordito.
Voi!... Tu! esclam, non trovando parole. In quellabito!... Che vuol dire?
E il giovane pacato, serio, ma dolcemente melanconico:
Vuoi dire che sul punto dimbarcarmi per lAmerica mi venne un pensiero pi giusto, pi degno. LItalia ha bisogno di soldati, sono venuto a dargliene uno.
Gran Dio! gemette il vecchio. Ancora una volta alla guerra!... Ma tutto il tempo che sei stato in Crimea fu per me unagonia; e ora di nuovo...
Conviene rassegnarvi. Non vi ho gi detto che dovevate fare un sacrifizio di vostro figlio?
Ma io non voglio...
Alfredo lo interruppe con una mossa e uno sguardo pi efficaci di qualunque parola.
Non voglio che tu muoia: continu il padre.
Lasciate fare la Provvidenza: disse gravemente il giovane. Se mi manda la morte, sia la benvenuta: se vuole lasciarmi in vita, ripiglier allora il mio primo disegno e andr in America a lavorare per vivere.
E ora, disse Matteo, almeno tu mi rimani un po di tempo?
Alfredo scosse la testa.
Questa notte?
No.
Quante ore?
Neppur una.
Hai da raggiungere il tuo reggimento?
Il capitano che  un antico soldato dellesercito col quale ci siamo trovati in Crimea, per ispeciale amicizia mi ha concesso di assentarmi dalla compagnia fino a domani sera.
E dunque?
Questo permesso lho domandato per un particolare motivo in cui voi non centrate e che non vi dir.
Matteo curv il capo rassegnatamente.
E mi vuoi lasciare cos subito?
Sono stato incerto assai se dovevo avvisarvi del mio passaggio per Torino e darvi occasione di vedermi.
Crudele!... Avresti avuto cuore?...
Alfredo linterruppe con vivacit che sembrava quasi impazienza:
Vedete bene che vi diedi la posta; sono venuto, vi ho visto, e ora addio.
Cos poco mi di di te?
Mi preme il tempo, bisogna chio parta.
Non vuoi porgermi nemmeno una mano?
Il giovane esit un momentino, e poi tese, quasi con istento, la mano.
LArpione lafferr, la strinse, la tenne fra le sue, fissando nel volto del figliuolo i suoi occhi lucenti di lagrime. La sera erari fatta sempre pi scura; il luogo era ancora pi deserto.
Io non ti vedr dunque pi: disse lantico usuraio con voce piena dangoscia: tu vuoi che sia cos, e sento nel mio cuore che cos sar. Ancorch piet verso di me ti parlasse pure altra volta, ancorch il Signore e la Santa Madonna, che io pregher sempre tanto tanto, mi esaudiscano e ti salvino nella guerra, io non sar pi tra i vivi per poterti vedere al tuo ritorno. La mia vita  compita, la susta che mi teneva su si  rotta in me; come la mia opera si  infranta, cos ogni forza in me  finita. In questi giorni sopravvivo a me stesso, sono un cadavere ambulante, non so io stesso come faccia a tenermi in piedi. Al primo urto cadr...
Padre mio! esclam Alfredo con voce velata.
Ah non dico questo per intenerirti: riprese vivamente il vecchio, n voglio farne lamento. Non ho che quanto mi merito. Tu mhai condannato, dunque  giusto... Ma voglio dire che tu in questo punto puoi... devi far conto come di parlare a un moribondo, di ricevere le ultime parole, le, ultime preghiere duno che sta per morire. Ripetimi ancora una volta il tuo perdono, te ne prego.
S, vi ho perdonato, e questo perdono, che  un dovere in me il darvi, ve lo ripeto ora per pi intimo impulso dellanima. Il mondo, che ho studiato con pi fredda ragione, mi ha mostrate molte pur troppo le scelleratezze che sono tollerate e anzi fortunate, senza avere la ragione degna di qualche scusa che aveste voi.. Sono frutto della debolezza ahim soverchia della nostra natura, della corruzione della nostra civilt; dello stato deplorevole dei nostri costumi. Ho capito che in tutti, anche nei pi savi ed onesti,  quasi un debito lindulgenza e la piet.
Oh grazie! Oh grazie!
Sollev in fretta la mano del figliuolo, che stringeva sempre, fino alle sue labbra, e vi stamp un bacio in cui mise la manifestazione di tutto quellimmenso affetto che da tanto tempo reprimeva nel seno.
Che cosa fate? esclam Alfredo levando via la mano.
Non ti pare che io ne sia degno? disse mortificato Matteo.
Voi siete pure per me il rappresentante di quello che c di pi augusto al mondo: la paternit. Sono io che devo inchinarmi innanzi alla vostra vecchiaia.
Si tolse di capo il berretto militare e curv la sua bella testa in atto dignitosamente umile e graziosamente modesto.
Io vi fui a ogni modo e vi sono causa di gran dolore, padre mio; vi ho dovuto amareggiare, e invece del conforto che un genitore ha diritto di sperare in suo figlio, non vi sono oramai che una pena. Anchio ho bisogno di sapere che voi siete persuaso della dura necessit delle mie condizioni e non mi fate una colpa della mia condotta.
Una colpa in te? interruppe il vecchio: oh mai! mai! Tu sei nobile davvero, tu sei virtuoso, tu sei grande; ho capito la generosit dellanima umana ora che ho potuto conoscere a fondo lanima tua.
Lemozione gli ruppe le parole: stette un momento, muto, in faccia al figliuolo dal capo chino, sulle fattezze del quale pareva raccogliersi la poca luce ancora diffusa, per dar loro non so quale irraggiamento didealit.
Era bello davvero nella magrezza, nel pallore, nella mestizia pensosa e coraggiosa che in quei giorni passati erano succeduti alla primitiva floridezza della sua giovent; eravi davvero qualche cosa di eletto, di superiore in quel figlio del popolo, che, giunto al possesso dogni dono di fortuna, a tutto aveva rinunziato per serbarsi incontaminata la coscienza, per non macchiarsi col godimento dei frutti della colpa. Quella era pure una vera nobilt, quella una grandezza! Il vecchio padre la sent; per un momento, in lui, pi del dolore pot la superbia di avere tal figlio.
Alfredo chin ancora pi la testa.
Ebbene, padre mio, disse con accento di commozione solenne, in questo momento di separazione eterna per noi sulla terra, beneditemi voi, beneditemi in nome vostro, beneditemi in nome di mia madre.
Matteo Arpione con moto brusco, quasi violento, strinse il capo del giovane colle sue mani ossute, tremanti, con quelle mani che avevano cos avidamente maneggiato loro, e che ora avrebbero lasciato tutti i tesori del mondo per quella testa diletta: strinse il capo del figlio e lo trasse a s e vi stamp sulla fronte un bacio lungo, tenace, appassionato, poi lo serr al petto, ergendo il volto al cielo, drizzando laccasciata persona, assumendo, egli, quel disprezzato, quel reietto, quel vile, una nuova parvenza di dignit, di elevato sentimento, sto per dire di autorevolezza.
S, ti benedico, figlio mio, e prego, per tutto quello che ha dovuto penare e sopportare tuo padre, prego che la vita avvenire sia per te pi lieta e pi degna che ora non si possa pensare. Ti benedico a nome di quellangelo che fu tua madre, a cui tu rassomigli cotanto, e le cui preghiere in cielo varranno certo assai pi di quelle dun miserabile come sono io. Ti benedico, nobile sangue uscito dal mio sangue impuro, anima eletta incarnata nella stirpe dun abbietto...
Tacete, tacete! proruppe Alfredo. Non vi posso sentire a parlare cos, non ve lo permette lanima di mia madre che vi ha amato, che forse ora aleggia qui intorno a noi, la cui voce mi par sentire nellanima consigliarmi, ispirarmi per voi piet e rispetto. Voi mi avete benedetto in nome di mia madre; in nome di lei, io vi assolvo... vi abbraccio.
Gett le braccia al collo del vecchio e lo strinse al suo petto. Matteo mand un grido soffocato di gioia ineffabile.
Ah Giuseppina! susurr. Ecco una tua grazia! Ora posso morire senza rimpianto.
E stette un poco, quasi senza forza, abbandonato sul petto del figlio.
Mezzora dopo Alfredo partiva, a piedi, alla volta del villaggio di Sangr.
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Capitolo 38.
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Alfredo, voleva morire, era certo di morire nella guerra; un insuperabile desiderio lo aveva assalito di vedere ancora una volta langelico volto di Albina. Gli era stato facile apprendere che i due novelli sposi erano andati a godere le prime ineffabili gioie della loro felicit nel castello di Sangr, e l aveva determinato di recarsi, anche malgrado il rischio desserne veduto, di ricevere quindi, anche da lei, la sferzata duno sguardo di disprezzo. Avrebbe fatta di tutto per nascondersi, e se poi la fortuna lo avesse tradito, pazienza, egli avrebbe pur tollerato, dopo tante altre, anche la pena di quellonta.
Giunse al villaggio quando appena albeggiava; tutto era ancora addormentato nelle case e nelle capanne che si aggruppavano intorno alla collina, in cima della quale sorgeva nero, alto, superbo, turrito il castello. Non visto da nessuno, il giovane volontario sal fino alla dimora dei conti di Valneve. Una piccola spianata si estendeva innanzi al portone, e intorno ad essa delle macchie di nocciuole e di robinie a farci ombra e ornamento. Giusto nel punto che Alfredo vi giungeva, il portone si spalancava e si precipitavano fuori abbaiando furiosamente due cani di Terranuova. Il giovane si gettava ratto tra le macchie e inoltrandosi frettoloso nel boschetto che vestiva la china del colle, si sottraeva alla vista del portiere e anche al fiuto dei cani. Camminato un poco senza saper bene verso dove, ud a poca distanza una fresca voce infantile che cantava allegramente, e si diresse a quella parte; riusc presto ad un sentieruolo, serpeggiante traverso la costa in mezzo al bosco, per cui scendeva una villanella di forse dodici anni che si spingeva innanzi due vacche per menarle al pascolo.
La vista di quello straniero dalla camicia rossa e dal berretto rosso, con unarma al fianco, di subito spavent la fanciulla; ma poi la bellezza daspetto del giovane, le buone di lui parole, la curiosit aiutando massimamente, ben presto vinsero ogni paura e addomesticarono di subito la contadinella, a cui parve gran cosa discorrere alla buona cos con uno dei soldati del gran Garibaldi. Ne segu che in breve Alfredo pot sapere che quella giovanetta era figliuola del mezzadro duna delle tante fattorie che circondavano il castello, ed appartenevano alla famiglia Sangr; che la poteva vantarsi di essere nelle buone grazie della contessina sposa, venuta da pochi giorni, perch non la incontrava mai senza dirle parole che la facevano tremar di piacere e farle qualche carezza e darle qualche regaluccio; che del resto la signora era un angelo benedetto da Dio, che venendo a villeggiare in castello tutti gli anni fin da bambina, aveva sempre mostrato di voler bene a tutti, e sera sempre fatta adorare da tutti quanti, tanta era la sua dolcezza e urbanit di modi, tanta la carit verso ogni miseria, verso ogni disgrazia, verso ogni dolore; che i due sposi vivevano proprio come due colombi, sempre insieme, sempre collo sguardo nello sguardo, sempre sorridendosi; che anche il cavalier Giulio era il migliore degli uomini, come il pi amoroso degli sposi, generoso, caritatevole, gentile anche lui, che non pareva mai pi fossero quei nobiloni che erano; finalmente che la mattina, appena alzata, la sposa era solita di fare una passeggiatina, quasi una corsa pel parco, quasi sempre sola, ed era lunico momento quello in cui non fosse con lei il marito che in quel tempo sbrigava i pochi affari che aveva, scriveva lettere, leggeva i giornali, per essere poi tutto il resto del giorno tutto tutto alla sposa e della sposa.
Alfredo, ricompensando largamente queste informazioni, ne ottenne ancora unaltra, che in quelloccasione gli era preziosissima: che cio il parco in cui la contessina faceva la sua passeggiata mattiniera non era cinto che da una siepe in pi luoghi interrotta e facilmente varcabile.
Si conged con molti ringraziamenti dalla giovanetta, e prese la direzione opposta a quella del castello; ma quando fu fuori dalla vista della contadinella, volse rattamente indietro e, guidandosi allaspetto delle torri che di quando in quando gli apparivano, traverso la boscaglia risal verso il culmine della collina. A un punto la boscaglia finiva e dopo un piccol tratto una siepe di biancospino glindicava il limite del parco, di cui vedevansi i boschetti regolari e le praterie stendersi lungo la china. Gli fu facile attraversare la siepe e col cuore che gli batteva come quella sera in cui erasi introdotto nel giardino del palazzo in Torino si venne accostando al castello.
A un tratto ebbe un sussulto e si ferm come spaurito. Aveva udito una risata fresca, argentina, armoniosa, risuonare l presso. Si nascose in fretta. Una visione terribile e soave gli pass dinanzi.
Vestita dun abito di lana finissima bianca, foderato di seta color rosa, un po aperto in alto del busto, cos che da una nube di trine si vedeva sorgere dalla base il collo esile, candido, graziosissimo, le ricchissime chiome bionde cascanti con un abbandono che riusciva bellissimo in ricciolini e ciocche sulla piccola fronte, sulla nuca, sulle spalle, come una pioggia di pallido oro in cui si rifletteva carezzevole il raggio del sole mattutino, uscenti dalle larghe maniche di mezzo a un ammasso di pizzi ancor esse le braccia eleganti, tornite, le labbra del color della ciliegia ridenti, gli occhi cilestrini pi ridenti ancora, Albina sopraggiunse correndo leggera e leggiadra. Aveva le mani sopraccariche di fiori e nella corsa ne veniva perdendo via via quasi a ogni passo. Tutto rideva in lei: la splendida giovent, la impareggiabile bellezza, la felicit senza ombre, il santissimo, corrisposto amore; e tutto le sorrideva intorno lora del tempo e la dolce stagione il primo raggio di sole, la prima verzura e i primi fiori della vegetazione, lazzurro del cielo, il canto degli uccelli, il sussurrar dellauretta. Pareva che unallegria, un concento, una luce di festa accompagnassero dappertutto quella personcina elegante e le facessero intorno unaureola, un ambiente di eden, riflettendo anche sulle cose inanimate lo splendore di tanta bellezza, lo sbarbaglio di tanta felicit.
La giovane donna corse ancora un poco, notando, per cos dire, la cadenza dogni passo con una cara risatina, e poi si ferm addossandosi a un albero, il respiro leggermente affannoso, un seducente color roseo sparso sulla fronte, sulle guancie, su quel poco del petto che si vedeva, per cos dire, tralucere in mezzo, ai pizzi nellaccollacciatura della veste. Lanimazione allegra della fisonomia e dello sguardo, il sorrisetto gaiamente malizioso delle labbruzze incarnatine, traverso cui si vedeva lucido il candore dei dentini, davano al volto di Albina unespressione che Alfredo non le aveva mai visto; unespressione cos affascinante, che il giovane chiuse un momento gli occhi, come per sottrarsene alla vista, sentendosene in petto ferire come da un dolore. Non aveva mai avuto innanzi fino allora che la fanciulla dignitosa, severa, nobile, alteramente gentile; ora gli si rivelava a un tratto la donna innamorata, abbandonantesi al suo amore senza rimpianti, senza rimorsi, senza suggezioni, e felice; e questa vista gli faceva pensare, indovinare un tal paradiso, che lanima sua non reggeva allidea di averlo perduto, per non potere sperare mai, mai, di conseguirlo.
Per eccezione, quella mattina, anche lo sposo partecipava alla passeggiata della giovane castellana. Sopraggiunse correndo anchegli, ma arrestandosi man mano per raccogliere in terra i fiori che Albina aveva lasciato cadere.
Ah! tu fai come Atalanta che gettava in terra i pomi per non essere raggiunta: diceva ridendo anche lui: ma io ti coglier lo stesso, e mi prender tutti quei fiori... ed un bacio insieme.
Anche Giulio era cambiato: aveva nellaspetto e nel portamento qualche cosa di pi risoluto, di pi virile e insieme la luce, lincanto duninesprimibile contentezza.
La vedremo!... La vedremo! esclam con graziosa bravata la contessina, appoggiata ancora allalbero, il respiro ancora un po concitato, gli occhi sempre pi ridenti.
Giulio corse verso di lei, ma quando fu per prenderla a un braccio, ella spicc un salto di fianco, e via lesta e leggiera correndo, come fa una farfalla che fugge volando di sotto alla mano del fanciullo che stava per afferrarla. Lo sposo le tenne dietro e si sentirono le risate allegre dei due giovani perdersi gi della china, nel boschetto pi folto.
Alfredo stette un momento immobile ancora a quel posto donde, celato, aveva visto passarsi innanzi quella scena didillio; poi si riscosse, si copr colle mani il volto e si premette colle dita le occhiaie, per ricacciarne indietro le lagrime che volevano spuntare. Sent in quel punto nelleccesso del suo soffrire come una smania di tormento, come una volutt di sacrifizio, come una amara soddisfazione di essere tanto infelice.
Io sempre solo! disse, sempre odiato e sprezzato! Io non mai amante, mai sposo, mai padre... Oh possa giungermi presto quella palla benedetta che mi tolga la vita!
Mand uno sguardo in quella direzione in cui erano spariti i due sposi e donde venivano ancora alcuni velati suoni di allegre risa.
Possa tu esser sempre felice cos, Albina adorata! esclam; e poi dopo una brevissima pausa: ah possiate essere felici ambedue...
E part di buon passo.
Alla sera, secondo quel che aveva promesso, al capitano, egli raggiungeva la compagnia.
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Capitolo 39.
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Poco oltre la met del mese daprile il conte Cavour mand a chiamare il marchese Ernesto Respetti-Landeri, il quale fu sollecito ad accorrere al Ministero degli affari esteri.
Il gran ministro, allora onnipossente, ch in tutti i dicasteri ci aveva lo zampino e faceva camminare a suo talento ogni parte della pubblica amministrazione, accolto subito il marchese, gli disse senza preamboli, con quella un po brusca sollecitudine che era nella sua natura e che allora gli era fatta tanto pi necessaria dalla farragine degli affari che incombevano su di lui, come lavesse fatto venire per domandargli un importante piacere. Nella guerra che egli sperava imminente, era suo proposito dare una rilevante parte dazione a quella meravigliosa massa di volontari accorsi da ogni parte dItalia, di cui si era fatto un piccolo esercito da capitanarsi dal generale Garibaldi. In faccia alla diplomazia europea era quello gi un gran successo, che malgrado tutti gli ostacoli frapposti dagli altri governi e massime dalle forze prepotenti dellAustria, pure sfidando ogni sorta di pericoli i giovani italiani in tanto numero fossero venuti in Piemonte a prender larmi; egli Cavour, voleva che anche militarmente i volontari cos raccolti acquistassero la loro importanza e facessero onore a s, alla causa nostra, alla nazione, di cui apparivano unemanazione pi diretta, pi spontanea ed immediata, per cui era persuaso che valore a quei giovani non sarebbe mancato; ma era a temersi che mancassero invece la potenza delle armi, labilit nei capi, la pi parte fatti allimprovviso, e quella disciplina senza cui una truppa non ha forza di resistenza e non pu dar buona prova di s. Egli aveva pensato quindi far pregare alcuni dei pi dotti, risoluti ufficiali dellesercito regolare, perch volessero accettare gradi e comandi importanti nel Corpo dei Volontari, dando loro assicurazione formale che sempre avrebbero di poi potuto rientrare con vantaggio nelle file delle Regie Truppe; e uno di quelli ufficiali a cui aveva pensato tra primi era il Maggiore delle Guardie, conte Ernesto Sangr di Valneve, del quale gli piaceva eziandio che appartenesse ad una delle pi antiche famiglie dellaristocrazia piemontese, perch pensava pure cosa buona e di molto rilievo che in quella manifestazione patriotica, popolare, che era larmarsi e il combattere della giovent italiana, avesse parte ed esercitasse alcuna azione lelemento ordinato e monarchico della classe pi nobile.
Era perci sua intenzione offrire al conte Sangr il grado di luogotenente-colonnello e il comando di un reggimento di volontari; ma non sapendo come una cotale offerta sarebbe stata accolta dal Maggiore, e non volendo farla col rischio di un rifiuto che avrebbe prodotto poco buon effetto, il contrario appunto di quello a cui egli mirava, avea mandato pel marchese affine di pregarlo volesse egli tastare il terreno presso suo cugino, e dove non vedesse in lui una invincibile ripugnanza, adoperarsi con tutti quegli argomenti che gli venivano suggeriti e chegli era capacissimo a trovare di proprio, a decidere il conte ad acconsentire alla proposta.
Il marchese accett volonteroso lincarico, fu sollecito a Genova, dove il conte Ernesto trovavasi, e tanto seppe fare e dire che vinse le non poche ripugnanze del cugino e torn a Torino colla promessa di lui che avrebbe compiaciuto di ci il conte Cavour.
Ora un mese e pi dopo, alla battaglia di San Fermo, dove i volontari italiani comandati da Garibaldi vinsero i soldati austriaci dellUrban, il conte Ernesto, in sul bel principio della mischia, ebbe a vedere un atto di valore di un semplice gregario de nostri che molto lo meravigli. Una sottile schiera degli italiani appartenente a un altro reggimento era stata assalita dai nemici, e il Sangr, che si avanzava col suo Corpo a prender posizione, veniva facendo tutti i segnali che poteva per farla ritirare, mentre prendeva le opportune disposizioni per resistere poi a sua volta allassalto del nemico che avrebbe sicuramente incalzato, e mandava sollecitamente ad avvisare il generale. I Garibaldini cedettero e vennero chi resistendo, chi fuggendo a dirotta, a riannodarsi dietro la linea del reggimento di Sangr; ma uno, uno solo, non volle fuggire, non volle ritirarsi, non volle abbandonare il terreno. Addossatosi al tronco di un grosso albero, usando come una clava il suo schioppo, e percotendo col calcio chiunque si accostava, ei teneva indietro una buona dozzina di nemici che gli si serravano intorno, de quali a ogni colpo mandava uno a gambe levate innanzi a s.
Per Dio! esclam il conte di Valneve meravigliato: quello  un eroe... Ah: non bisogna che lo lasciamo ammazzare cos sotto i nostri occhi... Capitano! aggiunse gridando al comandante della prima compagnia: di corsa coi suoi uomini alla baionetta a salvare quel bravo soldato!
E si slanci egli primo col suo cavallo contro ai nemici gridando a tutta gola:
Savoia!... Coraggio che siamo qui noi!...
I Garibaldini dietro il colonnello arrivarono come un turbine addosso agli austriaci, sciabolati, infilati dalle baionette, in un attimo furono atterrati. Il conte Ernesto tese la mano al garibaldino che avevano cos salvato.
Bravo! gli disse. Lei combatteva come un Orazio Coclite.
Il volontario, che aveva il volto tutto macchiato di sangue per una ferita alla testa, trasal a quella voce, mand unesclamazione, e volgendo uno sguardo di supremo rimprovero al suo salvatore, disse:
Ah! perch non lasciarmi morire?
E poi cadde lungo e disteso per terra svenuto.
Sangr riconobbe Alfredo.
Gli austriaci tornavano in numero, non cera un minuto da perdere; il colonnello si fece porre il caduto sulla sella, e via tutti, perseguitati dal tiro dei moschetti nemici.
Il ferito fu trasportato alle ambulanze. Il conte Ernesto, con suo gran dispiacere, non pot occuparsene altrimenti, perch la battaglia che allora prendeva vigore, richiedeva tutta la sua attenzione.
Alla sera, dopo la vittoria, Sangr si affrett ad informarsi del volontario salvato alla mattina; gli dissero che era stato mandato allospedale, che la ferita era guaribile e chegli si chiamava Alfredo Arpione. Lo sventurato avea dunque voluto prendere il suo vero nome. Fu lultima volta che il conte di Valneve vedesse quel giovane. Prima che la ferita di costui fosse risanata era successa la pace di Villafranca, e il Sangr aveva abbandonato il Corpo dei volontari per rientrare colonnello effettivo nellesercito regolare a comandare uno dei reggimenti di nuova formazione.
Quando ebbe termine la campagna nellItalia meridionale e venne disciolto il Corpo desercito formato e comandato dal generale Garibaldi, Alfredo, che aveva seguito dappertutto lavventuroso capitano, depose la camicia rossa e venne a Torino. Nelluomo ormai maturo daspetto, dalla gran barba, dalla faccia severamente melanconica, dal vestire pi modesto, nessuno avrebbe riconosciuto il giovane bello, elegante, dai modi e dalle abitudini aristocratiche di due anni prima. Ed egli non si fece riconoscere da nessuno. Fece una sola visita, e fu al Campo Santo. Data una buona mancia ad un becchino, gli domand:
Sapreste voi indicarmi in qual punto del cimitero comune furono seppelliti i morti che furono qui portati dal 18 al 20 febbraio di questanno?
Il becchino stette un poco, e poi, o volesse contentare un uomo che gli si era mostrato cos generoso con una pietosa bugia, o veramente se ne ricordasse, rispose: 
Signor s.
Ebbene, menatemici.
Il seppellitore lo guid a un punto e disse:
Gli  qui: sono queste fosse.
Va bene, grazie, lasciatemi.
Alfredo solo, dritto in mezzo allerbe selvatiche cresciute tuttintorno, il capo nudo, le braccia incrociate, stette guardando una mezza dozzina di tumuletti di terra nascosti quasi del tutto ormai dalla vegetazione.
Sotto uno di essi, forse, si consumava la salma di colui che era stato suo padre.
Dove sei tu? disse a mezza voce Alfredo. 
Ignoto qui io saluto la tomba ignota di te caduto ignorato. Dove si consumano le tue ossa? E dove vive lanima tua? Sei tu perdonato? Sei ricongiunto a colei che amasti? Mi vedi? Mi senti? Mi ami sempre? Mi proteggi? Vegliate voi su di me, padre mio, madre mia? Otterrete da Dio che poich non mi volle nel regno della morte, mi conceda qui nella vita terrena un po di pace e doblo? 
Preg stette a lungo pensoso, part lento, mesto, pallido, con apparenza egli stesso di spettro.
Il domani era in ugual modo nel piccolo cimitero del villaggio presso Parma. Raccomand a Tino la conservazione del modesto monumento, dorm una notte nella camera dovera morta sua madre, lasci tutto il denaro che poteva nelle mani del vecchio seppellitore, e part, part per sempre.
 andato in America a raggiungere il cugino Pietro Carra, come aveva detto di voler fare, come aveva scritto al Carra medesimo che farebbe? Chi lo sa? Di laggi non venne nessuna notizia intorno a lui, n alcuno lo cerc, n alcuno pure si ricord pi che egli esistesse. Avvenne quello chegli aveva pi desiderato: il suo nome e lesser suo si perdettero nelloblo.
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FINE.